Rutti e crauti di prima scelta: VULTURE – Dealin’ Death

Eravamo rimasti ad un paio di anni fa, quando avemmo l’opportunità di parlare di Ghastly Waves and Battered Graves e seguire i Vulture in una data del loro tour europeo in compagnia dei RAM. Due anni dopo i teteschi decidono di alzare il tiro, ma non in termini di violenza sonora o esuberanza, bensì di complessità e forma compositiva, e lo fanno con Dealin’ Death, il loro nuovissimo album uscito a maggio.

Lo avrò sentito almeno una ventina di volte, sto Dealin’ Death, e sono giunto alla ferma conclusione che probabilmente è il loro migliore album, perché tutto sommato, in questi dieci pezzi, i Vulture ci fanno una summa di tutto ciò di cui sono capaci nell’anno di grazia Duemilaventuno, e credetemi, non è poca roba. Un anno, dicevo, dei più disgraziati, ma che per contro ha già generato una quantità abbastanza soddisfacente di bella musica in diversi generi.

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Qua i Vulture partono con l’acceleratore tirato al massimo, sia in termini di ferocia che di tecnica e showcase compositivo, con la doppietta Malicious Souls/Count your Blessings, senza praticamente nessuna pausa tra i solchi, così che ad un primo ascolto sembra quasi un pezzo unico. La prima era già stata proposta in anteprima, e a dire il vero mi aveva fatto letteralmente fare la cacca addosso da quanto era perfetta al millimetro con i suoi cambi di tempo, strutture anche complicate e riff stracciaculi. Count your Blessing continua, seppure un po’ meno, sullo stesso tono, e il paragone che mi salta alla mente, dopo averle sentite parecchie volte e averci ragionato un po’ sopra, e quello con i Death Angel dell’epoca di The Ultra-Violence, in una sorta di tributo alla complessità e imprevidibilità dei techno-thrashers californiani. Considerando quello sbalorditivo capolavoro, concepito tra le altre cose ad un’età veramente bassa da Osegueda e soci, penso non ci sia miglior complimento che si possa fare ai Vulture di questo album.

Archiviati i primi due pezzi, che sono poi anche la vetta assoluta dell’album, la lezione antologica di speed/thrash continua con quello che forse è uno dei pezzi meno convincenti dell’album, ovvero Gorgon, che troppo vuole semplificare le cose e abbassare il tiro. Secondo me è proprio la posizione in scaletta che è sbagliata, perché dopo le prime due cannonate era lecito aspettarsi qualcosa di più movimentato e complicato, ma i Nostri, invece di battere sul proverbiale ferro caldo, spezzano il tiro bruscamente con quello che probabilmente, nella loro rievocazione implicita dei generi e gruppi più importanti degli anni Ottanta, vuole essere un tributo ai Mercyful Fate, come mi fa correttamente notare Belardi. Risulta però un po’ banalotta, proprio in virtù del paragone con l’assaggio iniziale di quello di cui sono realmente capaci.

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Fortunatamente Star Crossed City ristabilisce il regno del terrore speed metal, con una struttura ed un riff talmente tipici che farebbero piangere di gioia Dan Beeheler e gente così. Un sospiro di sollievo. Ma siccome non voglio farvi un track by track, vi riassumo il lato B del disco dicendovi che si ripigia finalmente sull’acceleratore, che è poi la cosa che i Vulture sanno fare meglio, e ci danno infatti pezzi come Flee the Phantom, deliziosa nel suo approccio tipicamente in stile Exodus/Destruction/Whiplash e tutti quegli altri gruppi che saltano in mente ogni volta che si ascoltano i nostri amici crucchi e si prova, per deformazione, a trovare un termine di paragone. In chiusura, dopo un’altra overdose di thrash, tentano anche di essere un filo più teatrali, con The Court of Caligula, che non è forse il loro pezzo più riuscito, ma ristabilisce un equilibrio tra i missili terra-aria sparati per quasi tutta la durata dell’album, e un aggiustamento del tiro che potrebbe rappresentare il nuovo corso del gruppo nelle future uscite.

Sono sicuro che i Vulture saprebbero reinventarsi in quel senso, se proprio dovessero, e sarebbero in grado di regalarci ancora bellissimi album di puro heavy metal, come hanno fatto finora. Alcune cose non possono e non devono cambiare, e tra queste c’è il piacere di stappare una lattina di Piscienbrau, tirare un rutto roboante e mettere su un disco pregno di riff, doppia cassa a manetta e urla lancinanti. (Piero Tola)

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