ÁLFHEIM – Viking Soul

Le recensioni sono pareri strettamente personali su un disco. A parte pochissimi parametri esterni come importanza storica o perizia tecnica, l’oggettività non esiste e, quando qualcuno si picca di ricercarla, quel che ne esce fuori è un parere comunque soggettivo (non si scappa) però scritto in modo impersonale e rigido. Dunque non vale proprio la pena di sforzarsi ad essere obiettivi e neutrali quando si parla di un disco, perché alla fine la recensione sarà sempre giocoforza soggettiva, ma solo più noiosa da leggere.

Quindi nessuno dovrà rompermi i coglioni quando dico che il debutto degli Álfheim è un gran bel disco. Questo è il mio spazio personale, là sotto c’è la mia firma e dico quello che mi pare. E sì, lo so benissimo che Viking Soul risente della giovane età della band, che a volte è ingenuo e che i riferimenti stilistici non sono gli stessi che avrei usato io che ho il doppio della loro età eccetera, ma non mi importa nulla, perché il disco funziona, è fresco, è appassionato, e quando imbroccano bene la marcia riescono a tirare fuori cose pregevolissime.

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Ero rimasto folgorato dall’eponima, del cui video parlai qui. Come avevo già detto in quella circostanza, non c’era nessun motivo per cui quella canzone dovesse piacermi in modo particolare, dato che non credo che sia esattamente il mio genere, o perlomeno non lo è più da un bel pezzo; semplicemente, mi era rimasta in testa, continuavo a canticchiarla e appena potevo andavo a riascoltarla. Ho quindi aspettato il disco facendo il conto alla rovescia sul calendario e sinceramente devo dire di non essere rimasto deluso. Anche se la title track rimane comunque la mia preferita (ma c’è anche da dire che nell’ultimo mese l’ho ascoltata alla nausea, quindi non credo faccia testo), qui dentro ci sono delle cose molto pregevoli: ad esempio Until Dawn, con quell’apertura melodica silvana nel ritornello, o i chiaroscuri di Release, o ancora Get Out, che sembra una di quelle ballate acide e cosmiche che facevano gli Omnium Gatherum quando ancora spaccavano. Niente per cui strapparsi i capelli, oggettivamente, ma comunque non si spiega perché non riesco a toglierlo dal lettore.

La cosa bella è che gli Álfheim hanno riferimenti musicali tendenzialmente adolescenziali, ma non di adolescenti dell’anno 2021. Niente o quasi di tutto ciò che sentirete nel disco risente di ciò che è successo nel metal degli ultimi vent’anni: Viking Soul suona come un album di un giovane gruppo di fine Novanta/inizio Duemila, quando sembrava che non esistesse un mondo fuori dai Dark Tranquillity. Per qualche strana ragione che non riesco ancora a identificare, ho la netta sensazione che Viking Soul finirà nella mia playlist di fine anno. (barg)

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