SUPERSTATIC – Glimmering Veil

Un’altra label che non sbaglia un colpo è la russa Solitude Productions, molto meno prolifica di quanto sia usuale di questi tempi, i cui pochi dischi si stagliano nel cielo come stelle baluginanti, lontani dalla massa di uscite mediocri che affollano le terre desolate. Quest’anno ha fatto uscire meno di dieci titoli, tra i quali gli Ornamentos del Miedo, gli altrettanto eccellenti brasiliani Helllight, i mortiferi russi Intaglio e poco altro. In mezzo a questo poco altro c’è il secondo album degli irlandesi Superstatic, che vede la collaborazione di Sergei Lazar dei russi Arkona come chitarrista e produttore e che segue di tre anni il debutto Key to the Abyss, disco che definire poco fortunato a livello commerciale è limitativo.

Glimmering Veil viene inquadrato abbastanza semplicisticamente nel filone death/doom metal e, vista la nazione di provenienza della band (che fa capo principalmente al russo Rustam Shakirzyanov aka Alex, pure cantante dei Rakoth ma oramai irlandese d’adozione visto che è stato anche bassista dei Cruachan e vive lì da tempo), la musica ivi contenuta viene considerata in modo approssimativo ed affrettato come un’evoluzione nemmeno troppo marcata del primo periodo creativo di band come Anathema, Decomposed e My Dying Bride, insomma quel death metal lento e mortifero che venne alla luce in Inghilterra sul finire degli anni ’80 ed ebbe rilevante successo prima che le suddette band si dedicassero ad altro.

Al contrario i Superstatic hanno poco o pochissimo in comune con la musica della scena death/doom inglese di trenta e passa anni fa. Piuttosto, se proprio vogliamo fare dei paragoni, io preferirei indicare come influenze più marcate i primi due album dei Solitude Aeturnus e quel gioiellino che fu Forgotten Sunrise dei Sorrow americani, pure questi riconducibili al filone death/doom ma ben più sperimentali dei depressi inglesi che facevano versare all’ascoltatore fiumi di lacrime per le innumerevoli miserie che la vita riserva, senza divagare più di tanto – forse niente, in realtà – nella sperimentazione sonora. Glimmering Veil è decisamente tenebroso, con la sua durata superiore alla media anche per un album che propone brani suonati unicamente a velocità basse o bassissime. Contiene sette pezzi e dura settantadue minuti, col più corto che ne dura otto ed il più lungo oltre diciassette.

Tolta la voce cavernosa in growling perenne, che è l’unica cosa che nel corso del disco rimane immutabile, la musica guarda spesso all’avantgarde sperimentale, sia che venga introdotta come influenza da sonorità di chitarre inusuali tipiche di certo prog psichedelico, sia con l’uso di tastiere o sequencer solitamente più adatti alla musica elettronica che ad un disco che rimane stabilmente nell’universo heavy metal. Succede anche che certe parti dei brani vengano rette dal solo basso, distorto oltre l’immaginabile (l’opener I Have No Mouth and I Must Scream), e che le chitarre entrino solo per suonare i riff sulle note alte. Possono anche esserci arpeggi liquidi, siderali nei loro effetti distorti ed allungati oltre le vastità del cielo (il lunghissimo pezzo conclusivo Remember Citadel, il più affascinante dell’intero album), e può esserci una voce femminile a contraltare la voce cavernosa di Rustam; anche in questo caso si concede largo spazio a dissonanze che accentuano la sensazione di angoscia e fastidio che la musica intende infondere, così come parimenti nelle pieghe del disco si possono apprezzare tetre, fosche melodie persino piacevoli ed armoniose. Naturalmente, non ci sarebbe bisogno di scriverlo ma meglio ribadirlo comunque, l’ascolto di tutta l’opera non è un’accessibile ovvietà, qualcosa di leggero che scorre via come l’olio sul marmo. La pesantezza della musica è concreta, quasi reale, come se ci si mettesse in spalla uno zaino caricato con un’ottantina di chili di pietre e si dovesse portarlo in una zona impervia cui si accede solo a piedi. Se però ci si sente in grado di sopportare questa fatica, il disco regala emozioni e notevole soddisfazione, anche se può volerci parecchio tempo per apprezzarne il notevole potenziale. (Griffar)

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