ItalianoChitarra [STEFANO MAZZA]

(ItalianoChitarra raccoglie i piùdi5menodi10 dischi italiani a cui ognuno di noi è più legato affettivamente)

Vi presento i miei nove dischi italiani in ordine di ascolto e ve li racconto strada facendo. Per amore di brevità, vi anticipo che la mia strada fu segnata fin da giovanissimo.

1. KISS ME LICIA E I BEE HIVE, 1986 (Five Record)

Fu il mio primo incontro consapevole e volontario con il rock e dev’essere stata anche la prima musicassetta che mi feci acquistare dai miei genitori. Avevo già sentito cose interessanti come Pink Floyd, Jethro Tull, Bon Jovi, Europe, ma questa era la prima volta che usciva un disco rock destinato a un pubblico di bambini, mediato da un cartone animato. Fu, credo, anche un esperimento interessante: non si trattava semplicemente della colonna sonora, ma di un vero repertorio di canzoni che il gruppo dei Bee Hive, uno dei protagonisti della serie, suonavano nelle varie puntate. La musica di questo gruppo inventato si divideva fra un rock’n’roll televisivo, a tratti rockabilly, e lenti molto melodici e appassionati, ma comprendeva già quell’insieme di chitarre distorte, batteria incalzante e vocalismi perentori che avrei poi cercato per tutto il resto della mia vita di ascoltatore. Era ovviamente tutto semplice e immediato, a volte compariva anche Cristina d’Avena, perché era destinato ai bambini, ma elementi fondamentali come l’autostrada, la velocità, gli amori leggiadri e quel blues all’inglese erano già presenti… il confine con i Motörhead era fin troppo sottile.

2. DEATH SS – Black Mass, 1989 (MetalMaster)

Quando ho scoperto i Death SS ero in seconda media. Me ne passò una cassetta un amico con cui andavo in montagna, li ascoltavo insieme agli altri mostri sacri del Metal ed era giusto così, perché come ben sappiamo sono nati contemporaneamente al noto movimento inglese che tutti noi adoriamo, quindi per me erano e saranno sempre parte integrante di quel mito delle origini. Dopo l’89 praticamente tutti i metallari del Bel Paese avevano, fra i dischi obbligatori, In Death of Steve Sylvester e Black Mass. Ho scelto quest’ultimo solo perché l’ho scoperto per primo, ma per quanto mi riguarda sono equivalenti come importanza e fanno parte di quegli ascolti degli esordi, acerbi, romantici e soprattutto proibiti, perché non tutti prendevano bene il fatto che a dodici anni ci si potesse interessare a dischi pieni di caproni, teschi, candele e gente vestita come nei film dell’orrore degli anni ’60. Soprattutto per questo i Death SS, oltre al fatto di essere metal, avevano un’aura sinistramente leggendaria che li accompagnava: se ne parlava quasi a voce bassa, come se fossero divinità lovecraftiane e, mentre l’amico metallaro di turno ti passava il disco o la cassetta, ti avvisava che si trattava di gente maledetta, che faceva riti satanici per davvero, che alcuni di loro erano morti in circostanze misteriose e che forse era meglio non ascoltarli dopo il tramonto. Troppo intrigante per non buttarcisi a capofitto!

3. NECRODEATH – Into the Macabre, 1987 (Minotauro)

Into the Macabre l’ho scoperto sempre in quei benedetti (o maledetti, fate voi) dodici anni. Me lo procurò il mio negoziante di fiducia, a cui commissionavo di trovare i pochi album che mi potevo permettere e, quando lo misi nel giradischi, fu un ascolto sconvolgente. Ero molto giovane, la mia esperienza era breve ma intensa, per esempio avevo già conosciuto i Kreator, per cui ero già indirizzato verso il metal estremo, ma questi Necrodeath erano a un livello diverso. Ne avevo parlato in un commento di qualche anno fa a un Delizie dello scantinato di Belardi, quando ero ancora un libero lettore di Metal Skunk: è un disco che ha segnato gli ascolti di tanti e che ha incontrato quella voglia di spaccare il mondo, che in fondo accomuna tutti i metallari, con un suono e una cattiveria che non ha più avuto nessun altro. Era ed è Metal, in una delle sfumature migliori e più estreme di sempre. Io mi pregio di avere ancora il disco comprato al tempo, edizione MINOTAURO, roba più proibita e più malvagia del Necronomicon. A questo proposito, aggiungo che con i Necrodeath imparai che il metal andava d’accordissimo con Lovecraft, autore che stavo conoscendo sempre in quegli anni e che anche oggi rimane per me una vetta di intensità letteraria insuperata, per cui, dopo essermi fatto travolgere dalla musica, mi esaltavo ancora di più quando nei testi leggevo i nomi di Hastur, Yog-Sothoth e Le montagne della follia. Vi segnalo infine che sul vinile della Minotauro, nello spazio alla fine dei solchi c’era incisa la frase: BLACK THRASH ‘TIL DECAY !!! Da qui si può solo scendere.

4. UPCOMING GRAVE – Chasm of Mortality, 1991 (demo)

Devo fare un salto nella mia realtà locale. Come tutte le città d’Italia, anche Modena ha sempre avuto un’attività musicale frenetica, dal dopoguerra in poi, soprattutto giovanile e autogestita. Si può dire la stessa cosa di tutta l’Italia e io lo posso certamente testimoniare, dal momento che mi procuravo demo da ogni dove, però è ovvio che mi interessassi dei gruppi a me più prossimi. Gli Upcoming Grave a dire il vero mi vennero segnalati da un amico sardo, Walter Garau, grandissimo tape trader a livello mondiale, oltre che grande musicista e bassista, ancora molto attivo. Se lo cercate lo trovate un po’ dappertutto (solo per citare qualche gruppo in cui suona o ha suonato: Ass Ache, Calvary, Brutal Mutilation, Cinerarium, Pagan Place, Crisis Benoit). Lo cito perché se devo raccontare la musica italiana a cui sono più visceralmente affezionato mi viene subito in mente la scena, ovvero quel sottobosco amatoriale di gruppi, organizzatori di concerti, produttori artigianali, sale prove ricavate nei posti più improbabili e personaggi variopinti di vario calibro. Gli Upcoming Grave nacquero dal nulla nel 1991 e registrarono un demo di 3 canzoni chiamato Chasm of Mortality, composto, arrangiato e inciso in un paio di settimane.

Furono in contatto con la scena sia italiana che internazionale del metal estremo e sempre nel ’91 organizzarono un concerto epico a Modena, insieme a Sinoath (che conoscete), Genital Grinder (Mantova) e Catacomb, ovvero i futuri Novembre. Il demo si apriva con Eternal void, un brano doom death bello cadenzato, dalla struttura semplice ma efficace, in effetti dal vivo era anche la loro canzone più riconoscibile. Il secondo brano, Into the depths, si apre con una serie di riff veloci e potenti, poi verso la metà torna ad atmosfere più rarefatte con un breve intermezzo acustico e uno sviluppo più articolato. Era il mio preferito. L’ultima canzone, Beyond the Wings of Sorrow, è un death più classico e veloce. Questo demo per l’epoca fu una rivelazione e si guadagnarono l’immediato rispetto di tutto l’underground. L’anno successivo registrarono un cosiddetto promo-tape di 3 canzoni, due originali più la cover di The Old Coffin Spirit dei Rotting Christ, tratta da Passage to Arcturo, che a quel tempo era avanguardia pura. In questo promo il loro stile e anche il loro suono si fecero molto più personali, le canzoni erano più complesse e meditate. Poco dopo cambiarono nome in Iconoclast, da quello che so avevano nuove canzoni in cantiere, poi incisero un EP in 7”, The Unmutated Revelation, di due brani, pubblicato nel 1993 dalla spagnola Drowned Productions e con questo terminò la loro breve storia. Chasm of Mortality è un prodotto di quegli anni lontani, in cui il metal estremo era giovane e doveva ancora svilupparsi nelle correnti e nei sotto-generi che oggi conosciamo. Merita più di un ascolto, specialmente se siete appassionati delle origini del death. Nel 2020 è stato ripubblicato dalla Unholy Domain di Milano in cassetta, edizione limitata in 100 esemplari, subito esaurito. Adesso è disponibile in versione digitale.

Il cantante, Andrea Zanetti, anche lui tape trader di grosso calibro, è sempre stato molto attivo nella scena e ha cantato in altri gruppi storici come Sinoath, Maleficarum, Monumentum e Schizo. Attualmente canta negli Hell Obelisco e ha partecipato a Sabbatonero, opportunamente recensito dal Belardi, ed è recente la notizia che sarà la nuova voce dei Camera Obscura 2. Il batterista, Sergio Padovani, è oggi un pittore affermato.

5. FRANCESCO GUCCINI – Radici, 1972 (EMI)

Restiamo nella città emiliana di cui sopra, dove … correva la fantasia verso la prateria, fra la via Emilia e il West. È una frase che non cito volentieri, perché viene spesso usata per esaltare un certo localismo malinconico e anche ottuso, ma Guccini di questo non ha colpa e, comunque, chi è cresciuto dalle parti di Guccini non può evitare di sussultare quando la sente. Radici è un disco certamente fuori dalle mie solite corde e, in effetti, l’ho ascoltato pochissimo, però non se ne può negare l’arcana bellezza. Musicalmente è fra i migliori di Guccini ed è anche vagamente prog, come andava ai tempi. Se vi interessa una ballata famosa, La locomotiva la trovate qua. Poi, per quanto io non abbia mai considerato la mia città un bastardo posto, le suggestioni evocate in Piccola città sono esatte. Un altro brano che trovo bellissimo è Canzone dei Dodici Mesi. Del cantautore cito velocemente anche il disco Due Anni Dopo (1970) principalmente per la presenza di Al trist, straordinario blues acustico cantato in modenese.

6. PAOLINO PAPERINO BAND – Fetta, 1991 (Aarghh!! Produzioni)

I Paolino Paperino Band nacquero nel 1987 nell’ambiente punk modenese e si fecero subito conoscere nella realtà locale per la loro musica creativa, che contaminava hardcore melodico, ska, ragamuffin, e per i loro testi demenziali, ma al tempo stesso intelligenti e attuali. Per questo venivano apprezzati da diversi tipi di pubblico e i loro concerti erano sempre degli spettacoli esilaranti. Nel 1991 incisero Fetta, un EP di cinque canzoni che fece epoca dalle mie parti e diventò un inno libertario per studenti, giovani lavoratori e altre categorie disagiate. Nell’estate del 1993 incisero un LP, Pislas, che rappresentò un ulteriore passo avanti sia nello stile musicale che nella scrittura dei testi e permise al gruppo di farsi conoscere fuori dall’Emilia e anche all’estero, in particolare in Svizzera. Per me, come per molti altri miei coetanei e concittadini, i Paolino hanno rappresentato un motivo di aggregazione, qualcosa con cui identificarsi che non fosse inglese, tedesco o sudamericano, insomma qualcosa di grande, ma di vicino e raggiungibile. Si sciolsero nel 1994 e si riformarono nel 2012, restando attivi ancora oggi con due membri originali del gruppo. Le loro canzoni storiche sono liberamente disponibili in rete. Il primo chitarrista e fondatore Fox, ovvero Alessandro Formigoni, dopo il ’94 si dedicò a un progetto personale, i Lomas, che trovo altrettanto straordinario, ma scelgo comunque Fetta perché fu l’inizio di tutto questo.

7. STRANA OFFICINA – 1984 (Minotauro Records)

Anche gli Strana Officina parteciparono alla NWOBHM da casa propria, precisamente da Livorno. Li ho sempre ascoltati e credo che li ascolterò sempre. Li conobbi proprio con il loro EP d’esordio, acquistato a una fiera del disco, perché va bene che ho la mia età, ma quando ero diventato consapevolmente metallaro era appena uscito Rock’n’Roll Prisoners (1988). Dunque, su questo disco non posso dire altro che è semplicemente bellissimo e fondativo per chiunque si avvicini al nostro mondo. Sono quattro canzoni: Viaggio in Inghilterra, Autostrada dei sogni, Luna nera, Piccolo uccello bianco, e sono una meglio dell’altra, da ascoltare e riascoltare, per tutta la vita, perché quelli sono i nostri suoni ed è da lì che veniamo: una contaminazione irripetibile di rock’n’roll, prog, punk, psichedelia, stranamente energica e vitale. 

“…Heavy metal, Heavy metal rock, io non ti scorderò!”.

8. BANCO DEL MUTUO SOCCORSO, 1972 (Dischi Ricordi)

Ammetto di aver scoperto il prog italiano tardi, ma cosa volete, nei primi anni della mia carriera da ascoltatore mi dedicavo principalmente alla ricerca dell’estremo, per cui dovetti recuperare molte cose dopo i vent’anni. Ritengo il primo disco del Banco il più bello della loro carriera insieme a Darwin! e, in particolare, Il giardino del mago una delle più belle canzoni italiane in assoluto: una composizione eccezionale, con un testo suggestivo e suoni altrettanto magici e misteriosi. Attenzione, mi riferisco alla prima versione del 1972, perché ce ne sono altre rifatte anni dopo con suoni orrendi. Questo disco non è solo musica: il Banco ha una straordinaria capacità di narrare e di affascinare. Sono molto legato anche al resto del rock progressivo italiano, ma questo per me fu la scoperta di un mondo nuovo e inesplorato e pertanto lo metto per primo.

9. VANADIUM – SeventHeaven, 1989 (Green Line)

Il 1989 fu un anno particolare per il rock e per il metal a livello planetario: uscirono tantissimi ottimi dischi, molti dei quali capolavori che ascoltiamo ancora. Tanto per fare qualche esempio che mi viene in mente, in ordine alfabetico: Alice Cooper: Trash. Annihilator: Alice in Hell. Black Sabbath: Headless Cross. Danger Danger (s/t). Death SS: Black mass. Dragon: Horde of Gog. Kingdom Come: In your face. Metal Church: Blessing in disguise. Morbid Angel: Altars of madness. Mötley Crüe: Dr. Feelgood. NOFX: S&M Airlines. No Means No: Wrong. Nuclear Symphony: Lost in Wonderland. Obituary: Slowly we rot. Sabotage: Hoka Hey. Sepultura: Beneath the remains. Testament: Practice what you preach. The Cure: Disintegration. Non male, ed è una lista molto parziale. Diverse uscite di questa annata sarebbero state anche le ultime di un determinato periodo artistico, oppure la fine di una carriera, per alcuni. Con il senno di poi, sappiamo che si stava anche chiudendo qualcosa che non coincideva soltanto con la fine degli anni Ottanta, ma con la fine di un certo modo di fare rock. In particolare il metal classico, l’hard rock e quel territorio fragile che si chiamava Hair, AOR o Hard’n’Heavy, andò in crisi perché poco dopo tecnicamente non se lo inculava più nessuno e si disperse, diventando un ricordo per nostalgici del decennio appena trascorso. Proprio in quell’anno sorprendente, alla fine di tutte le cose, uscì uno dei dischi più belli del metal italiano, o forse potremo dire del rock italiano in generale, SeventHeaven dei Vanadium. Presentato con una copertina che ricorda The final countdown senza troppo sforzarsi, è un disco suonato da musicisti competenti, composto con mestiere e grande senso artistico. Io ho scoperto i Vanadium proprio con SeventHeaven, lo ascolto varie volte anche a distanza di anni e lo trovo sempre straordinario. È influenzato da quello stile hard rock americano che dicevamo, ma è di livello decisamente superiore alla media e ha una profondità rara per il genere. Purtroppo, per varie vicissitudini legate alla casa discografica e alla distribuzione, il disco non venne apprezzato come meritava e i Vanadium, per evitare di fare errori, decisero di sciogliersi poco dopo. Decisione saggia da parte loro, anche se il momento fu triste. Caso particolare, ricordo che diversi miei amici avevano in macchina SeventHeaven all’epoca in cui suonavo, erano già gli anni 90. Uno per esempio era un thrasher, un chitarrista da atletica leggera con la fissa di Malmsteen, mentre un altro era sempre chitarrista, ma molto più riccardone, per cui vi assicuro che era un disco che metteva d’accordo un po’ tutti, semplicemente perché era molto bello e chi lo aveva sentito, voleva poi riascoltarlo. Pino Scotto adesso farà anche ridere, ma questo disco è roba seria. (Stefano Mazza)

8 commenti

  • Finalmente qualcuno che tesse le lodi della paolino paperino band!!! Fetta disco incredibile, senza però dimenticare il primo disco, pislas. Canzoni ancora oggi memorabili e che forse hanno contribuito a fare maturare la mia coscienza sociale. E poi diciamoci la verità, una canzone come alcool puro spacca il culo ai passeri.

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  • Wrong dei No Means No… che non c’entra ma è un disco ineguagliabile. Che gruppo fantastico erano!

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  • Grazie per aver ricordato la mitica “scena” di quegli anni! Upcoming Grave, Iconoclast, Sinoath, Genital Grinder (bellissima la loro demo!)… L’importanza di Passage to Arcturo… Il mitico Andrea Zanetti (richiestissimo a quel tempo). Dalla Sardegna, ricordo anche l’infaticabile Mauro Pirino… E quanto ci manca il tapetrading!

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  • Io ho il vinile della Strana … è uno dei dischi più belli che abbia mai sentito … anche se mi infonde una tristezza incredibile per motivi personali …. ho amato e stravisto live i vanadium .. ma quello forse è l’unico disco che non ho sentito ..

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  • “Radici” di Guccini contiene anche “Canzone della Bambina Portoghese”, che realizza tutto il suo pontenziale nella versione in odore di prog metal suonata su “Nomadi in Concerto” del 1989, da… beh, Beppe Carletti e un po’ di ottimi turnisti.

    È su YouTube.

    Recuperatela, non sarete delusi se avete consumato i solchi 11th Hour dei Fates Warning.

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