Rumble of Thunder, i THE HU e l’eredità di Tamerlano

I The Hu destarono un certo scalpore ai tempi del loro singolo di debutto perché promettevano di creare una via personale e mongola all’heavy metal. Promessa non completamente mantenuta perché, a parte un paio di episodi, ci si limitò a un rockettino liscio seppur abbastanza peculiare. Ma non troppo minaccioso, in realtà, e la minaccia – come ebbi a scrivere – è la stessa ragion d’essere della razza mongola, quantomeno dalla nostra prospettiva.

Così l’attesa per questo secondo lavoro non ci ha fatto rodere dalla curiosità come accadde per il debutto, dato che l’effetto sorpresa era ormai bruciato. La verità è che ascoltare Rumble of Thunder è come bere acqua liscia a temperatura ambiente: non è una cattiva sensazione, ma neanche particolarmente piacevole, e la prossima volta meglio che ti ricordi di lasciare la bottiglia in frigo. A volte è troppo allegrotto e salterello, ad esempio The Triangle mi ha ricordato gli immortali Rednex, che Tengri li abbia in gloria. Cose come Bii Biyelgee sembrano una versione distorta dell’indie rock da classifica dei primi 2000. Anche l’apertura This is Mongol, scelta come video d’anticipazione del disco, non ha molta utilità se non un titolo involontariamente esilarante che ti torna in testa quando leggi qualche commento particolarmente scemo sulla nostra pagina Facebook.

Mongoli simpatici, dunque. Mongoli che sanno stare a tavola, rispettano i diritti delle donne e si ricordano di tirare lo sciacquone. Eppure non è sempre stato così. Se i The Hu ci tengono così tanto a parlare della loro storia nazionale non posso che ritirare fuori Tamerlano, spietato capo mongolo del XIV secolo la cui crudele sete di sangue ha provocato conseguenze che il mondo non ha ancora finito di scontare. Qualche tempo fa sul gruppo di redazione ci fu una lunga querelle con Ciccio che invece esaltava questo cane rognoso come un sovrano illuminato e protettore delle arti. Non c’entra poi molto col discorso sul disco ma è una promessa che ho fatto al piccolo Gabriele Traversa e le promesse si mantengono.

Tamerlano, ovvero Timur Leng, ovvero Timur lo Zoppo, Grande Emiro del suo impero di terrore e angoscia, fu uno dei tanti esponenti di quella stirpe la cui origine ancestrale è fissata tra gli immensi altipiani della Siberia orientale e che, messisi a capo di un’orda di delinquenti, galopparono per migliaia di chilometri distruggendo, uccidendo, bruciando e stuprando ciò che culture più sviluppate e migliori della loro avevano creato in secoli, o millenni, di civilizzazione. Tamerlano, che si proclamava maomettano e pronunciava la shahada ma segretamente propendeva per Tengri, il primitivo dio-cielo dei suoi avi. Tamerlano, il devoto difensore dell’Islam, che bruciava le moschee e che distrusse tutte le potenze musulmane su cui riuscì a mettere le sue immonde mani lorde di sangue. Preda della sua smisurata ambizione, prigioniero del retaggio ancestrale della sua gente secondo cui sulla Terra doveva regnare una sola persona, a lui è attribuita la frase “il mondo intero non vale così tanto che se lo debbano contendere due padroni”: si riferiva al Gran Turco Ottomano, colui che per fuggire dalle orde mongole si sarebbe precipitato verso Ovest e avrebbe preso Costantinopoli, mettendosi a scimmiottare l’Autocrate facendosi chiamare imperatore di Roma e basileus dei Romani, l’unico che Tamerlano avrebbe dovuto abbattere e che invece non ebbe tempo di abbattere, aggiungendo così involontariamente un’altra macchia alle sue già innumerevoli colpe. Tamerlano era venuto a contatto con la millenaria civiltà persiana, si piccava di interessarsi alle arti, ma – per usare le parole di Renè Grousset – “in lui c’era ancora un certo afrore di steppe, il sogno di riconquistare la Cina”, e l’ostentata parentela coi gengiskhanidi lo spingeva a voler ricostruire quell’impero. Non ci riuscì mai, perché Tamerlano sapeva solo distruggere. Gengis Khan – e qui cito Jean Paul Roux – “era stato un grande barbaro, un ignorante che non si era reso conto di fare del male e che (…) era stato anche in grado di fare del bene”, quantomeno cercando e infine raggiungendo la pace, suo grande ideale. Non v’era pace invece nell’impero timuride, nessuna opera di costruzione: lui passava, sottometteva, sterminava fino a che il sangue non gli arrivava alle ginocchia e poi semplicemente ripartiva, lasciando macerie e dolore.

Innamorato di Samarcanda, sua capitale, la abbellì con opere grandiose, tuttora visibili, e ne fece il massimo centro culturale d’Oriente. Fu l’unica città che visse positivamente il suo passaggio. Gli intellettuali venivano dalle città da lui rase al suolo: si preoccupava di “sterminare tutti, tranne gli studiosi”, perché gli servivano a corte; e i grandi architetti, ingegneri, urbanisti furono allo stesso modo tratti a forza dalle macerie delle loro case, portati via in lettiga mentre le loro famiglie venivano impalate. Questo è il cosiddetto Rinascimento Timuride: la gloria per una singola città mentre il mondo bruciava. Tutto intorno le torri di teschi erette alle porte delle città conquistate, 70mila solo a Ishafan colpevole di ribellione, città mutilate per sempre, città che prima del suo passaggio parevano immortali, “quelle terre ubertose restituite al deserto”. I suoi clienti turcomanni rasero al suolo la Mesopotamia, uccisero 90mila abitanti di Baghdad e per pura ripicca distrussero l’antichissimo sistema di irrigazione mesopotamico, a tal punto che non fu più possibile ripristinarlo; da allora l’Irak è un paese sottosviluppato, e chissà se e quando si riprenderà mai. Calò in India per punire i pagani, e uccise chiunque, anche i musulmani. Prese 100mila prigionieri indù e senza alcun motivo scelse di farli a pezzi. Poi rastrellò le campagne intorno a Delhi e scuoiò tutti i contadini che riuscì a trovare.

Infine, vecchio e malato, zoppo, con un braccio atrofizzato, “infermo che ormai da anni viveva solo perché voleva vivere”, Tamerlano crepò. La sua figura passò poi nel mito, dapprima come primordiale entità punitrice simboleggiante l’insensata crudeltà delle forze della natura, e poi in epoca romantica come sovrano illuminato e raffinato, appunto. Ma Tamerlano fu raffinato solo all’interno delle mura di Samarcanda; per il resto non fu raffinato neanche nei metodi di uccisione brutali e primitivi, a differenza di quanto accadeva in Cina, eterna mela rossa dei mongoli, verso la cui millenaria civiltà provare aspirazione e invidia.

E noi? Noi eravamo chiusi nella Fortezza Europa, terrorizzati che le orde dei figli di Attila potessero tornare e radere al suolo il nostro mondo. L’ultima volta avevano provocato la fine dell’Impero Romano di Occidente, causando quella che in Germania chiamano Völkerwanderung e che noi chiamiamo invasioni barbariche, spostando enormi masse di popoli in giro per il Mediterraneo a costo di indicibili sofferenze e rimodellando per sempre la mappa etnica d’Europa e del Maghreb. Eravamo riusciti a evitare Gengis Khan per un soffio, ma le sue orde continuavano a devastare le steppe al di qua degli Urali, rendendole inavvicinabili. Se fossero tornati di nuovo cosa sarebbe potuto succedere? E il terrore mongolo sopravviveva anche nella costante minaccia dei loro cugini, i turchi, che per mille anni hanno tenuto l’Europa in scacco irrorandone la terra col sangue dei suoi figli.

È comprensibile quindi il motivo per cui i The Hu abbiano pensato che puntare sull’aggressività mongola fosse una buona idea per creare qualcosa di interessante. La storia mongola, vista a distanza di secoli, non può non definirsi tale; e lo è talmente da rendere affascinante persino Rumble of Thunder, molto più di quanto il disco stesso meriti. (barg)

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