I MOTORPSYCHO non si fermano mai: Kingdom of Oblivion

Superando anche i propri record di prolificità, i Motorpsycho tornano dopo soli otto mesi dal memorabile The All is One con un nuovo album che, come da consuetudine, supera i settanta minuti di durata.

Tralasciando le solite domande che resteranno sempre irrisolte (ma come diavolo fanno?), dai primi ascolti di questi undici brani si intuisce che i nostri hanno inteso incidere un ulteriore atto d’amore verso gli anni ’70. Kingdom of Oblivion si presenta, infatti, come un mix ideale tra della trilogia di Gullvåg e momenti più marcatamente hard rock del periodo Still Life with the Eggplant e Behind the Sun.

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Il risultato, inizialmente, non sembra essere dei più convincenti. Intendiamoci, si da subito emerge la caratura di un gruppo superiore, che non ha mai pubblicato un disco brutto in 30 anni di carriera e che non inizierà a farlo di certo neanche ora, ma di primo acchito non tutti i brani sembrano a fuoco e, soprattutto, l’album non sembra particolarmente coeso, quasi come se fosse un insieme di “scarti” -comunque di qualità- degli ultimi dischi. Questa sensazione di relativa disomogeneità con il passare degli ascolti diventa quasi un pregio, riuscendo a rendere il disco più fruibile e non annoiare mai, nemmeno nei passaggi meno convincenti. E così si passa dalla doppietta iniziale, tra hard rock e psichedelia, di The Warning Part 1 & 2 e della titletrack, semplicemente magistrale, alla piccola gemma acustica byrdsiana di Lady May che, ancora una volta, riesce a conquistare nonostante una formula più volte utilizzata dalla band.

Se l’incipit è davvero esaltante, la parte centrale, eccezion fatta per la cupissima cover di The Watcher degli Hawkwind (anzi, di Lemmy), non colpisce nel segno, soprattutto nei suoi episodi più lunghi (The United Debased) che finiscono per essere prolissi e poco incisivi. Il disco, per fortuna, si riprende (e con che slancio!) con i quasi nove minuti di An Empire’s End, molto vicina ai primi Yes, e con la successiva The Hunt, tra i migliori brani in assoluto degli ultimi lavori, che parte da atmosfere folk per poi sconfinare nella psichedelia e in un caleidoscopio di orchestrazioni.

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Il finale è monopolizzato dalla torrenziale The Transmutation of Cosmoctopus Lurker, riccardona fin dal titolo: undici minuti progressivi, estremamente compatti e tirati per un brano che sembra essere stato scritto per essere eseguito dal vivo ed essere ulteriormente dilatato. Pur non raggiungendo l’eccellenza di una N.O.X., si tratta di un brano sicuramente sopra la media  che regala alcuni momenti davvero entusiasmanti.

Tirando le somme, superata un’iniziale diffidenza e prese le misure di un disco non molto immediato, pur non eguagliando le vette della produzione, anche più recente, dei Motorpsycho, Kingdom of Oblivion si rivela essere un album assolutamente riuscito, che renderà contenti tutti gli psychonauts del mondo. E poi i credits del disco si chiudono con un Death To False Metal! buttato lì, con tanto di punto esclamativo, e quindi è impossibile non volere bene a Snah e soci. (L’Azzeccagarbugli)

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