IN SEANCE – Fera Mors

Una batosta, una bastonata con un nodoso randello sui denti, un treno che ti viene addosso a tutta velocità mentre sei stato legato sui binari in galleria dal maniaco assassino di turno e ti stai abbandonando al terrore dell’inevitabile. Questo è il debutto assoluto degli In Seance, un disco che si ascolta in apnea e da cui si cerca di uscire più o meno integri.

Questi due tizi di Portland, Oregon, sono due autentici assassini del pentagramma. Se esistesse la Dea della Melodia loro la andrebbero a cercare, la stanerebbero, la violenterebbero a turno, la farebbero a pezzi con una motosega e ne lascerebbero i resti a marcire in un cassonetto dell’immondizia di una strada periferica poco frequentata. Si chiamano 104 (tutti gli strumenti) e Wraith (vocals, ma è meglio definirle urla selvagge) e, partendo con l’intenzione di non fare prigionieri, si lanciano nella battaglia con tutta la violenza di cui sono capaci.

Occhio che non suonano male, e cercano pure di spaziare in territori che non siano pura e semplice distruzione degli organi uditivi dei malcapitati ascoltatori; la terza traccia A Wolf in the Cold Dark Woods ha un riff portante di chitarra arpeggiata che potrebbe persino far venire in mente una melodia, cosa quasi strabiliante. Il pezzo è brutale lo stesso, ha la cadenza monotona e marziale di una marcia militare per tutti i suoi 5 minuti e mezzo di durata ed è il meno violento di Fera Mors, il che vi può dare l’idea di cosa sia l’album nella sua interezza. Grazie al cielo il disco non è lunghissimo, perché sopportare troppo a lungo questo martellamento continuo sui timpani non è semplice nemmeno per le orecchie più allenate. Immaginatevi il black estremo finlandese tipo Black Crucifixion, Black Witchery e simili, ibridateli con il parimenti violentissimo black canadese di Conqueror e Axis of Advance, pepate in abbondanza con i Marduk più brutali (quelli di Panzer Division vanno benissimo) ed otterrete quello che suonano questi due malati di mente.

Come detto 104 (che cazzo di nick) non suona neanche malaccio, specialmente la batteria che in quasi tutti i pezzi è in blast beat continuo (oltre alla citata A Wolf in the Cold Dark Woods solo la penultima A War on Winter Shore ha qualche sezione più rallentata), e inoltre scrive riff grezzi che funzionano perché, non essendo tecnicamente molto intricati, vengono suonati in modo preciso e potente. Non fa male a tenere le cose nel campo della semplicità: evita di incasinarsi la vita, di impappinarsi e di rinunciare al fine ultimo della sua musica, cioè suonare quanto più teso e violento sia in grado di fare.

E così Fera Mors è un bel disco di schietto fast black metal, anche se lontano dai vertici qualitativi a cui ci siamo fortunatamente abituati in questo 2021 durante il quale sono uscite delle autentiche perle: ma qui ci troviamo decisamente in un altro contesto, qui ci troviamo al cospetto di musica schietta, senza fronzoli, che ha l’unico obiettivo di promulgare odio e violenza, nichilismo e nullificazione, e credetemi, ci riesce in pieno. Dalle prime note della opener Life is a Death Sentence alle ultime della conclusiva Possessed passano solo 33 minuti, ma se siete amanti del genere ve li gusterete tutti, prima di imbracciare il bazooka e andare a far pratica.

Trovo curioso che nel giro di pochi giorni siano usciti due album uno più violento dell’altro, Fera Mors e il nuovo Funeral Winds, Gruzelementen. Tutti e due di seguito non riesco ad ascoltarli manco io, ad un certo momento abdico chiedendo pietà e cercando qualcosa di meno annichilente. Significa che hanno raggiunto lo scopo, e che nel loro genere si ergono al di sopra della massa di gruppuscoli che invece che fast black metal producono solo rumore. (Griffar)

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