HIGH COMMAND – Eclipse of the Dual Moons

A Firenze diciamo che certe cose ti entrano da un orecchio e t’escono dall’altro. È un concetto applicabile a numerosi gruppi retro-thrash dell’ultima ora, e per comprendere perché la loro musica mi faccia un simile effetto ho impiegato più tempo di quanto potreste pensare. Insomma, perché mai i Vulture, gruppo assolutamente contemporaneo, dovrebbero avere ogni maledetta cosa al suo posto? In merito a cosa? Se quest’anno non sono riuscito a rintracciare altrove un prodotto del livello di Dealin’ Death, discone del 2021, è perché tante giovani leve scrivono musica che entra da un orecchio ed esce dall’altro.

Romanticamente si tende ad abusare del frasone “è questione di chimica” , che tendo a odiare più per Lufthansa e Cremonini che per Breaking Bad; in realtà la chimica non c’entra niente, occorrono personalità, o se preferiamo carisma, e tanta maestria nel costruire gli arrangiamenti.

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Gli arrangiamenti non sono affatto una puttanata, e distinguono coloro che partoriscono un prodotto in fretta e furia, senza imprimere il reale sentimento necessario alla sua riuscita finale, da coloro che vivono per l’album in corso di realizzazione. In quest’ultimo caso si hanno almeno una o due menti forti dietro alla composizione, le quali faranno di tutto per trasformare ogni riff in un riff vincente, ogni passaggio in levare in un passaggio in battere ove necessario, gestendo tempi, metronomo, accenti, sfaccettature e quant’altro non completamente a casaccio ma con totale cognizione di causa. Perché quella roba gli esce dal cuore e loro non la vivono come si vivrebbe una sala prove delle 22.30 del sabato sera coverizzando South of Heaven per poi andare tutti a spararsi una birra.

Gli High Command, americani della costa Est, non avranno un cantante dalla spiccata personalità (fa un baccano totale e in certi frangenti appiattisce la proposta, ma è gradevolmente aggressivo e non appena si rallenta lascia trasparire una certa espressività su cui meriterebbe di lavorar sopra). Gli High Command non avranno neppure uno stile personalissimo (la base sono gli Slayer dei primi due album e i testi riconducono ai gruppi che ascolta Bargone nonché al Lucca Comics, donne in costume escluse), ma sembra come se ci morissero per la riuscita di quelle canzoni. Le chitarre sono snelle e mi ricordano vagamente un trascurato parente canadese degli stessi Slayer, ossia gli Infernal Majesty. Anche nel loro caso, in parallelo ai thrasher dalla terra degli aceri, la velocità è usata col contagocce e sono molto spesso li mid-tempo a convincere se non addirittura a prevalere. C’è una forte componente melodica, affermazione comunque da rileggere sotto l’ottica del primordiale speed and thrash ottantiano. E ci sono momenti che, grazie alla cura metodica degli arrangiamenti (un fattore da non confondere affatto con il bagaglio tecnico: la musica degli High Command rimane semplicissima di per sé, ma è ben affinata in ogni suo singolo dettaglio), risaltano e rimangono impressi nella mente. Al quinto minuto di Imposing Hammers of Cold Sorcery è pura goduria, con un passaggio che mi ha ricordato non poco i vecchi Metallica.

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C’è anche una suite, Spires of Secartha, aperta da uno speed metal non troppo distante da quello di Kill ‘em All e che continua sulla scia del medesimo speed metal oscuro descritto poc’anzi. Davvero bravi, davvero maturi soprattutto. La prova del secondo album è stata retta benissimo a tre anni dal buon Beyond the Wall of Desolation, il cui suono corposo unito alla voce sguaiata di Kevin Fitzgerald li aveva fatti paragonare ai Power Trip da non poca gente. La virata odierna è totalmente in direzione degli anni Ottanta, che già componevano il manto su cui si era eretto il titolo precedente. Non paragonerei ciò a una retromarcia o a un’involuzione. Direi, piuttosto, che la musica degli High Command si è maggiormente stratificata rendendo gli ascolti più gradevoli e longevi. Tali e quali alla versione fantasy o epica dei Power Trip, coi quali prenderei tuttavia con le pinze il paragone: francamente, mi piacevano ma non m’entusiasmavano. Oggi è dunque il turno di Eclipse of the Dual Moons, ancora su Southern Lord: fatelo vostro e chiudete l’anno all’insegna del buon thrash metal. Difficilmente ne rimarrete delusi. Dual Moons però no, dai. (Marco Belardi)

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