MOTORPSYCHO – The All is One

Ma come diavolo fanno?”.

Questa è la domanda che, puntualmente, mi pongo ogni volta che ascolto per la prima volta un nuovo disco dei Motorpsycho.

Non valutate questa affermazione come sintomatica di un cieco fanatismo verso il gruppo norvegese, ma prendete in considerazione i fatti: nel contesto di una carriera trentennale e di una discografia che, considerando progetti paralleli, collaborazioni ed EP conta oltre trenta pubblicazioni (escludendo i live), i Motorpsycho non hanno mai dato alle stampe un disco “brutto”, o anche solo mediocre.

Non solo: nel corso degli anni il gruppo, pur mantenendo un’invidiabile coerenza, ha mutato pelle innumerevoli volte, coprendo quasi tutto lo scibile del rock (passando anche per il country di The Tussler, e per il jazz nello split con i Jaga Jazzist), non finendo mai di sorprendere il suo pubblico.

Ci sono stati dei “passaggi a vuoto”, ovviamente, dei dischi meno ispirati o, comunque, non memorabili, ma anche in questi casi erano presenti diversi brani destinati a diventare dei classici della band. E se un primato del genere è già difficile da mantenere nel contesto di carriere molto più brevi, riuscire a farlo pubblicando fondamentalmente un disco all’anno è praticamente impossibile.

E giunti al termine del monumentale (doppio cd, un’ora e mezza di durata) The All is One, la domanda contenuta nell’incipit di questo articolo diventa nuovamente attuale.

E ciò in quanto non solo il capitolo conclusivo della cd. “trilogia di Gullvåg” (“parzialmente ispirata”, come riportato nelle linear notes del disco, “alle opere di Håkon Gullvåg”, autore degli artwork del trittico) è superiore ai suoi predecessori, ma è probabilmente, insieme a Here Be Monsters del 2016, il miglior disco dei Motorpsycho degli ultimi 20 anni.

Il sound è, fondamentalmente, quello che ha contraddistinto sia il doppio The Tower, che l’ep – di quaranta minuti – The Crucible, quindi progressive anni ’70 costantemente impreziosito da divagazioni psichedeliche e da momenti più tipicamente hard rock di matrice sabbathiana, ma per quanto pregevoli siano i succitati lavori, il livello di scrittura di The All is One è di tutt’altra levatura.

Se già la “rassicurante” doppietta iniziale (sin dal titolo del secondo pezzo, The Same Old Rock) lascia intravedere quanto di buono è stato realizzato dai norvegesi, dalla successiva The Magpie si comincia ad intuire come il tessuto sonoro dell’album sia ancora più ricco e vario e la lunghissima suite (di oltre quarantadue minuti) N.O.X. ne è la più concreta delle prove. Una sorta di sinfonia in cinque parti ispirata ai tarocchi e all’alchimia in cui i Motorpsycho spaziano tra generi e stili diversi in un flusso lisergico davvero incredibile, anche per gli standard del gruppo. Una composizione che inizialmente potrà sembrare ostica e che richiede un minimo di attenzione, ma che ripaga ampiamente l’ascoltatore.

Se la suite assume, comprensibilmente, un peso centrale nell’economia dell’album, i restanti brani presenti nel secondo disco, a dimostrazione dello stato di grazia del gruppo, sono più che notevoli e la chiusura di Like Chrome, tra King Crimson, echi Led Zeppeliniani e una linea melodica che si stampa in mente sin dal primo ascolto,  è il migliore dei commiati.

Un ennesimo, inatteso – quantomeno a questi livelli – centro, per una band che non ha davvero più nulla da dover dimostrare, ma che continua a farlo ad ogni occasione. (L’Azzeccagarbugli)

 

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