In Nomine Doomini vol.9: recuperone tutto droga e fango

Solitamente con la rubrica In Nomine Doomini ci occupiamo di doom classico, epico, gotico, heavy od ortodosso. Resterebbero fuori dalla porta le commistioni col metal estremo o con la psichedelia, o l’hardcore. Un mucchio di roba, insomma. Ma essendosi accumulate un bel po’ di uscite di rilievo, specie in tema sludge, chiudiamo un occhio oggi sulle originali intenzioni della rubrica e buttiamoci per una volta sul lato più fangoso e fattone del metallo lento. Oggi il menù prevede Acid Mammoth, Iron Monkey, Bongripper, Ufomammut e i miei amatissimi Thou.

Gli ACID MAMMOTH so’ greci, ed effettivamente l’Ellade si è cominciata a far notare da un po’ in campo stoner e stoner/doom, con diverse uscite indipendenti che circolano tra gli appassionati. Questo Supersonic Megafauna Collission dei pachidermi con le zanne ateniesi è il quarto album, la qual cosa farebbe di loro dei veterani. Io, oh, non ne esco pazzo, di questa formula. Non è oscura, disperata e ossianica come il doom che preferisco, né viaggiona e spaziale come lo stoner de ‘na vorta. Mi annoio un po’, un bel po’, ad ascoltare un disco così, ben registrato, ben suonato, competente, compitino ben svolto, nulla fuori posto, riff scolastici, assoli dimenticabili, voci monotone. Non dubito che questa roba abbia un seguito, il che spiegherebbe la sterminata proposta di band scialbe che si trova su Bandcamp, solo non ci rientro io in questo seguito. Non fa nemmeno schifo, è anonimo. La cosa positiva è che non dura moltissimo.

Dura invece un bel po’ Empty, che degli statunitensi BONGRIPPER è addirittura l’ottavo disco. Quattro lunghi movimenti per un’ora e quasi sette minuti di durata. Ora, cerco di mettere da parte la mia disapprovazione e profonda antipatia per quasi tutti i gruppi che fanno musica per drogarsi dandosi come nome qualcosa che c’entra con la droga. Anche perché mi pare di una pigrizia imperdonabile e mi devo fare degli schemini sul mio quaderno degli appunti per distinguere Bongripper, Bongzilla e Belzebong, per dire. Poi certo, non ce l’ho con tutti i nomi heavy che hanno iron o steel nel nome, per cui fate voi. Insomma, tornando alla mia disapprovazione prevenuta, cerco di metterla da parte ed essere oggettivo e dico che Empty è molto meno ‘na palla di quanto pensassi. Sludge è sludge, lento è lento (a tratti quasi drone). È persino strumentale, il che rende ancora più paludose le trame. Però almeno a questi Bongqualcosa qui è noto che il riff, anche il più basilare, acquista potenza se risolve un lento e paziente accumulo di tensione. Ascolto comunque che rischia di risultare estenuante, se non siete presi bene. Oppure proprio se lo siete. Io non so, non mi son drogato ed ho trovato le atmosfere ripetitive, non sempre coinvolgenti. Troppo post, a volte, per uno come me. Melodie non ce ne sono, canzoni quindi neppure. C’è a un certo punto un accenno, solo un accenno, di blast beat che però pare un errore. Poi torna, intenzionalmente, ma non c’entra nulla. Prendete, se volete, Empty per quello che è. Un lungo viaggio nel vuoto. E, per il viaggio, siete liberi per quanto mi riguarda di dotarvi degli aiutini che più vi aggradano.

E siccome, non dimentichiamolo, le definizioni dei (sotto)generi cambiano col passare del tempo, è particolarmente gradito l’ascolto di questo Spleen & Goad, secondo album delle leggende inglesi IRON MONKEY dopo la reunion del 2017, con una formazione che in realtà vede ancora il solo chitarrista Jim Rushby (ora anche agli urli) della formazione originale, dopo gli scazzi con la Earache, lo scioglimento e la morte dell’urlatore originale, Johnny Morrow. Beh, quindi, le definizioni, dicevo: per sludge oggi si intende spesso un doom astratto con un volume altissimo e definito e, sì, le urla. Non troppo distante dal post-metal, più o meno quella roba lì e quel pubblico. Prima (anni ’90, primi duemila) era un’altra cosa. Semplificando: Sab (Master of Reality) e Melvins (i primi) per i riff ed i Bpm, l’hardcore più marcio e bastardo per il resto: suono, tecnica, dinamiche, impatto. Hardcore cui bisognava togliere qualsiasi istanza di tipo morale o etica (altro che SxE). Musica fatta da drogati per drogati. Musica apocalittica, blasfema, scomoda. Bene, finita la lezioncina di storia mi concentro sul disco, giuro, che parte davvero nel migliore dei modi, con Misanthropizer, che è una mazzata tra capo e collo, con un groove che mette a serio rischio le vostre cartilagini. Miglior esordio possibile per un album di una cinquantina abbondante di minuti che rimane su quei “lidi” lì. Tempi lenti, non lentissimi. Deragliamenti hardcore (Exlexed). Urla. Educazione zero. Qualunque cosa si pensi della reunion, non roba posticcia o calcolata. Comunque utile a ricordare che gli EyeHateGod non erano soli a rovistare nel marciume più nero.

Venendo a quello che da ora in poi chiamerò “sludge moderno” (in barba a qualsiasi definizione accademica e soprattutto opinione altrui), ovvero quello sludge che piace anche alla gente che va ai concerti con la borsetta di tela a tracolla per riporci il vinile 180 grammi da mostrare agli amici quando vengono a casa per un ramen, menzione doverosa per Hidden, ritorno dei piemontesi UFOMAMMUT. Un’istituzione attiva da ben venticinque anni, con diversi estimatori qua in redazione. Io (ahi) non li ho mai apprezzati (o capiti, fate voi), quindi provo ad essere per lo meno il più obiettivo che riesco e di non scivolare magari su troppe bucce di banana. Il suono è quello che c’era da aspettarsi, grasso, profondo. Il che rende i riff, comunque poco complessi, ancora più astratti. Grande peso ce l’hanno synth e campionamenti, che danno al tutto un taglio space, meno terreno. Una unione delle due anime (quella più pesante e quella più viaggiante) della band tortonese. Vedasi proprio la prima traccia, Crookhead, che invero, nonostante riffoni, armonie e dinamiche ritmiche non siano particolarmente, diciamo così, personali, messe insieme con le coltri sintetiche assumono un tono, un tono riuscito. Voce non troppo potente, non troppo cavernosa, non troppo melodica. E fin qua lo sappiamo tutti, ma si sa mai che c’è qualcuno che scopre gli Ufomammut con questa pseudorecensione qua (nel caso: mi dispiace). Approcci più melodici al canto, come nella finale Soulost, comunque a Urlo secondo me non riescono (vedasi The Mon). Non riesce a costruire una linea vocale interessante. O non gli interessa proprio, perché preferisce modalità più astratte, non so. Evidentemente agli Ufomammut (e ai loro numerosi fan, in patria e fuori) interessa questo, questa musica, queste modalità. Per quanto possa esprimermi io al riguardo, credo che Hidden sia una buona prova, contestualizzandola. Se qualcun altro però come me dei piemontesi non ha mai capito l’ascendente che hanno sulla scena (li ho visti osannati anche su palchi dediti ad altro), non credo possa uscire dall’ascolto di Hidden avendone compreso qualcosa di più. Mi piace l’attacco strumentale di Kismet. Peccato, poi, la voce.

Il meglio me lo tengo spesso per ultimo. Cosa pensi generalmente dei THOU l’ho già espresso qui e qui. Oggi mi sento di essere più conciliante. Forse perché vengo da altri quattro ascolti sludge di fila, forse perché in un disco da soli non c’è contrasto con quello che Emma Ruth Rundle, quando ci si mette, riesce ad irradiare. In sostanza l’ascolto di questo Umbilical non mi offende, anzi. La voce resta quella da Paolino Paperino col face painting, che vuoi farci. Le trame sonore non sono male, anche se canzoni non è che risaltino. Cazzo vuoi, è sludge: ok, ma allora il grungettino sotteso in The Promise come te lo spieghi? Me lo spiego col fatto che i Thou, si sente, son più punk, più rock di compagini sludge moderne. E quindi più nella direzione di vegliardi come gli Iron Monkey di cui sopra? Non corriamo. I Thou mi paiono troppo educati, poco nichilisti, forse per niente. Buon per loro, eh, vivono meglio. Certi titoli come Terroristi Emotivi (Emotional Terrorists) paiono soggetti per una nuova commedia italiana di Paolo Genovese. Restano in scuderia Sacred Bones (sempre benemerita), che non so come si porrebbe di fronte a inni alla droga, al suicidio e all’odio che suonano altri. Not my business. Solo non capisco quale sia la copertina del disco, quella col bambino coi fiori e la grafica Sacred Bones che ho messo su o quella coi guerrieri medievali nella foresta che c’è su Bandcamp? Mistero. Narcissist’s Prayer, in apertura, è una signora apertura, comunque. Pezza ne ha. Dinamica assai. Mi sa che per oggi me li faccio andare bene, i Thou. Ma sì, dai. (Lorenzo Centini)

3 commenti

  • Avatar di nxero

    Mi rivedo assai in molte delle recensioni, soprattutto gli Ufomammut (senza h) il cui successo anche io non mi spiego. Li ho visti due/tre volte e niente, non ce la faccio, per conto mio fanno roba da fighetti e non capisco come i Neurosis li abbiano presi alla Neurot. Comunque pure a me il nuovo corso degli Iron Monkey piace parecchio, nonostante il passato ingombrante. Hail!

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  • Avatar di fabio rossi

    Non riesco a capire perché gli Ufomammut,nonostante siano italiani,abbiano tutto questo successo.

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  • Avatar di Valerio

    Dalla Grecia provenivano (penso abbiano abbassato definitivamente le serrande) i miei beneamati Lord 13, che suonavano, invece, un heavy rock a tratti stoner che mi ricordava certi Spiritual Beggars, con meno fronzoli e più voglia di divertirsi. E tutti i loro dischi sono NYP su Bandcamp.

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