Il passare del tempo secondo i GLACIER

Il passare del tempo: questo è il primo full dei Glacier a 36 anni di distanza dall’unica altra loro uscita ufficiale, quell’EP eponimo del 1985 che divenne un oggetto di culto tra tutti gli estimatori del metal classico in generale e dell’US power metal in particolare. Un ritorno che per me è stato come un fulmine a ciel sereno, dato che non avevo letto anticipazioni o notizie riguardanti la reunion del gruppo di Portland né avevo avuto modo di sentire il singolo dell’anno scorso, Raise the Fist, che mi pare sia passato abbastanza inosservato nonostante sia un gran bel pezzone.

Il passare del tempo che per i Glacier sembra scorrere molto lentamente, ma è un trucco, perché l’unico membro rimasto della formazione classica è Michael Podrybau, il cantante, mentre tutti gli altri sono baldi giovinotti più o meno freschi. La prestazione vocale di Podrybau è comunque molto diversa da quella del vecchio EP, tanto che mi sento di poter dire con una certa sicurezza che il Nostro ha di sicuro preso lezioni di canto; nel 1985 non sembrava il cantante più dotato del mondo, diciamo, e anzi quella voce eccessivamente sgraziata e sforzata era forse la pecca del disco; adesso invece pare aver acquistato in potenza ed estensione, e in alcuni sporadici momenti ricorda addirittura non dico un emulo di Bruce Dickinson ma quantomeno un emulo di un emulo di Bruce Dickinson (quindi un emulo di Josh Winnard dei Dark Forest, o chi volete voi). Lo stile musicale in sé invece mi sembra più riflessivo e potente rispetto al passato, ma è anche vero che quei ventitré minuti erano davvero pochi per tirare le somme sul loro vecchio stile. The Passing of Time è comunque un gran bel disco di metallo classico solido e ben strutturato, con qualche puntata nell’epic metal (come nella conclusiva The Temple and the Tomb) e qualche altro episodio più frizzante, e che guadagna valore con gli ascolti e il passare del tempo, appunto.

Il passare del tempo, quindi, titolo perfetto per un gruppo apparso di colpo quasi quarant’anni fa, sparito di colpo subito dopo e ritornato adesso sulle scene. Un concetto intorno a cui gira anche la copertina, non tanto per la clessidra in bella evidenza quanto per lo stile del disegno, una rivendicazione d’orgoglio e d’appartenenza precisamente in linea con l’estetica anni Ottanta, tanto per mettere subito le cose in chiaro.

Infine il passare del tempo anche per noi, che recensiamo l’album a un anno dalla sua uscita. Sono sicuro che non ce ne vorrete, perché alla fine l’importante è averne parlato e poi in questi anni avrete imparato a conoscere il nostro perenne stato di distrazione; probabilmente se ce ne fossimo accorti prima i Glacier sarebbero finiti nella nostra playlist 2020 ma va bene così: ci diamo appuntamento sotto il palco non appena passeranno da queste parti e dopo un paio di birre gelate saremo tutti perdonati. (barg)

One comment

  • Non li conoscevo e quindi un grazie alla redazione. Sabato mattina nebbioso in provincia di Como, ormai rarissima, sono al pc e me li godo mentre lavoro. Hail!

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