Dieci film per gli anni Dieci: Matteo Ferri

L’ostinata determinazione del buon Bargone mi ha ritrascinato temporaneamente nell’infame mondo degli articolisti sottopagati di Metal Skunk per partecipare ad una serie di nostalgici pezzi sui dischi più importanti usciti nel decennio scorso. Dal momento che il mio entusiasmo giovanile nei confronti delle nuove uscite si è spento in maniera irreversibile da tempo, tanto che, quando mi chiedono i miei dischi preferiti di un determinato decennio, tendo sempre a chiedere al mio interlocutore di specificare di quale secolo (non a caso, da tempo, la quasi totalità dei miei ascolti giornalieri proviene da qui), la scelta è ricaduta sui dieci film del periodo 2010-2019. Ad essere onesti, in una ipotetica classifica dei decenni migliori del cinema, quello appena trascorso non lo metterei neanche in top 5. Per carità, sono usciti prodotti eccellenti e, più in generale, la qualità media si è alzata in maniera impressionante, tanto che perfino in Italia abbiamo ricominciato a fare qualcosa di valido, con la fotografia giusta, il sonoro decente e una confezione che non ci faccia vergognare della nostra cittadinanza. Non mi sembra, però, che il mero progresso tecnico sia stato accompagnato né da processi creativi particolarmente brillanti, né da una maggiore eterogeneità del pubblico. In parole povere, quello che ci siamo lasciati alle spalle verrà ricordato come il decennio dei remake (anche di film che sarebbe stato opportuno non toccare mai o di cose totalmente inutili e tra l’altro uscite poco prima), dei blockbuster con i supereroi (che, con tutto il rispetto per i defunti, rappresentano la morte del cinema), delle serie tv e probabilmente come il canto del cigno di una modalità di fruizione dei film spazzata via dalla pandemia e la cui dipartita verrà accelerata anche dal decreto Finestre firmato dal ministro Franceschini. Ma non è questo lo spazio per fare una riflessione sul futuro del cinema, quindi passiamo direttamente alla lista dei dieci film del decennio. La prima bozza ne comprendeva una cinquantina, ridotta sulla base di criteri che sfuggono a qualsiasi logica. Non sono “i migliori” – a parte Mad Max, film del millennio con 985 anni di anticipo sull’anno 3000 – e forse nemmeno i più i rappresentativi ma, in qualche modo, hanno significato qualcosa per me, oppure me li sono sparati talmente tante volte da convincermi che fossero dei capolavori . Ne ho scelto uno per anno, in base alla data di uscita.

SRPSKI FILM (Srđan Spasojević, 2010)

Vi ricordate il 2010? C’era già Facebook, in quel periodo si parlava solo di quanto fossero fastidiose le vuvuzelas e ancora si potevano vedere i video delle esecuzioni dei cartelli della droga messicani senza imbattersi nel fastidioso avviso “Contenuti riservati, questo video potrebbe mostrare immagini forte o violente“. Ad un certo punto esplose il caso A Serbian Film: l’horror più violento di sempre. Ma non una semplice sagra delle frattaglie, bensì un metaforone sulla situazione della Serbia, anche se dubito che la maggior parte di quelli che si fiondarono ad incensare il film fossero esperti di storia dei Balcani. Era davvero l’horror più violento di sempre? No, anche se non ci andava leggero, né graficamente né concettualmente. Era un metaforone sulla Serbia? Può darsi, ma a me il “newborn porn” continua a sapere più di paraculata exploitation che non di sottile e raffinata metafora sul paese. Da allora, il regista Srđan Spasojević non ha prodotto praticamente più nulla. Forse, parafrasando George Bush che scrive le sue memorie in un vecchio episodio dei Simpson, avendo già raggiunto tutti i suoi obiettivi con un unico film non ha ritenuto di dover produrre altro.

WARRIOR (Galvin O’Connor, 2011)

Nel 2011 Galvin O’Connor unisce il dramma famigliare del suo primo film (In cerca d’amore), la trasposizione cinematografica di uno sport (come in Miracle, il suo secondo lungometraggio) e aggiunge una dose di riferimenti autobiografici, narrando la storia di due fratelli divisi da giovani, anche se mi auguro che i due si siano ritrovati in maniera più pacifica rispetto ai fratelli Conlon del film. Warrior – e lo dico senza timore di smentita – è la pellicola più bella a tema sportivo dai tempi di Rocky anche se, così come faceva Rocky, lo sport lo mette in un angolino nonostante per buona parte del tempo si vedano allenamenti e incontri di arti marziali miste. Dura due ore e venti, 140 minuti nei quali tutto è perfettamente chiaro e prevedibile fin dall’inizio, qualsiasi intreccio narrativo va a finire proprio come deve finire, ogni snodo viene affrontato e risolto così come ci si aspetta e il finale è quello che chiunque ha immaginato già solo vedendo la locandina. Eppure non c’è mai la tentazione di saltare qualche scena e andare al dunque – ovvero a quando Tom Hardy inizia a pistare come l’uva gente che viene spacciata per la la crème de la crème dell’MMA – perché la storia e i personaggi hanno un cuore e ci si appassiona a loro indipendentemente dal numero di mazzate che danno/ricevono. Tra tutti i film di gente che si gonfia di botte sul ring usciti in quel periodo (e più di qualcosina di interessante ne uscì in quel periodo) è quello a cui sono più affezionato.  

THE BAY (Barry Levinson, 2012)

Sì lo so, nel 2012 è uscita anche la versione minore di Django (da noi in realtà è arrivata nel 2013), volendo ci sarebbe il controverso Quella casa nel bosco, in cui Thor moriva malissimo e veniva citato impunemente Lovecraft. Però la mia scelta ricade su un titolo tutto sommato minore, un eco-horror girato con la tecnica del found footage, insomma un misto tra qualcosa che andava di moda negli anni ’70 e una tecnica che in quel periodo aveva tutto sommato rotto già i coglioni. Però il mio film dell’anno rimane The Bay, non solo perché è un bel prodotto, ben girato e angosciante al punto giusto ma, soprattutto, perché qualsiasi cosa si muova su più di quattro zampe genera in me un terrore pari soltanto all’idea di pescare il Manchester United in un turno ad eliminazione di coppa. E poi Barry Levinson aveva già realizzato il mio film preferito del periodo under 10, quindi una menzione se la meritava.

THE SACRAMENT (Ti West, 2013)

Il 2013 è l’anno in cui è uscita tutta una serie di cose che non sarebbero mai dovute uscire, dallo sgradevole remake di Carrie a quello insensato di Martyrs, passando per quello non richiesto di Cannibal Holocaust girato da un regista che da vent’anni “omaggia” il cinema di genere italiano senza averlo mai capito. Chi un certo tipo di cinema l’ha vissuto e capito è Ti West, che avevo apprezzato molto con quell’esercizio di stile di The House of the Devil, adorato alla follia con The Innkeepers e financo giustificato per il sequel di Cabin Fever, riuscito meno peggio del previsto al netto di tutta una serie di imposizioni della produzione. Nel 2013 uscì The Sacrament, che recuperai celermente su suggerimento del buon Ciccio e che partiva già col piede giusto perché si proponeva di riportare in scena quella deliziosa pagina di folklore americano che è stato il massacro di Jonestown del 1978, nel quale quasi mille fanatici religiosi decisero più o meno volontariamente di suicidarsi in massa per ordine del santone Jim Jones. West attualizza la vicenda ai giorni nostri e la filtra attraverso gli occhi di una troupe della Vice (non quel Vice, altrimenti il servizio sarebbe stato “Abbiamo trascorso due settimane a guardare The Sacrament mentre mangiavamo tofu ecosostenibile prodotto da androidi gayfriendly. Ecco cosa è successo“) ma l’epilogo è noto e la tensione non si costruisce tanto sul come finirà bensì sul chi si salverà. A West importa poco delle analisi sociologiche e di capire cosa spinga una simile massa di persone a suicidarsi, gli importa invece di costruire (come in The Innkeepers) un’atmosfera apparentemente placida (lì l’albergo deserto, qui una comunità di gente che abbraccia la fede) ma che lentamente dischiude l’orrore. Operazione riuscita alla perfezione ma sfortunatamente The Sacrament rappresenterà il canto del cigno di un regista che da allora ha diretto solo un western atipico e una manciata di episodi di serie tv, anche se Enemies, nella straniante Tales from the Loop, merita una visione.

WHIPLASH (Damien Chazelle, 2014)

Il cinema americano ci ha sempre insegnato che, se vuoi raggiungere i tuoi sogni, devi impegnarti al massimo, fare sacrifici, accettare di perdere amicizie e/o parenti per strada. Ma alla fine non solo ce la farai, ma sarai anche una persona migliore e perfettamente inserita in un modello di società struttural-funzionalista in cui ogni conflitto si risolve per il bene di tutti. Whiplash, invece, ci insegna che, se vuoi raggiungere i tuoi sogni, devi impegnarti al massimo eccetera eccetera, che non è detto che i tuoi sforzi vengano ripagati e, soprattutto, che se sei un sociopatico con tutta una serie di frustrazioni represse, alla fine di tutta la saga è molto probabile che tu ne esca anche peggio di come eri prima. Diretto da Damien Chazelle, Whiplash è un Full Metal Jacket ambientato in un contesto alto borghese e con il jazz al posto dei fucili. J.K. Simmons è un sergente Hartman senza ironia, Miles Teller viene bullizzato come Palla di lardo e forse, visto quello che il film lascia intendere sul futuro del suo personaggio, sarà destinato a fare una fine simile. E come fosse davvero un film di guerra, va avanti per due ore con un ritmo tiratissimo fino ad un finale tutt’altro che scontato. Peccato che il regista, appena due anni più tardi, deciderà di ammorbarci le gonadi con La La Land.

MAD MAX: FURY ROAD (George Miller, 2015)

Quando uscì ne parlai con toni entusiastici buttando giù il pezzo mezz’ora dopo averlo visto al cinema. Sei anni e seicento visioni in tv dopo, posso affermare senza ombra di dubbio che Mad Max rappresenti la summa definitiva e inarrivabile tra tutte le suggestioni post-apocalittiche che adoravo fin da ragazzino e la tecnica cinematografica del nuovo millennio portata a livelli mai visti prima. Un film da rivedere mille volte, fino ai limiti dell’eternità, se l’eternità potesse avere dei limiti.

VELOCE COME IL VENTO (Matteo Rovere, 2016)

Mai avrei pensato di inserire un film italiano in una classifica delle cose migliori uscite in un decennio successivo agli anni ’70, eppure Veloce come il vento ci entra a pieno titolo. E non perché abbia usato un occhio di riguardo ma perché è davvero un gran bel film. Vagamente ispirato alla storia dell’ex rallista Carlo Capone, racconta la vicenda del giovane talento del campionato Gran Turismo, Giulia De Martino, a cui muore il padre ai box durante una corsa, lasciando lei e il fratello piccolo da soli in una casa che il padre stesso aveva ipotecato al produttore Minotti e in balia del fratello Loris, ex pilota fenomeno caduto in disgrazia. A rendere incredibilmente sopra la media italiana il film non sono solo le scene delle corse ma anche la caratterizzazione dei personaggi, o meglio del personaggio interpretato da Stefano Accorsi, che è in sostanza un Ivan Benassi che non si è più fatto l’overdose fatale. Brutto, sporco e sgradevole, Loris spazza via quella patina di confortante patetismo che da qualche decennio a questa parte impedisce al cinema italiano di confrontarsi seriamente con gli emarginati nei film destinati al grande pubblico. Quando uscì commisi l’errore di sottovalutarlo e non lo andai a vedere al cinema. Un po’ me ne pento.

LAISSEZ BRONZER LES CADAVRES (Hélène Cattet e Bruno Forzani, 2017)

Il paradosso dei tempi moderni è avere una grande quantità di piattaforme da cui guardare film in maniera legale e ritrovarsi a scandagliare i meandri più oscuri del web per trovare un titolo come Laissez bronzer les cadavres. opera terza dei francesi di stanza a Bruxelles Hélène Cattet e Bruno Forzani. Ispirato ad un racconto del re del noir francese, Jean-Patrick Manchette, il film è uno di quelli che non ammette mezze misure nei giudizi. Citazionismo per onanisti o gioiello splendente? Personalmente propendo per la seconda ipotesi perché i virtuosismi sono funzionali alla storia e la storia reggerebbe anche senza virtuosismi. La vicenda ruota intorno al bottino di una rapina. Una banda di ladri prova a nasconderlo nella casa diroccata di un’artista, la polizia arriva e il bagno di sangue ha inizio. Pieno di riferimenti al cinema degli anni ’70, il film sfrutta l’ambientazione in Corsica, gioca con le luci e colori (alcuni campi lunghi sembrano foto di Fontana) e si avvale di un montaggio frenetico, fatto spesso di inquadrature rapide e strettissime sui volti dei protagonisti. In un tripudio di sangue, sequenze oniriche dalle suggestioni esoteriche e rotoscope, si arriva all’allucinato finale. Il suo unico difetto è non essere uscito quarant’anni prima.

THE MULE (Clint Eastwood, 2018)

Clint Eastwood ha 91 anni, ha cominciato a fare film come regista quando mio padre non era neanche maggiorenne e negli ultimi venti ha iniziato a cagarne fuori una media di uno all’anno. Di questi, non tutti sono proprio dei capolavori assoluti e imprescindibili, e pure in passato non è che il buon vecchio Clint abbia evitato qualche mezzo scivolone. Però a me questa parte finale di carriera in cui si è messo a fare piccoli grandi ritratti di piccoli grandi (anti)eroi piace parecchio e, anche se ritengo The Mule un gradino sotto a Sully, il fatto che ad interpretare il protagonista ci sia lui fa sì che il titolo entri di diritto in lista. Non che sia mai stato un grande attore, almeno non nel senso più stretto del termine, ma vederlo reggere da solo l’intero film, passando dai toni drammatici a quelli comici con assoluta nonchalance, è una gioia per gli occhi. E la storia di Leo Shapr, l’ottuagenario floricoltore che diventò affidabilissimo corriere della droga, rappresenta un po’ la storia di Clint Eastwood. Uno che, alla soglia del secolo di vita, continua a dimostrare l’assoluta relatività del tempo.

THE LIGHTHOUSE (Robert Eggers, 2019)

Vincitore in volata grazie ad un mero dettaglio tecnico (il suo principale rivale, Color Out of Space, è stato presentato nei festival nell’ultimo trimestre del 2019 ma non è uscito in nessuna sala fino al 2020. Anzi, in Italia non è uscito in nessuna sala. Punto), The Lighthouse ha in comune con il film di Stanley i richiami alla letteratura di Lovecraft, anche se in quel caso si tratta di un vero e proprio adattamento cinematografico di un racconto mentre in questo parliamo di una delle tante citazioni disseminate nel film. Robert Eggers si era fatto notare quattro anni prima con The Witch, folk-horror lento e malsano, tutto girato con le luci naturali e parlato con l’accento degli inglesi sbarcati da Plymouth nel 1630. Con The Lighthouse alza decisamente il tiro: se lì la scena era occupata solo da un nucleo famigliare, stavolta gli attori sono solo due (Willem Dafoe e Robert Pattinson) e parlano uno slang da marinai di fine ottocento assolutamente incomprensibile. Per rendere più chiare le sue intenzioni, usa una pellicola in 35mm e il formato Movietone, gira usando lenti Baltar degli anni ’30 e fa costruire un faro in Nuova Scozia da usare come set: un misto tra la follia di Herzog nella produzione di Fitzcarraldo e la megalomania tecnica del Revenant di Iñárritu. Stringi stringi, la vicenda si riduce ad una versione fantastica de Il Coinquilino di Merda ma per tutti i Guidobaldo Maria Riccardelli del mondo rimane un orgasmo visivo di quasi due ore che ha davvero pochi paragoni nella storia recente del cinema. (Matteo Ferri)

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