OCULUS VACUI – Rites of the Sabbath

Gli ultimi giorni di dicembre hanno visto il ritorno anche degli Oculus Vacui, a due anni abbondanti di distanza dal debutto Alkahest, uscito per Goatowarex sia in cassetta (70 copie) che in vinile (200 copie andate esaurite dopo nemmeno tre minuti dalla sua immissione sul mercato… Ci ritorno dopo). Mi chiederete: “E questi qui chi diavolo sarebbero?”. Sono due ragazzotti olandesi che scrivono raw/occult/depressive black metal con più di una digressione nell’ambient, all’interno di  brani tutti prevalentemente lunghissimi. Nel caso qui in esame sono solo due e sfiorano entrambi i venti minuti, ma non è che su Alkahest le cose fossero poi così diverse, dato che dei quattro pezzi tre erano da minimo un quarto d’ora, tant’è vero che era un doppio vinile.

Dico subito le cose come stanno: per me non sono niente di speciale. Sì, per carità, sono bravini, i riff sono molto burzumiani misto DarkThrone, anche i suoni sono presi di peso dalla scena norvegese dei cari vecchi tempi andati, gli arrangiamenti di tastiera tenuti nelle retrovie arrotondano il suono e anneriscono molto l’atmosfera e il risultato finale dei pezzi. Ho tuttavia il forte sospetto che i due olandesi da soli non avrebbero generato tutto questo hype senza due session (session? Hanno suonato su entrambi i dischi) come Henrik Björkk alias Nordvargr (cioè il tipo di MZ 412 e in qualche momento nel tempo tastierista pure di Forgotten Tomb e Thee Maldoror Kollective nonché dei superbi blacksters greci Naer Mataron, che a mio umile parere questi Oculus Vacui se li mangiano a colazione) e Gionata Potenti alla batteria, qui nell’incarnazione di Omega, cioè uno che ha suonato e suona in ogni gruppo possibile ed immaginabile dagli Acherontas ai Fides Inversa, dai Frostmoon Eclipse ai Chaos Invocation e potremmo farci notte ad elencarli tutti. Eppure il suddetto hype è tanto solido che il vinile del primo album viene già flippato tra i cento e i duecentocinquanta euro ed evidentemente c’è qualcuno che quei soldi è disposto a spenderli anche se ripeto: stiamo parlando di un gruppino di seconda fascia e nulla più.

Di originale nella loro musica non c’è praticamente nulla e, se è ben vero che non si può pretendere che ogni santo gruppo che si affaccia alla scena black metal debba per forza di cose innovare o rivoluzionare il genere, quello che auspico io è che per lo meno gli si dia il peso e l’importanza che merita, che effettivamente merita. Solo perché hai amici (perché non posso far altro che pensare che – chiamiamoli con i loro pseudonimi va’, che si fa prima – Omega e Nordvargr siano loro amici) che ti presentano o raccomandano ad una delle etichette più sputtanate di tutto il panorama black metal, che vive mettendo in vendita dischi in vinile che gli hipster comprano a scatola chiusa solo perché è QUELLA l’etichetta che li fa uscire – quale che sia il gruppo o la musica che suona non ha importanza – e dieci minuti dopo possono già andare a rivendere su Discogs a prezzo quintuplicato perché il fesso che glieli compra deluso per non essere riuscito a schiacciare F5 in tempo tanto lo trovano, non fa di te un grande artista e non rende la tua musica migliore di quello che in effetti è.

Credo di essere arrivato a un punto della mia vita nel quale posso permettermi di dire che il comprare un disco solo perché “eh ma tra un anno sai a quanto lo rivendo?” sia diventata una cosa vomitevole che sta uccidendo l’heavy metal. Io parlo di black metal perché è quello che mi interessa di più e perché sono più informato su queste cose, ma credo che oramai il fenomeno sia generalizzato e non risparmi nessun rivolo della nostra musica preferita. Smette di contare la musica, che invece dovrebbe essere l’unica cosa che importa. Poi, certo, se un disco ti piace molto/moltissimo/lo adori è anche bello avere un’edizione fisica, anche la più bella che si trova, ma non a qualunque prezzo e non a qualunque costo. Compreso il debutto, gli Oculus Vacui hanno inciso in totale sei brani che sono la pedissequa riproposizione di schemi già usati da altre cento miliardi di bands e non hanno – ripeto: non hanno – alcuna valenza artistica superiore ai suddetti altri cento miliardi di gruppi che li hanno anch’essi riciclati prima di loro. Non sarà certo un’edizione in vinile limitata a cento copie a farli passare alla storia. Il cantante si scuoia la gola e si sbrindella le corde vocali urlando versacci incomprensibili, i pezzi vengono tutti montati su due o tre riff graziosi che si portano a spasso tutto il brano per decine di minuti ma di imperdibile, di fondamentale non c’è nulla e meno che mai si può pensare di spendere duecento e più euro per dischi del genere. Vero, c’è sempre il digitale. Cioè: nel giro di quindici giorni sei già passato ad altro e questo Rites of the Sabbath lo hai già dimenticato. (Griffar)

3 commenti

  • Uscire con 100 vinili vuol dire che stai già pensando ai gonzi che si indebiteranno per poterne avere una copia. Sarà pure cool come scelta, ma a me mette tanta tristezza. Poi per carità: se uno vuol sputtanare così i soldi son fatti suoi, ma un gruppo che esce appositamente con questa logica di mercato mi sta altamente sul cazzo.

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    • Se l’avessimo fatto negli anni novanta piuttosto che piazzare CD e cassettine a prezzi popolari, penso che oggi di alcune scene musicali se ne sarebbe perso anche il più labile ricordo.

      Personalmente valuterei una spesa del genere solo se fosse inciso su pergamena di pelle di Ozzy Osbourne certificata, con tanto di test antidroga.

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  • Condivisibilissimo!

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