Dieci dischi per gli anni Dieci – Giuliano D’Amico

Gli anni dieci hanno visto il mio ritorno, piuttosto sporadico in verità, al “giornalismo” (prrr) metal, grazie alla spettabile redazione di Metal Skunk (qualcuno forse saprà che ho un passato su Kronic.it e Psycho!). Paradossalmente, però, in questi dieci anni il metal ho praticamente smesso di ascoltarlo, e i miei gusti, si può dirlo, sono andati in caduta libera. Intendiamoci: le vecchie glorie continuano a scaldarmi il cuore, ma la stanchezza e la vecchiaia mentali davvero non mi fanno capire il mondo metal di voi giovani. Quella che segue è quindi la colonna sonora per invecchiare male: fatene tesoro.

SAM PAGLIA – Night Club Tropez (2010)

Scoperto per caso grazie a uno Shazam all’acquario di Monterey, CA (true story), l’hammondista Sam Paglia (o Samuele Pagliarani da Cesenatico) è stata la mia vera folgorazione del decennio. La sua via all’hammond, che dal classicismo di Jimmy Smith passa a Walter Wanderley fino ad Armando Trovajoli, mi ha aperto il mondo che oggi va sotto il nome di rivoluzione lounge (o generazione cocktail), e ha formato la mia sensibilità in maniera irreversibile. Inoltre, Sam mi ha fatto andare in fissa con l’hammond, e da lì ad ascoltare Jackie DavisPaolo Apollo Negri e l’immortale Klaus Wunderlich 24/7 il passo è stato breve. Night Club Tropez è una ristampa di un disco uscito all’apice della generazione cocktail (intorno al 2000), ma suona sensuale e retro oggi come allora. Sam è uno che si sporca le mani e si carica l’hammond (vero e pesantissimo) su e giù per la riviera romagnola ormai da molti anni. Cercate di intercettarlo durante le vacanze e non ve ne pentirete.

STACEY KENT – Raconte-moi… (2010)

Scoperta anche lei per caso, cercando altre versioni de L’etang di Sacha Distel cantato da Blossom Dearie (altra ammeregana che provava a cantare in francese), Stacey Kent è stata la conseguenza diretta di aver conosciuto e poi sposato una mangiarane. È chiaro che si tratta di piagnistei, ma in fondo che c’è di male? Provate a mettere Jardin d’hiver al vostro prossimo appuntamento, e poi riprovate con i Malevolent Creation. Con quale sottofondo finirete a scopare e con quale no? Traete le vostre conclusioni. Stacey Kent fa parte di quelle chanteuses moderne che ti svoltano le serate, come a loro modo Melody Gardot o Cristina Branco, e dopo una settimana di lavoro, con le creature a letto, la moglie accanto e un bicchiere di Kaefferkopf, io non trovo di meglio. E la sua versione di Hushabye Mountain è quasi bella come quella dei Current 93.

BLOOD CEREMONY – Living with the Ancients (2011)

Uno dei pochi legami che ancora ho con il metal che amavo, i Blood Ceremony hanno dimostrato di avere tutte le qualità per farsi piacere. Cazzimma doom settantiana, flauti e tastiere Bontempi a manetta, e soprattutto tanto satanismo campestre, uno dei pochi sani valori rimasti a questo mondo. Avrei, in realtà, potuto scegliere uno qualsiasi dei loro dischi del periodo, ma Living with the Ancients si prende un po’ più sul serio e svaga meno nel pop, quindi consiglio questo. Inoltre, è forse il disco in cui lo zio Al, che mi tenne parecchio impegnato intellettualmente nella prima parte dello scorso decennio, fa più sovente capolino nei testi (qua qua), senza contare il brano dedicato a uno dei libri più illeggibili di sempre e fonte di tutti i mali che oggi ci affliggono. Come non voler bene a chi ha il coraggio di dedicare del tempo a ‘sta roba? Il buon gusto è un gusto mediocre, pare dicesse Luis Buñuel; il cattivo gusto è prerogativa del vero genio.

GEORGES BRASSENS – Best of 40 Chansons (2014)

Altra conseguenza di aver sposato una francese, la mia riscoperta di Georges Brassens, che i miei ascoltavano tantissimo quando ero bambino, è andata in un senso più utilitaristico (leggi: imparare la lingua) che musicale. Ci sono alcune cose in cui i nostri cugini d’oltralpe, con buona pace di Svevo e Federì, ci fanno barba e capelli: i formaggi a pasta molle, l’hockey su ghiaccio, e soprattutto la laïcité. Ecco, io non riesco a trovare grosse differenze tra Fernande Animal (Fuck Like a Beast), o tra Les funérailles d’antan e Funeral Fog, o ancora tra Mysoginie à part e Partner della convenienza. Per quanto riguarda diti medi alla buona società (e ai preti), Brassens regge il confronto con il miglior punk rock e il black metal più blasfemo. In un mondo in cui l’unico rifugio è pensare a come era bello passare la giornata al bistrot di Charlot nel 1974, Brassens è una delle poche icone da salvare.

BOHREN & THE CLUB OF GORE – Bohren for Beginners (2014)

Il grosso problema che ho avuto, negli anni dieci, a continuare ad ascoltare black metal, è stata l’assenza di oscurità e di incantamento. A farla breve, per qualche meccanismo mentale ho perso la suspension of disbelief necessaria per godere di questa musica, e come dicevo in testa all’articolo, a parte le vecchie glorie (che ascolto ormai ogni tanto per nostalgia della giovinezza), non riesco a trovare band che riescano a smuovermi veramente. In quanto a oscurità, i Bohren & the Club of Gore sono stati forse l’unica eccezione che ho intercettato, con il loro incrocio di jazz e ambient che più scuro non si può. Hanno una discografia nutrita che non ho ancora esplorato a fondo, ma molto mi pare riempitivo, quindi questa compilation è l’album che ha girato più a lungo nel mio lettore. KarinConstant Fear e Prowler sono da sole capaci di spegnere immediatamente la luce (o di causare un’eclissi solare) in qualsiasi momento della giornata.

KLIMT 1918 – Sentimentale Jugend (2016)

Quando i Klimt 1918 iniziarono ad avere un certo seguito, una ventina di anni fa, erano davvero una perla rara per chi come me era cresciuto a Katatonia, Paradise Lost e Novembre. Quel tipo di doom melodico riletto alla luce dello shoegaze, dei Police e della canzone melodica italiana era perfetto quando si doveva giocare ai depressi o organizzare un cocktail a casa propria. Li ho seguiti con attenzione nel corso degli anni e non mi pare che il loro discorso sia cambiato granché; poco male, in verità, perché complice anche la nostalgia dell’expat, la loro narrazione dell’Italia (e di tante altre cose) me li ha fatti sempre sentire vicini. Così è con Sentimentale Jugend, un disco così lungo da contenere fin troppi singoli e brani memorabili. Menzione d’onore va però a Stupenda e misera città, sonorizzazione del Pianto della scavatrice di Pier Paolo Pasolini, che mi ha fatto finalmente rileggere la sua opera come operazione nostalgia.

IANVA – Canone europeo (2017)

Mio ultimo, flebile legame con la Black Widow, etichetta con cui ero in fissa totale all’inizio del millennio, gli Ianva sono uno dei pochi gruppi neofolk che ho seguito dagli esordi e non ho smesso di amare. Canone europeo ha segnato il ritorno a ciò che gli Ianva sanno fare meglio, ovvero la rilettura dell’Italia moderna vista con occhi, diciamo, non della storiografia ufficiale. Qui gira tutto alla grande, a patto di poter concepire/accettare/tollerare un certo punto di vista culturale: resta infatti il dubbio o il rischio che a sfrucugliare certi argomenti si finisca inevitabilmente in odore di ideologie di cui non sentiamo la mancanza. Ma al di là di certe riserve, tra le varie perle dell’album mi sento di consigliare Benvenuto, omaggio a quella Vita del Cellini che è l’importantissimo controcanto alla narrazione corrente dell’Italia rinascimentale: un mondo fatto di botte da orbi, tagliagole ad ogni cantone, cortigiane zoccole e pugnali sfoderati “non appena qualcheduno offese il mio amico Michelagnolo”. Libro imprescindibile.

TUSMØRKE – Bydyra (2017)

Se mi chiedessero un motivo a caso per cui sono felice di vivere nel luogo in cui sono in questo preciso momento, credo che una possibile risposta sarebbero i Tusmørke. Di loro ho già parlato approfonditamente, quindi non starò a ripetermi, ma chiunque abbia bazzicato il giro underground a Oslo negli ultimi 7-8 anni non credo non possa averli intercettati. A svantaggio del loro folk-prog psichedelico va una certa prolissità, unita a una produttività forse eccessiva, che li ha portati a sfornare un disco lunghissimo ogni 1-2 anni, con troppi riempitivi e cadute di stile. Quindi la palma va alla loro prima operina prog rock per bambini, che ha svezzato musicalmente la mia figlia maggiore. Il culmine è stato raggiunto a un loro concerto, quando lei – a due anni di età – ha insistito per restare in prima fila senza mamma e papà, per ballare ed applaudire il procione, lo scoiattolo e la cornacchia che suonavano i suoi pezzi psych-prog preferiti. Migliore indottrinamento musicale non si poteva davvero sperare.

GRANEM – Solstreif (2019)

In questa casella avrei in realtà voluto inserire Night Drive dei Timecop1983, ma, visto che l’ha già menzionato qualcun altro, passiamo pure a Granem e al suo primo e per ora unico album, oltre a qualche singolo uscito successivamente. Scoperto, come scrivevo qui, di spalla a un concerto neofolk, il progetto acustico di Frode Granum Stang mi ha subito entusiasmato per la sua semplicità di esecuzione e di messaggio. Bastano una voce e una chitarra, insomma, per fare arte, e, un po’ come per Bohren, a spegnere del tutto la luce pure in pieno giorno. I due pezzi di apertura, Svarte kråker e Dagene, riescono in ciò che fanno solo perle del calibro di Suzanne Scarborough Fair. L’umore scende sotto i piedi, si entra in un’altra dimensione e ci vogliono quattro o cinque caffè, se non un paio di sane sberle, per ritornare in carreggiata. Per chi fa musica, penso sia uno dei migliori complimenti possibili.

Dannata balera (2017 e oltre)

Durante gli anni della mia formazione, il dogma dell’essere metallaro mi ha pressoché impedito di esplorare il mondo della radio, fatta eccezione per qualche scalcagnata emittente che trasmetteva trucidume a notte fonda. Invece Dannata balera, programma scoperto per caso grazie a una puntata dedicata a Sam Paglia (il cerchio si chiude), mi ha letteralmente tenuto a galla durante il lockdown, insieme al mai troppo lodato Qui un tempo era tutta campagna…elettorale. Il salotto dei fratelli Balera mi ha portato ogni settimana a scoprire nuove e vecchie perle di italodiscolibrary musicNapolifunk altre zozzerie del genere, oltre che a riportare l’expat al mondo del cinema di serie Z che è una delle cose che più mi manca all’estero. Grazie a Dannata balera sono anche arrivato al mixino settimanale di Maledetta discoteca, che da un anno a questa parte mi svolta i weekend, e a realizzare che, in fondo, per sopravvivere ai problemi e alle miserie dell’oggi, l’unica via è un Tico Tico. (Giuliano D’Amico)

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