Avere vent’anni: PRIMORDIAL – Storm Before Calm

Griffar: Parliamo per paradossi: se io fossi un cinquantenne metallaro, moderato e poco propenso ad avvicinarmi a cose troppo violente, e incontrassi un amico che non vedo da tanto tempo e gli chiedessi se c’è qualcosa di nuovo da ascoltare e questo, per prendermi selvaggiamente per il culo come fanno TUTTI i metallari tra di loro, mi consigliasse di ascoltarmi un gruppo nuovo, irlandese, che si chiama Primordial e suona una specie di pagan epic black metal, io gli crederei. Storm Before Calm sembra uscito ieri. E, se lo fosse, continuerebbe ad essere il disco dell’anno… perché raggiungere vette come queste non è semplice per nessuno, capita forse solo una volta nella vita e non a tutti.

Ora torniamo alla realtà, io sono logicamente affezionato ad Imrama come ad un fratello ma Storm Before Calm a mia modesta opinione è il più bel disco dei Primordial, il gioiello che non ha difetti e che si staglia nell’Olimpo dell’heavy metal come Sirio nelle limpide notti d’estate. Nemtheanga regala la più spettacolare interpretazione alle voci di tutti i tempi, non c’è un solo riff sbagliato, non uno inutile, non uno che non metta i brividi, che non faccia venire la pelle d’oca, che non ti faccia considerare tra te e te: “Ma come cazzo ci sono riusciti?”. Il trittico d’avvio è qualcosa che si è potuto ascoltare di rado in dischi heavy metal: The Heretics Age, Fallen to Ruin e Cast to the Pyre da sole durano mezzo disco e sono talmente belle da costringerti a mettere il CD in funzione repeat fino allo sfinimento; personalmente ho perso tre punti di udito a furia di dissodarmi i timpani a volume da delirio con questa triade in cuffia. Non che i restanti quattro brani siano meno riusciti… impensabile, inimmaginabile, inverosimile. Ma sant’iddio, questa musica semplicemente non ha paragoni, non c’è un solo brano in tutta la storia della musica folk/pagan black che possa pareggiarne il valore. È come la nona di Beethoven, nel suo ambito non è mai stato possibile fare meglio.

Potrei scrivere altro ancora, ma a che servirebbe? Me lo sto riascoltando adesso per la centomillesima volta, sono le 23.11 di sera, fuori ci sono ancora trentadue gradi ed io ho i brividi di freddo come fossimo a novembre. Se non l’avete mai ascoltato è ora di porre rimedio, sono vent’anni che vi siete persi uno dei dieci dischi heavy metal più belli di ogni epoca. Non necessariamente al decimo posto. Il mio rammarico è che a questi livelli non ci siano più arrivati: di musica bella ne avrebbero scritta ancora tanta, ma Storm Before Calm è, con tutto il rispetto, altrove.

Maurizio Diaz: Storm Before Calm si presenta come uno dei lavori più aggressivi e arcigni della produzione iniziale dei Primordial, distanziandosi di un’ulteriore misura dalla malinconia dei precedenti A Journey’s End e in misura un po’ minore da Spirit of the Earth Aflame, andando in qualche modo a completare la grammatica essenziale della band.

Strano dunque che questo disco me lo ricordi prevalentemente, e penso di non essere l’unico, per Sons of the Morrigan, dove però prevalgono i toni epici grazie alla caratteristica linea melodica che emerge chiaramente dal mare di accordi e alla solita ottima prestazione interpretativa di Alan Averill. Il pezzo chiaramente spacca ma questa “piccola” distorsione – e qui faccio un piccolo mea culpa – mi ha lasciato interdetto durante il rituale riascolto, perché la verità è che qui dentro c’è anche molto altro che merita la dovuta attenzione. L’album in effetti, pur essendo più ruvido del solito, è comunque retto da un equilibrio abbastanza delicato che, per godersi il viaggio fino in fondo, necessita non tanto di molti ascolti ma di attenzione. È solo allora che certe cose diventano lampanti, per esempio la misura di quanto spacchi una Fallen to Ruin, messa lì subito dopo la prima The Heretic’s Age. O di quanto tutta la prima metà del disco funzioni egregiamente come manifesto perfetto per sobillare le folle alla disobbedienza nei confronti di oppressori e usurpatori in favore della libertà e dell’autodeterminazione dei popoli.

Tra le cose che rendono un pochino ostico il disco c’è sicuramente un finale molto, forse troppo concettuale e sommesso, dove, tra l’interludio folk Sun’s First Rays e Hosting of the Sidhe, outro ipnotico costruito su partiture ripetitive e un recitativo dedicato al poeta Yeats, si erge la suddetta Sons of the Morrigan che svetta come vero ultimo colpo di coda finale, tragica e d’impatto, contrasto su cui probabilmente ho basato finora questo mio identificare il disco con il pezzo.

Per celebrare i vent’anni di Storm Before Calm dunque abbiate cura di alzare il volume sui primi quattro pezzi, vero cuore pulsante del disco. Il finale almeno per una volta lasciatelo perdere se vi adombra il risultato finale, perché sarebbe veramente un peccato.

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