Cinquantenni ancora piacenti: Il Segno del Comando

Avevo vent’anni quando scoprii Il segno del comando, e lui già trenta. Quando andò in onda per la prima volta, nel 1971, io sarei nato da lì a dieci anni. Insomma, apparteniamo a due generazioni del tutto diverse, e il mio rapporto con questo sceneggiato è sempre stato simile a un inseguimento: ne rincorrevo le idee e la sensibilità forse prima ancora di conoscerlo, e in seguito è stato un compagno di viaggio a cui sono tornato in diverse (e spesso cruciali) fasi di vita. Ma il rapporto non è mai stato reciproco: lui è sempre rimasto di un’altra epoca, io ho maldestramente cercato di inseguirlo e di recuperarne le intuizioni.

Il 16 maggio del 1971, esattamente cinquant’anni fa, la RAI trasmetteva la prima delle cinque puntate de Il segno del comando, tenendo incollati al televisore, secondo le leggende, una media di quindici milioni di spettatori a serata. Per chi non lo conoscesse, rimando alla pagina Wikipedia (spoiler alert) e a quella di Raiplay, dove potrete finalmente farvi un grande regalo e colmare la lacuna. Per ripetere le solite banalità, si tratta del primo e del migliore sceneggiato “del mistero” prodotto dalla RAI, che mise in campo un parterre de rois attoriale che comprendeva Ugo Pagliai, Carla Gravina, Rossella Falk, Massimo Girotti e tanti altri; Adolfo Celi e Paolo Stoppa arrivarono qualche anno dopo, con L’amaro caso della baronessa di Carini (1975), ma a mio avviso Il segno del comando resta sempre una spanna sopra.

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Ovviamente non ci arrivai da solo: il merito fu tutto, come spiegavo qui, della Black Widow e soprattutto di quella strepitosa jam session che fu il primo disco della band che prese il nome dallo sceneggiato (loro sì che l’avevano visto da bambini, nascosti sotto il tavolo per la paura). Ma da quel momento, le avventure del professor Edward Forster, che arriva a Roma convinto di studiare Byron e si ritrova invischiato in storie di reincarnazioni, sette segrete, sedute spiritiche e telepatia, hanno cambiato la mia sensibilità, e forse mi hanno anche cambiato la vita. In primo luogo, è col Segno del comando che mi sono convinto che non c’è alcun male ad essere d’antan, se è fatto a ragion veduta; da lì al mio interesse per all things past il passo è stato breve. Secondo, è Il segno del comando che mi ha insegnato che certe idee e certe atmosfere non sono monopolio delle “brume nordiche”, ma che funzionano benissimo anche da noi; da lì mi si aprì un mondo che va da Fogazzaro agli Ianva passando per mille altre cose. Terzo, è stato Il segno del comando a suggerirmi che il mondo può anche essere immaginazione, e che ciò che sta dietro è spesso molto più interessante di ciò che sta davanti.

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Occorre, beninteso, tenere i piedi per terra e non lasciarsi prendere la mano, altrimenti si finisce – come suggeriva Umberto Eco nel Pendolo di Foucault – a trovare significati esoterici anche nelle Pagine Gialle. Insomma, più che un compendio di simbologie esoteriche per iniziati, il senso del Il segno del comando mi pare essere “la vita è già abbastanza noiosa di per sé, lasciateci almeno un po’ di enchantment e non rompeteci le scatole”. Che è poi, a pensarci bene, il nucleo fondativo del black metal; se non ti lasci andare un minimo, come altro vuoi considerare un tizio che si trucca da panda vestito di cuoio in mezzo a una foresta? La risposta la sapete già. Dicevamo: atmosfere e sensibilità – è questo che Il segno del comando ha impresso, in maniera fugace, nella cultura di massa in Italia. Ad esso seguirono il succitato Amaro caso della baronessa di Carini e Ritratto di donna velata (1975), Il fauno di marmo (1977) e poi più in là Voci notturne (1995) e un terribile remake nel 1992, ma quelle atmosfere andarono perse per sempre; tant’è che viene da chiedermi se veramente sia rimasto qualcosa del Segno del comando. A parte qualche sparuto gruppo di fanatici, mi pare che chi se lo ricordi oggi lo faccia per la scialba canzone-sigla di Romolo Grano, certamente non per la sua particolarità. Sto sfogliando i palinsesti di Raiplay da una settimana, ma non mi risulta che sia stato previsto alcun evento al riguardo. Forse, quindi, ha ragione Fabio Camilletti, nella conclusione al suo bellissimo saggio Italia lunare. Gli anni Sessanta e l’occulto, quando parla del Segno del comando come un punto di arrivo e non di partenza:

È dunque possibile che prodotti culturali come Il Segno del comando (…) intercettino un preciso clima politico-sociale piuttosto che essere, rispetto a esso, strumenti di evasione. (…) L’innocente professor Forster, che attraversa una Roma spettrale e carica di ‘vibrazioni’ occulte, tenta di connettere i frammenti di una verità che rimane perennemente celata allo sguardo, senza avvertire che ogni sua mossa è stata orchestrata e diretta da forze superiori – soprannaturali o assolutamente terrene che siano. L’interesse del pubblico per la serie, visto da questa angolatura, appare sì come il frutto di una fascinazione generalizzata per l’esoterismo: ma incorpora anche la perdita, e contestualmente la ricerca, di un senso, in un momento storico in cui lo scontro tra informazione e controinformazione, tra verità ‘di Stato’ e verità ‘dal basso’ determina il sorgere contemporaneo di opposte interpretazioni degli stessi fatti, così come di mitologie divergenti in cui si reincarna la memoria costantemente divisa del paese.

E a pensarci bene, Piazza Fontana e le bombe sui treni erano appena successe, così come il volo di Pinelli da una finestra della questura di Milano. Se Il segno del comando – come sottolinea ancora Camilletti – assorbe, rielabora e celebra tutta quell’occultura che era fiorita nell’Italia post-boom degli anni Sessanta, la realtà terribile degli anni di piombo lasciò ben poco spazio all’enchantment e all’immaginazione al potere. Poi seguirono gli anni Ottanta e lo yuppismo, per finire con Berlusconi che piallò il poco che ancora era rimasto di, appunto, cultura di massa in Italia. Come allora non guardare indietro al Segno del comando? A rivederlo oggi, pare brillare ancora della luce di un mondo che possiamo, a cinquant’anni di distanza, soltanto immaginare come migliore di quello in cui viviamo. (Giuliano D’Amico)

2 commenti

  • andrewoldandwise

    Avevo 11 anni nel 1971. Difficile descrivere la magia e il senso del mistero ispirati dalla visione del Segno del Comando. Ricordo ancora l’attesa spasmodica dell’ultima puntata, dove l’intreccio avrebbe avuto concllusione e spiegazione. Rivisto anni dopo, non aveva perso nulla. Un momento di grandissima televisione, al livello degli altri due caposaldi degli anni ’70, A come Andromeda e …E le stelle stanno a guardare. Roba che oggi ce la sognamo.

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  • Bel pezzo ,complimenti. Io lo vidi durante la mia prima infornata di EMule, dal 2006 al 2011 mi sono praticamente rinchiuso in casa e ho recuperato TUTTO ed ho visto DI PIU’.

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