I PRETTY GIRLS MAKE GRAVES e l’eterno quesito su per quanti soldi lo daresti via

La primavera del 2002 fu un bel periodo. Si era belli, giovani e spensierati, il futuro era nel palmo della nostra mano e si aveva un sacco di tempo per ascoltare musica. Probabilmente è per questo che tra i dischi usciti in quei mesi ce ne sono tanti a cui sono legato. È una regola universale: se anche adesso uscisse un capolavoro assoluto che potenzialmente potrebbe diventare il mio disco preferito, con ogni probabilità non me ne accorgerei.

Quello dei Pretty Girls Make Graves è un altro dei miei dischi feticcio, ed è impressionante come molti tra i miei dischi feticcio appartengano a questo periodo. Non ricordo minimamente come mi capitò di ascoltarlo, perché non è roba che solitamente finisce nel mio stereo, e tuttora non saprei neanche come definirlo bene: leggendo in giro lo definiscono post-punk, emocore, cose di questo genere. Di sicuro il gruppo prende il nome da un pezzo degli Smiths (pur non avendo nulla in comune con gli Smiths) e il modo di suonare mi è sempre sembrato rivolto all’indietro, una specie di rielaborazione nostalgica delle atmosfere di fine anni’80-inizio anni ’90.

La mia passione smodata per questo album mi portò a chiedere in giro informazioni per trovare gruppi simili ma, sfortunatamente, non sono mai riuscito a capirci molto. Ricordo che una volta chiesi ad un amico pescarese di Ciccio, noto per essere un’autorità nel campo dell’indie rock a tal punto che aspettavo la sua risposta come quella di un oracolo che mi avrebbe finalmente diradato le nebbie dell’ignoranza. Invece lui mi rispose con aria di sufficienza: “Mah, di gruppi del genere ce ne sono un inferno”. “Ok, ma un inferno tipo?”. “Boh, non saprei, secondo me i migliori di quel genere sono i Karate”. E io corsi ad ascoltare questi Karate, che però non solo non c’entravano una mazza, ma mi lasciarono pure piuttosto indifferente. È un mondo difficile.

Ma non sono qui per descrivervi i Pretty Girls Make Graves, anche perché non ne sarei in grado. Per me riascoltare Good Health è ripiombare nel 2002 e rivivere la vita del periodo. Ad esempio questo disco mi ricorda vividamente un pub nel quartiere romano di San Lorenzo, dove ci ritrovavamo spesso; fu proprio in quel pub che si svolse il dialogo soprastante. Ci mettevamo sempre allo stesso tavolo, la birra era buona, l’ambiente tranquillo e spesso mettevano pure il metallo. In quel pub ascoltai per la prima volta Lugburz dei Summoning, rimanendoci malissimo nello scoprire che all’inizio avevano una batteria.

Ci fu però una serata in particolare in quel pub che non dimenticherò mai, anche perché fu l’ultima volta che vi mettemmo piede. Eravamo in 4 o 5, e tra noi c’era un soggetto che qui chiameremo col nome fittizio di Eremita e che, tra i suoi argomenti di conversazione preferiti, aveva la domanda “per quanti soldi saresti disposto a fartela mettere nel culo”. Dopo un congruo numero di giri di birre, il summenzionato Eremita ebbe la felice idea di rivolgere questa domanda al gestore del pub che era venuto a portarci le birre. Ci si aspettava che rispondesse con una battuta, oppure dicendo “dieci milioni di euro”, oppure che non rispondesse proprio. Invece il tizio, contro ogni aspettativa, si appoggiò ad una sedia e prese a parlarci di un episodio. “Era tanti anni fa, avevo diciannove anni e andavo in giro per l’Italia in autostop”, iniziò a raccontare. “Ero dalle parti di Perugia, un vecchio mi prese in macchina e iniziammo a parlare del più e del meno. Un argomento tira l’altro e a un certo punto questo mi propone di praticarmi del sesso orale per 50mila lire”. Lo sguardo serio nei suoi occhi ci raggelò, perché capimmo. Il nostro amico però voleva andare fino in fondo alla cosa, e quindi gli chiese di disvelare il tremendo sottinteso. “E quindi? Tu cosa hai fatto?”. “Come cosa ho fatto? 50mila lire per farmi fare un pompino? E quando mi ricapita più nella vita?”. Risate forzate da parte nostra, lui pensò che fossero risate di complicità, e quindi se ne andò pensando di aver fatto una bella figura.

Un nostro amico campano ruppe il silenzio. “Uah, uagliù, non fosse che chisto è nu poco ricchione?”.
Ricchione col botto, mannaggia san Tustato”, gli risposi io.
Non dovete essere così retrogradi e bigotti”, disse l’Eremita. “Non ditemi che voi non ci pensereste almeno un attimo prima di rispondere”. Probabilmente l’Eremita era quello che oggi verrebbe chiamato non binario, ma all’epoca veniva semplicemente definito nu poco ricchione, e quindi cercava sempre di far cadere lì l’argomento per vedere se una di queste monotone serate cameratesche sarebbero potute finire con lui che ce lo appoggiava.
E invece non ci penserei neanche un attimo”, feci io, “perché se lo facessi vorrebbe dire che sarei ricchione, e invece guarda un po’? Non solo non ci penserei, ma con ogni probabilità darei pure una testata in bocca al vecchio invertito”.
Sei un terrone. Terrone e bigotto”, continuò l’Eremita (che peraltro era terrone pure lui, come tutti noi). “Ciccio, tu che dici?”. Ciccio rideva e beveva birra contemporaneamente, sbrodolandosi come un neonato, ma non rispondeva per vedere come continuava la conversazione.
Io pure ci dessi una capata”, disse il campano. “Eremì, prova a chiedergli dove ha incontrato quel vecchio così magari ti fai 50mila lire facili”.
Il nostro Eremita era sempre sul confine tra serio e faceto, così rintuzzò la provocazione approfondendo il discorso.
Scusa, amico campano, ma tu quanto vorresti per farti fare un pompino da un vecchio?
Ma perché mi devo far fare nu bucchino da nu viecchio?
Che ne so. Metti che incontri un vecchio che ti vuole fare un pompino”.
E tu metti che gli shpacco o’ginuocchio col cric dell’autobùs”.
L’Eremita capì che anche quella volta sarebbe tornato a casa da solo senza poterla appoggiare a nessuno di noi. Quindi la serata continuò tranquilla, tra discorsi su metallo, cinema horror e Ciccio che si sbrodolava la birra sui pantaloni.

In tutto questo, però, il gestore del pub era ancora convinto di aver fatto la figura del drittone simpaticone, e me lo immagino con un sorrisetto soddisfatto mentre spilla birra agli altri avventori ripensando alla conversazione di poco prima. Deve aver pensato di aver fatto colpo su di noi con la sua simpatia e le sue storie di vita vera, perché a un certo punto riapparve al nostro tavolo con l’urgenza di raccontare un’altra storia. Disse proprio così: “Ragazzi, ora vi racconto un’altra storia”.
Avete presente le vignette sui libri per bambini dove c’è il nonno che racconta una favola e davanti a lui i bimbi seduti in silenzio, troppo meravigliati e ansiosi di sentire la storia per parlare o muoversi? Noi eravamo così.
Questa storia successe più o meno sempre nello stesso periodo. Un giorno un mio amico viene da me e mi dice che ha incontrato un tizio. Questo tizio aveva una barca, una bella barca, tipo yacht, e si voleva fare una settimana in giro per il Mediterraneo. Però era da solo, e quindi avrebbe voluto un po’ di compagnia”.
Scusami, compare”, gli dico io, “ma in che rapporti era ‘sto tizio col tuo amico?
In che senso?
Nel senso che se gli chiede di accompagnarlo in giro per mare una settimana vuol dire che ha qualche forma di confidenza, no?
No, no”, fece lui, con aria tranquilla, “Non ricordo dove si fossero conosciuti, ma non è che erano amici o altro”.
Ah, perfetto. Continua pure, prego”.
Sì. Ecco, insomma questo voleva che lo accompagnassimo in barca per una settimana. Aveva chiesto al mio amico di portare gente e così lui lo aveva detto a me e a un altro paio di nostri amici”.
E voi siete andati?
Sì sì, certo che siamo andati”.
Si intromise il campano: “Scusa eh, ma che ne sapevate che non era nu seriàl killèr? Cioè a parte che era lui che doveva avere qualche remora, visto che voi eravate in quanti? Tre, quattro?
Eravamo quattro”.
Ecco, diciamo che io ad andare in mezzo al mare con quattro sconosciuti per una settimana non mi sentirei tranquillo. Però pure sticazzi di lui. Ma voi non avete pensato che questo, boh, vi poteva avvelenare o ammazzare nel sonno e poi buttarvi abbascio? Tanto in mezzo al mare nessuno può sapere che è successo”.
Ma sai, eravamo giovani, non ci abbiamo pensato. Cioè arriva uno, vi dice venite con me sullo yacht una settimana, vi do vitto e alloggio, offro tutto io, e vi do pure un milione da spartirvi voi quattro, tu che gli dici?
Scusascusascusa? In che senso un milione?
Nel senso che quello ci ha pure pagato. Capito no?”, disse con lo sguardo di chi la sa lunga e ha fatto un’esperienza che gli altri dovrebbero invidiare, “Una settimana in yacht e pure un milione da spartirci”.
Ci fu qualche secondo di silenzio. Non fu un silenzio lungo, ma significativo. Secondi densi come ore. Ogni parola penetrò a fondo nel nostro cervello in ogni possibile sfumatura. A questo punto le possibilità di sbagliarci erano minime, e gli ponemmo la domanda risolutrice, la chiave di volta dell’intero discorso.
Scusa, ma perché vi ha pagato? Vi ha chiesto di fare qualcosa per lui?
Lui ridacchiò e CI FECE L’OCCHIOLINO. “Eravamo giovani”, disse, e andò via.

Neanche il poco binario Eremita trovò opportuno approfondire. Percossi e attoniti, finimmo le nostre birre e uscimmo da quel pub per non farvi più ritorno. Ma Good Health ho continuato ad ascoltarlo, e ogni volta ripenso a quel periodo, quella spensieratezza, quelle compagnie e a quel gestore del pub col culo chiacchierato che chissà, magari ora sta traumatizzando i figli adolescenti con le sue storie di vita vissuta. Vi lascio con l’apertura del disco, Speakers Push the Air, che parla proprio dei bei tempi in cui la musica era tutto quello che contava. (barg)

One comment

  • Il Lemmy Kilmister adolescente ha fatto altrettanto, se non di peggio, rispetto al gestore di cui anche io ho più che vaghi ricordi (come avventore, direi, ma chissà…).
    Perlomeno così sostiene il nostro iconico eroe deceduto. Ed è cosa piuttosto risaputa.
    Non che Rob Halford col culo si limiti a cagarci, d’altro canto.
    Sicuri che fosse per la paura di una deflorazione indesiderata il vostro definitivo commiato dal pub in questione?

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