La finestra sul porcile: CRIMES OF THE FUTURE

Per il mese di settembre avevo in lista due film e altrettanti dischi d’alta caratura: Nope e Crimes of the Future nella prima categoria; Megadeth e Ozzy nell’altra. Credo che invecchiando l’hype non scompaia del tutto ma venga vissuto in maniera diversa. A vent’anni l’idea che in una settimana avrei goduto di tanta carne fresca mi avrebbe causato innumerevoli notti d’insonnia. Non che ora me ne sbatta altamente i coglioni. A farmi sentire ancora lo stesso è stato il pensare, per tutta l’estate, che a settembre avrei fatto i conti con questa roba qui. E non è il timore di tirare i remi in barca una volta che, a ottobre, sarò entrato pure io nella chat whatsapp dei genitori di Metal Skunk, al momento ancora nascostami dai vari Ciccio e compagnia bella. È quel tipo di hype vissuto dai quarantenni.

Quando si tratta di David Cronenberg, comincia però a sembrare senso del dovere. Ormai vado a vedere i suoi film solo perché gli sono talmente affezionato da avere sputtanato soldi per il suo cameo nell’orrido Jason X del 2001. Di fatto i suoi film mi stufano da quando ha mollato il body horror per concentrarsi sulle derive mentali dei personaggi (percorso iniziato già con Scanners e La zona morta). Nel dopo-Existenz (mi rifiuto di mettere le maiuscole dove vorrebbero starsene) l’unica sua opera che ritengo maiuscola è A History of Violence, forse uno dei film più belli degli anni Duemila, che tornai a rivedere al cinema a pochissimi giorni di distanza.

crimes_of_the_futureDavid Cronenberg dopo Existenz ha alternato prove discrete come Cosmopolis e La promessa dell’assassino (piaciuto a tutti, iconico il personaggio di Nikolai ma nel complesso l’ho sempre trovato di una noia mortale) a oscenità come quell’A Dangerous Method che tutt’ora considero fra i più brutti film visti in vita mia. Esiste un limite oltre il quale smetti di giustificare anche uno dei tuoi cinque registi della vita. Come i gruppi musicali che si evolvono e poi tornano all’ovile, tutti gli artisti, ritengo, dovrebbero concentrarsi su ciò in cui riescono meglio per ottenere il meglio. Che intenda occuparsi delle mutazioni del corpo o della mente, più Cronenberg punterà sulle tinte orrorifiche e più godrà di un risultato garantito. Tenere invece i personaggi a ragionare per due ore di argomenti a lui cari (questo avvenne in Cosmopolis in quella limousine di merda e questo avvenne nell’agghiacciante A Dangerous Method fra uno sculaccione e un altro alla Knightley) non porterà beneficio alcuno.

Il chiacchierato ritorno al body horror con Crimes of the Future è per me il più grosso specchietto per le allodole mai adoperato da uno qualsiasi fra i miei registi preferiti. Non ci cascai, quando la pellicola fu così reclamizzata, semplicemente perché a lui il body horror non interessa più. Crimes of the Future è a tutti gli effetti un altro film psicologico, tutta ambientazione, tutto fotografia, e con pochissimo sviluppo narrativo. Non ha uno svolgimento preciso: alla scena finale ho pensato che finalmente la pellicola stesse ingranando. Poi sono comparsi i titoli di coda. A casa. Crimes of the Future è una sorta di cyberpunk notturno in un mondo (la Grecia del girato) in cui l’essere umano si è fisicamente trasformato al punto da non provare più dolore fisico, tranne rari esemplari che per loro fortuna “ne godono”, e minaccia un ulteriore step evolutivo che lo porterebbe, qualche generazione dopo, a digerire elementi sintetici come la plastica. La denuncia dell’umanità da parte di Cronenberg è forte e presente, come sempre. È il piatto principale, come all’epoca de Il demone sotto la pelle. È mirata, stavolta, alla nostra ingordigia di visibilità e fama, a ciò che i performer d’ogni giorno mettono in atto su un palco o più semplicemente su un video caricato sui social che banalizza le loro vite e ridicolizza la loro dignità. È l’essere umano che deve offrire sempre di più per accontentare un pubblico a cui l’aggettivo “esigente” va stretto.

crimes_of_the_futureCrimes of the Future è anche una sottolineatura dei cambiamenti sociali, e non manca di chiamare in causa certe tematiche ambientali. È un film i cui temi sono perfettamente al passo con i tempi, ci mancherebbe. Eppure l’ho trovato forte solamente nell’estetica, in questi spazi quasi sempre chiusi ricreati con dovizia nei benché minimi particolari, sebbene si percepiscano evidenti limiti al budget (il Nostro per finanziarsi ha dovuto bussare a svariate porte, rimbalzando al cospetto di Netflix). Eppure lo riguarderei anche solo per godere dei piccoli dettagli sparsi in ogni inquadratura.

Il cast non mi è piaciuto. Viggo Mortensen il suo lo fa, ma avrei visto più volentieri al suo posto altre facce. Lea Seydoux è straordinaria. È il personaggio su cui si regge tutta la componente di empatia umana, è centrata, e per gli interessati mostra generose zinne e passera. Io l’ho detto, non si sa mai: non è come consigliarvi l’iPhone 14 perché manca il notch anziché per la sua completa impermeabilizzazione fino a sei metri, il TeraByte di memoria o la fotocamera con più dettaglio. Generose zinne, e passera. Ma torniamo al tono serio che mi ero sforzato di mantenere. Proviamoci, sebbene il prossimo argomento mi causi spasmi, sudorazione e la ripetizione ossessiva del testo di The Scorn Torrent.

crimes_of_the_future_cronenbergKristen Stewart. La misericordiosa di su’ma’. Kristen Stewart sembra essersi presentata davanti alla cinepresa dopo aver azzannato un cuscino in cui era nascosto un chilo di cocaina. Recita completamente sopra le righe, è quasi caricaturale. Insopportabile anche se funzionale al mostrarci – testuali parole – uno dei concetti madre della pellicola, ossia che la chirurgia è il nuovo sesso, tramite l’approccio fallimentare al “vecchio sesso” con Mortensen. È uno degli innumerevoli aspetti della mutazione, o evoluzione, o se vogliamo esser sinceri del totale decadimento umano che Cronenberg vede nella società attuale e abilmente traduce qui. Almeno nei significati, nelle rappresentazioni, Crimes of the Future tiene botta con i migliori titoli storici del regista canadese.

Il problema non è che l’ho visto allo spettacolo delle 22.30, con mezz’ora di pubblicità in principio e un sonno inenarrabile. Il problema è che Crimes of the Future mi ha stimolato pochissimo, fra omicidi gestiti in modo approssimativo (eccetto la sequenza iniziale, che inizia diurna, davvero ben svolta), colpi di scena non proprio a effetto e un paio di sottotrame insignificanti, poi del tutto dimenticate. Il problema di questo film è che vale molto a parole, e moltissimo visivamente, ma quasi nulla se ci si concentra sulla sostanza. Non succede quasi un cazzo, non c’è un finalone come in Cosmopolis con Paul Giamatti, che, mentre quasi stavi per provare odio per l’amato Cronenberg, l’ultima scena giustifica tutto e ti fa tornare a casa col sorriso. C’è un vago scimmiottare Videodrome, Existenz, e sicuramente Crash con tutto quell’erotismo ben più che accennato. Ma se Crimes of the Future ha una storia, allora è una storia che è stata gestita male. Detto questo, voglio una poltrona organica per fare colazione come quella di Saul Tenser. Wish, è il tuo momento. (Marco Belardi)

One comment

  • Concordo su tutto, soprattutto sulla totale inutilità di alcune sottotrame che restano sospese nel nulla, tanto da far pensare di aver visto solo la prima parte di un film a episodi. I suoi capolavori sono altrove, ma ce ne vorrebbero di cineasti così. Perfino un film poco riuscito come questo è meglio del 90% della spazzatura che gira per le sale.

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