Il nuovo disco dei BONGZILLA, giusto in tempo per il 20 aprile

La Heavy Psych Sounds, sempre più una reincarnazione della Man’s Ruin all’ombra dei sette colli, aggiunge un altro pezzo pregiato ad una scuderia già mostruosa. I Bongzilla, portabandiera del versante più strafattone della scena sludge statunitense, hanno scelto una data non proprio casuale per pubblicare quello che è il loro primo full in 16 anni, tanti ne erano passati da Amerijuanican. Nel 2009, quattro anni dopo quel disco, la band di Madison si sciolse, senza immaginare che di lì a poco i gruppi con la parola ‘Bong’ nel moniker dediti a eseguire sempre lo stesso riff in condizioni di lucidità molto precarie sarebbero diventati di moda, laddove, ai tempi di Stash, si trattava di roba per pochi, respinta da buona parte del pubblico, che giudicava la ricetta troppo minimale, ma non dall’allora lungimirante Relapse, che produsse i quattro Lp che la band avrebbe pubblicato in poco più di un lustro, una prolificità rispettabilissima per gente che ha fatto di intonare le lodi del Thc la propria missione artistica. 

Riunitisi nel 2015 con la formazione di Gateway, i Bongzilla si rifecero vedere presto nelle principali rassegne del settore, dal Roadburn ai vari Desertfest. Il ritorno in studio avviene però solo nel 2020, con una formazione a tre, dopo la decisione del frontman Muleboy di passare dalle sei alle quattro corde in seguito al nuovo abbandono del bassista Cooter Brown, legato a motivi familiari e di salute. 

a2322228717_10

Come sono questi Bongzilla in versione power trio? All’ascolto dell’iniziale Sundae Driver, che era stata scelta anche come primo singolo (le due tracce dell’Ep Nectar Collector, uscito il mese scorso, non sono invece incluse nella scaletta) sembrerebbe che, in fondo, non sia cambiato granché. Power chord ipersaturi, batteria ossessiva e il rantolo strascicato di Muleboy. Un cambio di registro emerge però già nella successiva Free the Weed, con il suo break iommiano che ne stempera le asprezze, e, soprattutto, nei lunghi trip di un quarto d’ora a testa di Earth Bong, Smoked, Mags Bags e Space Rock, quest’ultima dai toni, ehm, decisamente space rock.

Non potendo competere in disagio e malattia con la nuova generazione che ha mischiato lo sludge con il black metal (le risate di sottofondo in Gummies riescono però a inquietare), i Bongzilla, da uomini maturi, tirano boccate più profonde e se le gustano di più, non ne girano più una dopo l’altra fino a crollare ma ne fanno una bella grossa e la assaporano lentamente, stravaccati sul divano, osservando le volute di fumo disegnare forme bizzarre nell’aria. Ed è giusto così, soprattutto perché è questo genere di evoluzione che consente a Weedsconsin di non suonare ripetitivo o stantio nell’ambito di un genere dove non è che non ci sia più molto da dire ma sono proprio le cose da dire a non essere mai state molte. Il che va benissimo, ci mancherebbe.  (Ciccio Russo)

One comment

  • Sergente Kabukiman

    Non so, sto al secondo ascolto e mi sembra abbastanza sottotono, ha buone intuizioni ma mi sa di freno a mano tirato. Magari cresce con gli ascolti..sperem!

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...