Avere vent’anni: PYOGENESIS – She Makes me Wish I had a Gun

Ci sono dischi per descrivere i quali non ha senso scervellarsi, e She Makes me Wish I had a Gun è uno di questi. È troppo semplice, troppo perfetto, troppo pulito perché uno si debba mettere a cercare perifrasi assurde per spiegarlo, e sinceramente anche l’idea di spiegare un disco del genere è fuori di testa. Riprendendo per l’ennesima volta un concetto espresso da un recensore de Lo Hobbit, cercare di analizzarlo in profondità per sviscerarne le qualità sarebbe come squarciare un pallone per capirne il rimbalzo. Io ho quarant’anni, sono ormai un padre di famiglia con i classici mille cazzi per la testa, eppure questa mezz’oretta abbondante di pop punk composto con lucidissima razionalità e con pochissima vergogna riesce tuttora a prendermi esattamente come quando vent’anni fa ricevetti il promo cartonato da recensire per Metal Shock. Quelli erano anni universitari in cui non avevo altre responsabilità se non cercare di svegliarmi in tempo per la lezione della mattina dopo le inevitabili devastanti nottate con i miei compari; esattamente il contrario di adesso, in cui la sveglia mattutina suona implacabile prescindendo da quante volte mio figlio neonato si svegli strillando di notte. Eppure appena parte l’urlo di Don’t You Say Maybe è come se non fosse cambiato nulla.

Non sta a me raccontare la rocambolesca carriera dei Pyogenesis, gruppo tedesco sottovalutatissimo autore di perle incredibili che meriterebbero fama mondiale, partito dal doom death per approdare quasi subito ad un rock alternativo novantiano con dischi quasi sempre molto diversi tra loro. In realtà la fama mondiale, quella vera, la trovarono due loro membri, che a fine anni ’90 fondarono i Liquido. Sì, quei Liquido. Ma, con tutto il rispetto, non riesco ancora a capacitarmi di come dischi come Twinaleblood o Mono non siano diventati enormi oggetti generazionali immancabili sugli scaffali di ogni mio coetaneo o giù di lì, proprio come lo furono, non so, Californication o Nevermind, si parva licet componere magnis.

She Makes me Wish I had a Gun, che già solo per il titolo meriterebbe la ola del Maracanà ogni domenica, fu l’ultimo disco dei Pyogenesis prima di una pausa che durò più di dieci anni, dopo la quale tornarono sui propri passi recuperando le proprie radici metallare pur in modo assolutamente personale – come era prevedibile che fosse, del resto, visto che i Pyogenesis hanno sempre cercato una propria strada originale. Non c’entrano nulla stilisticamente coi Voivod, ma mi hanno sempre ricordato i Voivod per il loro essere peculiari e il loro mutare pelle continuamente rimanendo sempre in qualche modo riconoscibili e superiori alla massa. E She Makes me Wish I had a Gun è quindi il punto finale dell’evoluzione della loro prima parte di carriera. Che bella evoluzione, direte, arrivare al pop punk sdolcinato. Eppure questo è, fratelli del vero metal: qui sublimano tutta la loro maestria nello scrivere melodie, tagliando fuori tutto il resto e sfornando una mezz’oretta di canzoni perfette, quasi tutte sotto i tre minuti, con il picco dei 58 spettacolari secondi di Punk Rock is Her Life. Del resto se voi componeste una melodia perfetta quale altro genere vi permetterebbe di esprimerla al meglio?

Io sono cresciuto col punk rock. Lo ascoltavo già prima di ascoltare metal, lo ascoltavano i miei amici all’università che mi trascinavano per sordidi centri sociali e fino ad una certa età ho continuato ad ascoltarlo in maniera abbastanza costante. Lo ascolto tuttora, anche se sporadicamente, ma di certo ho smesso di sentire quella robaccia per ragazzini chiamata hardcore melodico, pop punk, punk californiano o che so io. Da ragazzino idolatravo i primi Offspring, ora Smash e Ignition mi suonano loffi e spompati. Persino i Bad Religion mi sembrano dei noiosi tromboni da reparto geriatrico che peraltro mi fanno venire voglia di prendere la cittadinanza americana e trasferirmi in Texas per prendere la tessere dell’NRA e fare attivismo elettorale per Donald Trump. Invece She Makes me Wish I had a Gun mi frusta dentro come la prima volta, mi fa sentire di nuovo ragazzino e mi dà la gioia di essere sicuro che sarà sempre così. Se arriverò a settant’anni e vorrò sentirmi ragazzino mi basterà rimettere ‘sto disco e sarà come se nulla mai sia cambiato. Perché è vero che the more you change the less you feel, come diceva quello, ma se hai queste ancore di salvezza è tutto più semplice.

Probabilmente il motivo per cui She Makes me Wish I had a Gun è così commoventemente perfetto, nonostante il genere musicale ridicolo a cui appartiene, è perché è interpretato dall’esterno, da un gruppo di metallari che si sono divertiti a fare quest’esperimento, o che semplicemente hanno ritenuto fosse il modo migliore per valorizzare le melodie che avevano in testa. Non lo so. Forse il diavolo sta nei dettagli, forse quegli scarni accenni di arrangiamento che rimangono in controluce riescono a renderlo diverso, ma credetemi: non avrei mai potuto parlare in questo modo di un gruppo di questo genere musicale senza vergognarmi come un ladro. Invece qui ci metto la faccia e vi dico, molto semplicemente: ascoltatelo. Visto che ora è estate ve lo potete sparare a cannone in macchina mentre andate a mare, alla montagna, a fare la spesa, insomma sparatevelo quando e come cazzo vi pare ma sparatevelo a ripetizione perché una volta che queste melodie vi saranno entrate in testa non se ne andranno più. Dopodiché potremo parlare dell’intera carriera dei Pyogenesis e anche lì voleranno superlativi assoluti e bestemmie, ma se She Makes me Wish I had a Gun vi entrerà sottopelle poi fidatevi: ve li andrete a recuperare voi stessi senza bisogno che vi faccia il pippone io. In chiusura permettetemi di dedicare a mio figlio la mia canzone preferita del disco, intitolata emblematicamente Sleep all Day – Rock the Night. (barg)

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