Avere vent’anni: DISAVOWED – Perceptive Deception

Ci fu un momento in cui nella vecchia Europa si diffuse una discreta voglia di suonare di nuovo death metal il più brutale possibile e mettendo in mostra doti tecniche tutt’altro che trascurabili. La cosa più o meno riguardò tutti gli stati, dalla Germania (Tombthroat, Defeated Sanity et similia) all’Italia: noi per esempio abbiamo gli Hour of Penance che si sono guadagnati un’eccellente reputazione a livello mondiale, e d’altro canto gli olandesi non hanno voluto essere da meno e nel giro di pochi anni realtà come Houwitser, Pyaemia e Severe Torture, oltre a gruppi più grindeggianti tipo Inhume o Prostitute Disfigurement, si sono fatti tutti notare per la proposta musicale estrema, distruttiva e violentissima, suonata però in modo che i brani non sembrassero solo un’accozzaglia di rumori priva di senso.

Dopo la demo di tre pezzi Point of Few uscita sul finire del 2000, che li aveva fatti notare nell’ambiente brutal death, i ragazzi vengono messi sotto contratto da Unique Leader, label americana del tutto dedicata al genere, scopritrice di talenti in giro per il mondo e con la caratteristica di non aver mai avuto band inutili o marginali nel roster (è del tipo dei Deeds of Flesh, ovvio che qualcosina di brutal death ne capisca). Poco tempo dopo esce Perceptive Deception, l’album d’esordio che contiene i tre pezzi della demo più altri sei nuovi di zecca per un totale di trentadue minuti di musica.

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Il disco è un massacro dall’inizio alla fine, senza se e senza ma, un massacro che necessita di orecchie ben allenate a cotanto macello senza che ci siano praticamente mai attimi di pausa o momenti meno brutali, ammesso che non vogliate considerare tali i frequenti stop’n’go inseriti nelle partiture per accentuare l’idea di tecnicismo spinto e ritmare maggiormente i brani. I quali denunciano sin dalle prime note della opener Rhizome una prevalente influenza dei Suffocation dei primi tre album, anche se non ne sono una copia, perché i Disavowed cercano, anche con un certo successo, di elaborare quel modo di comporre brutal death in modo più personale; siamo in Europa, l’Europa è la culla del black metal ed è evidente che quasi tutti i gruppi brutal europei di quell’epoca abbiano fatto tesoro del modo di scrivere riff di quel tipo, quindi con frasi musicali più lunghe e contorte in tremolo picking sulle corde più alte, così da ottenere qualcosa di vagamente somigliante ad una melodia, prendendo però questo termine in senso molto lato. Inoltre durante questi episodi i suoni sono meno compressi, e, anche quando si tratta di scrivere riff stoppati con i power chord nei momenti più groovy (non mi azzarderei a definirli “lenti” perché la lentezza qui non è proprio di casa), la compressione è meno estrema, meno spinta verso pastoni magmatici tanto cari agli americani, dei quali molto spesso si ha l’impressione di non riuscire a comprendere effettivamente appieno un riff che sia uno, specialmente nel caso di gruppi di livello non stratosferico come al contrario sono stati appunto i Suffocation, i Cannibal Corpse, i Deeds of Flesh e pezzi da 90 di questo livello, che questo genere se lo sono inventato ed ovviamente lo hanno composto e suonato meglio di altri arrivati in seguito.

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Pure la scelta dei suoni è meno estrema rispetto a quanto solito sentire in un disco di brutal death americano, perché le chitarre sono meno ribassate; molto spesso, quando le chitarre suonano partiture alte, rimane solo il basso distorto a creare il wall of sound, ed è piacevole notare come il basso venga trattato in modo equanime agli altri strumenti, senza che venga inglobato in un innocuo impasto in cui non si riesce a distinguere una sola nota né chi stia suonando che cosa. Lo strumento che tra tutti spicca di più è la batteria, sovraesposta dall’inizio alla fine e registrata con dei suoni secchissimi che aumentano maledettamente la sensazione di violenza distruttiva. Suonata con la cadenza di un fucile mitragliatore, sempre vicinissima al confine del blast beat e mixata molto in evidenza, mette immediatamente in risalto le indubbie qualità tecniche di Robert Vrijenhoek – anche batterista dei Pyaemia, gruppo forse ancora più tecnico che vidi dal vivo una barca di tempo fa e che mi lasciò sbalordito – senza comunque oscurare il binomio basso/chitarra che macina riff su riff tecnici dall’alto quoziente di difficoltà con un affiatamento ed una coesione impossibili da non ammirare.

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Ecco, forse le vocals sono un po’ monotone, con questo growling cupo e cavernoso che rimane tale per tutti e trentadue i minuti dell’album; se fosse stato un po’ più cangiante il gruppo avrebbe probabilmente avuto un successo commerciale più significativo (stiamo ancora parlando di un’epoca nella quale i dischi si vendevano ancora prevalentemente in formato fisico) rispetto all’essere conosciuti quasi esclusivamente nell’underground più marcio. Potevano anche magari svariare un po’ di più negli schemi compositivi, ma pubblicare un disco d’esordio di questo livello in un contesto musicale così estremo non è da tutti, perché entrare in uno studio, registrare ed uscirsene poi fuori con un prodotto non distante dal casino puro e semplice senza né capo né coda è successo molto più frequentemente di quanto si pensi. Succede da sempre che il brutal death venga ibridato con lo slam, con il qualcosacore o con qualche diavoleria moderna che ha fatto in modo che tutti i dischi dessero l’idea di sembrare l’uno identico all’altro, con qualche rara eccezione. Persino i gruppi storici si sono involuti tentando poco convinte commistioni con generi più “alla moda”, oppure hanno continuato sulla via più facile di scrivere album senza mordente, indistinguibili i nuovi dai vecchi, repliche prive di valore.

Perceptive Deception è una bella mazzata sui denti ed uno dei dischi brutal death europei che io ho apprezzato maggiormente. Non servì ai Disavowed per fare il botto a livello di vendite, dopodiché il batterista ebbe diversi problemi alle braccia ed abbandonò la band (ed anche i Pyaemia, che di fatto perdendolo decisero di sciogliersi poco dopo, non essendo stati in grado di trovare un sostituto al suo livello), la Unique Leader li mollò, ci vollero sei anni per poter ascoltare nuovi brani (Stagnated Existence, 2007) e dopo ancora ben tredici per un nuovo CD (Revocation of the Fallen, 2020). Tre dischi in 21 anni. Onore alla loro coerenza e alla loro perseveranza, penso però che abbiate già compreso quanto – immeritatamente – siano sempre stati del tutto sottovalutati. (Griffar)

6 commenti

  • Mai sentiti! Hai ragione sulla voce: il gutturale continuativo senza sosta, già dopo poche battute può annoiare. Penso sia anche un discorso di registrazione, di distanza dal microfono (un cantante deve sapere quando avvicinarsi e allontanarsi per creare atmosfera, coi fade in e fade out), e di regolazione del compressore sulla voce. Che dire, strumentalmente un capolavoro.
    Scusa se sono una palla al piede e ti tampino scrivendo sempre, ma recensisci sempre dischi favolosi
    Ciao

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  • Ma figurati, per cosa c’è da scusarsi? A me piace parlare di bei dischi😀 e se posso far conoscere un po’ di metal bello marcio e violento non posso che esserne felice 🙌
    Ciao, grazie a te

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  • Gran disco, a me personalmente piace di più stagnated existance, ma il livello è sempre altissimo. l’album dello scorso anno merita? me lo sono perso totalmente.

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  • Anche stavolta ottimo colpo Griffar. Come Fredrik anche io preferisco Stagnated Existence sia perché lo trovo molto meno monolotico rispetto a Perceptive Deception ma anche per la performance mostruosa di Roumain Goulon alla batteria. Comunque sono dettagli, si parla di due dischi formidabili e una band sicuramente sopra la media soprattutto in termini di songwriting. Peccato che con il nuovo album mi abbiano lasciato l’amaro in bocca…

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