La lista della spesa di Griffar: IIRA, IN SEANCE, CANDINA, TRHÄ

Un’altra infornata di gruppi o dischi di gruppi cui vale la pena dedicare qualche oretta del vostro tempo. Non abbiamo di fronte i nuovi Satyricon e neppure qualcosa che rivoluzionerà il nostro modo di intendere la musica, ma come ho già detto più volte è sempre bello scoprire cose nuove, ascoltare nuova musica… Escono dischi di continuo, non sempre validi ma, in mezzo a questo marasma, se ci si mette passione qualcosa di buono o anche ottimo lo si trova sempre.

Cominciamo con l’esordio dei venezuelani IIRA (non è sbagliato, il nome inizia proprio con due I), o per meglio dire del venezuelano Zarathustra the Dead che altri non è che il capoccia dei Messiah in the Abyss, altro solo-project dedito ad un black metal strano, difforme, disarmonico e contorto come certe cose dei Deathspell Omega era-Paracletus, ovviamente con suoni peggiori perché ottenere quei suoni in uno studio venezuelano credo rasenterebbe il miracolo. Messiah in the Abyss è un progetto che ha un discreto seguito nell’underground più profondo, io stesso ho 5 suoi dischi (mi sembra, forse 6) che ogni tanto riascolto quando mi viene voglia di torturare i timpani con cose violentemente insolite. Il disco di Iira s’intitola semplicemente Demo, contiene tre pezzi per circa 25 minuti di musica, intitolati Paralipomena part I, part II e part III. Anche questo progetto del pazzoide Zarathustra s’inquadra nell’ambito del black metal, con partiture spezzettate grazie all’uso massiccio di pause, controtempi, sincopi e dissonanze di ogni fatta. Non è che si ponga limiti, se gli piace l’idea di inserire nel suo black metal un riff che non stonerebbe in un disco heavy metal anni ’80 lo fa punto e basta, e in effetti le sonorità che ha scelto per questa band sono molto riconducibili alla musica metal dell’America Latina del periodo fine ’80/primi ’90 (la storia è storia, oh), con la batteria con il rullante pieno e sovraesposto, le chitarre con un po’ di riverbero, la registrazione artigianale ma comprensibile che ti fa dire che per quella musica quei suoni sono i migliori che si potessero immaginare. Lo stesso vale per arrangiamenti di pianoforte ai limiti della dodecafonia. Affatto male, se riuscite (come sempre) a reggere la voce straziata come poche che proviene da profondità infernali sempre più cavernose.

Un po’ più a nord, negli Stati Uniti, ci sono i CANDINA, dei quali Apparition è il secondo full length (oltre a due EP). Un breve episodio di sette brani, mezz’ora giusta di musica, concepita per i nostalgici di Judas Iscariot. I pezzi sono costruiti in modo preciso identico, ed i suoni utilizzati sono altresì la copia conforme di quelli che aveva scelto Akhenaten. In pratica ogni pezzo segue lo stesso pattern: riff in monocorda ultraveloce in blast beat – stacco rallentato melodico – altra sfuriata – altro stacco meditato/atmosferico – carneficina finale. Ascoltatevi ad esempio When the Light Grows Faint e se vi piace questo vi piaceranno tutti, perché lo schema è quello: di variazioni sul tema ce ne sono poche. Potrebbe capitarvi di leggere in giro che suonano depressive black metal, beh, non credeteci, il DSBM è tutta un’altra cosa ed in quel ramo velocità come quelle che si raggiungono qui non sono nemmeno concepite. Ripeto: un clone di Judas Iscariot, ma un clone che suona fottutamente bene. Se non fate air guitar in nemmeno un pezzo significa che dovete fare outing e dichiarare coram populo che adorate la musica di Laura Pausini.

Sempre negli Stati Uniti, zona Portland, Oregon, ci maciullano nuovamente i timpani gli IN SEANCE. Anche di loro vi ho già parlato quando hanno pubblicato il primo disco Fera Mors, in pratica l’impatto frontale contro un treno merci da 104 vagoni lanciato a tutta velocità contro la vostra Smart. Sarà questa l’origine del nick del polistrumentista che suona tutte le partiture e scrive tutti i brani, per l’appunto 104? Non sarebbe male scoprirlo. In mezzo tra il debutto e questo successivo Corporeal Desecration hanno pubblicato anche un EP di quattro pezzi (Unholy Ghost) parimenti distruttivo come loro solito. Questa volta i ragazzi picchiano appena appena meno duro, specialmente nell’iniziale Spectral Voice, che oltrepassa i sette minuti ed ha poderose dosi di death metal celate al suo interno, quel sano death metal americano ripugnante proprio di gente poco raccomandabile come Sadistic Intent e similari. Più o meno però è tutto il disco ad essere un po’ più meditato, prendendo questo termine molto alla larga; l’album non arriva a durare 27 minuti suddivisi in sei brani, il che vi dovrebbe già dare una certa idea di quanto questi pazzoidi martellino in modo inclemente. I suoni sono a dir poco esemplari, impressionante come in mezzo a questo macello ogni nota sia perfettamente distinguibile. Oh, e bisogna fare i complimenti a Wraith, il cantante, uno psicopatico che canta black metal come si deve, che non è una palla al piede ma un valore aggiunto, e che in questo album raggiunge vette di malvagia follia inaccessibili ai più.

Ed è uscito anche un nuovo full del tipo dei TRHÄ, tale Thét Älëf, che scrive in un linguaggio che penso si sia inventato lui e che parli (se lo utilizza) solo lui, il classico profilo del sociopatico all’ultimo stadio. Il titolo del pezzo da 44 minuti che da solo costituisce l’album per intero andatevelo a cercare su Bandcamp o Metal Archives, io mi astengo anche solo dal copiaincollarlo tutto perché certe assurdità – sempre a mio modestissimo parere – non fanno bene al tuo progetto per quanto valido esso sia. Perdi credibilità, fai sembrare il tutto una joke band, roba poco seria. A me la musica dei Trhä piace, ci sento dentro qualcosa dello space black metal di Lustre, Lumnos e cose simili, solo suonate in modo più grezzo, e non mi dispiacciono per nulla neanche le parti ambient di cui i suoi pezzi sono disseminati. Gli critico la voce, troppo riverberata, troppo nascosta in secondo piano e secondo me troppo poco creativa per il tipo di musica che suona, visto che lo screaming estremo ed incomprensibile oramai è la scelta primaria della maggior parte dei blackster che intraprendono una carriera nel mondo del nero metallo; inoltre una scelta di suoni che a tratti impastano eccessivamente le sue idee, in particolare nelle parti più veloci, perché quando suona mid tempo non hanno nulla di appuntabile. Com’è naturale che sia, un pezzo unico da 44 minuti ha momenti esaltanti ed altri meno e non bastano ripetuti ascolti per stamparsene in mente anche solo una parte. Il disco va preso per quello che è: un esperimento. Al ragazzo piace fare cose stravaganti e gli riescono indubbiamente assai bene. Farebbe quindi meglio a lasciar perdere pagliacciate di titoli che ambiscono al Guinness dei primati nella categoria “titolo più lungo per un disco rock”. (Griffar)

https://trha.bandcamp.com

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