Avere vent’anni: WINDIR – 1184

Dei Windir e del suo factotum Terje “Valfar” Bakken qui a Metal Skunk abbiamo già parlato diffusamente in occasione dei vent’anni del precedente capolavoro Arntor, il disco considerato da molti (compreso il sottoscritto) il punto massimo mai raggiunto dalla band norvegese. Se è vero che le vette di Arntor sono tuttora inarrivabili, possiamo anche tranquillamente dire che la vera e propria maturità stilistica viene raggiunta con questo 1184, il lavoro che ha fatto conoscere Windir al grande pubblico e che tutt’oggi è considerato uno dei capisaldi del folk/viking metal, sebbene questa definizione sia sempre molto restrittiva rispetto al talento e al genio musicale di Valfar. Bastano le prime note di Todeswalzer per capire subito come stavolta le cose vengano fatte in maniera molto più “professionale” rispetto ai due dischi precedenti: prima di tutto una registrazione molto più piena e corposa con le chitarre sempre in chiara evidenza, poi l’utilizzo della lingua inglese nei testi (se escludiamo la title track e Heidra che si avvalgono del “solito” dialetto di Sogndal) e, cosa ancora più fondamentale, il fatto che a ‘sto giro Valfar non fa tutto da solo ma si avvale dei suoi connazionali e amici Ulcus, a cui si aggiunge Cosmocrator dei Source of Tide ad occuparsi della voce pulita.

Nonostante il marchio di fabbrica Windir sia sempre evidente, il sound e l’atmosfera generale non sono figli di un blocco unico ma variano molto da un pezzo all’altro, con retaggi simil-thrash (sentite la parte inziale di Dance of Mortal Lust) e le influenze black‘n roll di The Spiritlord, quasi a presagire il sound che porterà avanti il resto della band sotto forma di Vreid all’indomani della tragica scomparsa del loro compagno. Se il bellissimo ma ancora acerbo Sóknardalr e Arntor si potevano inquadrare nel tipico northern/viking black metal fatto di tremolo picking a manetta, con quel tocco drammatico dato dalla chitarra di Valfar, 1184 in certi momenti ti annichilisce con una violenza monolitica inaudita, mitigata solo parzialmente da parti abbastanza lunghe di synth e basso che cercano di dare un po’ di respiro al tutto. Altri picchi assoluti del disco sono la già citata Heidra, Destroy e naturalmente Journey to the End, il loro brano-simbolo assieme alla clamorosa Svartesmeden og Lundamystrollet del disco precedente, con quel suo finale simil-synth pop adorato da alcuni quanto vituperato da altri, una cosa che solo ad un personaggio estroso e fuori dagli schemi come Valfar poteva venire in mente.

1184 è l’ennesimo grandissimo lavoro degli Windir, anche se ho come l’impressione che sia stato molto più studiato e tavolino rispetto ai due full precedenti, come se la presenza di altri membri abbia da un certo punto di vista incanalato nella normalità il genio creativo di Valfar. Personalmente preferisco le atmosfere melodrammatiche e più legate ad un certo raw black metal dei dischi prima, ma nulla toglie ovviamente a questo lavoro che rimane un acquisto assolutamente obbligato per tutti i fan di Windir e non solo. RIP Valfar. (Michele Romani)

 

3 commenti

  • Che si preferisca i primi due o gli ultimi due (come per il sottoscritto) poco cambia, sono quattro pietre miliari registrate da uno dei più grandi di tutto il giro Black/Viking/Folk. Journey To The End da lacrime ogni volta.

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  • Proprio stamattina mi è venuta voglia di metterlo su, adesso vengo qua e c’è il ventennale. Coincidenze? Io non credo

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  • Album immenso anche se personalmente preferisco Arntor. Pochi giorni fa sono riuscito a comprare Valfar, Ein Windir per completare la discografia. 5 album da consegnare ai posteri

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