BLOOD INCANTATION – Timewave Zero

I Blood Incantation sono un gruppo che ha sempre creato molte divisioni. Pur essendo assai apprezzati tanto dalla critica quanto dal pubblico, c’è chi vede nella proposta degli americani un progetto costruito a tavolino per fare breccia sia tra gli ascoltatori più old school, che – spesso a giusta ragione – inorridiscono davanti ai suoni di gran parte della recente produzione death, sia negli ascoltatori più giovani, che vogliono qualcosa di diverso rispetto al passato. Personalmente, pur riscontrando una certa dose di furbizia nei loro album, li ho sempre trovati semplicemente ottimi, soprattutto per il modo in cui sono riusciti ad inglobare, in un sound dai confini molto definiti, alcuni elementi estranei senza confinarli in compartimenti stagni ma inglobandoli organicamente.

Quindi, non appena ho letto la notizia dell’imminente pubblicazione di questo Timewave Zero, non ho letto un rigo in più, non ho voluto ascoltare nulla – come faccio con i dischi che attendo molto – e ho effettuato il preorder. Potete facilmente immaginare la mia faccia quando ho messo su il disco. Solo a quel punto sono andato a cercare qualche notizia in più e ho letto un comunicato stampa della band secondo il quale “un attento ascolto delle nostre precedenti registrazioni rivela un aumento graduale e deliberato delle componenti sperimentali, progressive e psichedeliche. Timewave Zero è la distillazione di questi elementi in un pezzo concentrato; spogliare il metal e enfatizzare l’atmosfera oscura, cinematografica ed estremamente cosmica per cui la nostra musica è conosciuta”.

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La mia prima reazione, senza avere ancora ascoltato l’album, è stata di totale e assoluta diffidenza, ancora scottato da scelte “radicali” adottate da band estreme che vogliono “darsi un tono” (tra gli ultimi i Wolves in The Throne Room del noiosissimo Celestite). Anche adesso che ho ascoltato e apprezzato non poco un album in cui i Blood Incantation hanno dimostrato di avere piena consapevolezza e capacità anche in un settore totalmente diverso da quello di appartenenza, continuo a nutrire dubbi per l’operazione in sé. E ciò in quanto, anche a livello commerciale, non riesco a comprendere quale attrattiva possa avere un disco del genere sia su un pubblico prettamente metal – escludendo i fan più oltranzisti – sia su un pubblico di area alternative che si trova davanti il classico indecifrabile logo death metal dei Blood Incantation.

Comprendo ancor meno l’operazione, perché Timewave Zero è un lavoro che, per essere compreso compiutamente, richiede un certo tipo di basi musicali che non è affatto detto che rientrino tra gli ascolti del loro pubblico di riferimento. E sia chiaro, in questa affermazione non vi è alcuna supponenza e non è che una mera constatazione oggettiva, che nulla ha a che vedere con il “valore” di tali basi: varrebbe lo stesso discorso per un disco EBM pubblicato dai Blind Guardian, o per uno di musica sacra inciso dai Deicide. Tanto premesso e al netto di queste considerazioni, Timewave Zero è davvero un gran bel disco che, pur non inventandosi niente ed essendo molto classico sia nell’impostazione che nella scelta dei suoni, per fortuna interamente analogici, riesce a colpire nel segno.

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Partiamo da un presupposto: quello che viene già comunemente definito un disco ambient in realtà di ambient ha davvero poco, salvo qualche rimando, poco più che una suggestione, al Tim Hecker più minimale, ad alcune atmosfere “solenni” del William Basinski di The Disintegration Loops e alla struttura dei brani dei grandissimi Stars of The Lid. Il cuore pulsante dell’album, però, è altrove ed è direttamente figlio della kosmische musik più pura e “spaziale” dei Tangerine Dream di Alpha Centauri e di Zeit, del sodale Klaus Schulze di Irrlicht e, nei momenti più spirituali, dei Popol Vuh di In Den Gärten Pharaos.

Questo ibrido tra pulsioni “cosmiche” intervallate da momenti più ambient (nell’accezione sopra descritta) e da momenti quasi cinematografici si dipana per gli otto movimenti in cui sono suddivise le due composizioni dell’album (Io ed Ea) e, pur con alcuni sparuti momenti più banali quando l’attenzione si sposta su territori quasi new age (come nel terzo movimento di Ea), riesce a raggiungere l’obiettivo prefissatosi. Timewave Zero è infatti un mantra di 40 minuti sospesi nel tempo, da ascoltare in condizioni ideali e con la massima concentrazione, coadiuvati dalle suggestive immagini dello splendido artwork: un viatico per aprire la mente e viaggiare nel cosmo più oscuro. Un disco non per tutti, che di certo non ascolterete in macchina con il finestrino abbassato e che lascia molti dubbi in termini di operazione in sé, ma che resta un lavoro molto affascinante e coinvolgente per chi è avvezzo a determinate sonorità. (L’Azzeccagarbugli)

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