Cinquantenni ancora piacenti: BLACK WIDOW – Sacrifice

Recentemente, buttando l’occhio sul profilo Facebook di un collega, mi sono reso conto che Sacrifice ha cinquant’anni. Mezzo secolo. Pazzesco. A risentirlo oggi – cosa fatta quasi subito dopo l’episodio di cui sopra – sembra, se non scritto e concepito ieri, perlomeno la settimana scorsa.

Sacrifice lo scoprii una ventina d’anni fa, quando il disco di anni ne aveva già trenta. La ragione, credo comune a molti della mia generazione, fu la capa tanta che tutti i vari gruppi del cosiddetto “dark sound” italiano (Death SS, Malombra, Standarte, Segno del comando, ecc.) facevano a noi ragazzini con i Black Widow – tra l’altro incidendo o collaborando con una certa etichetta di Genova che aveva proprio preso il nome dal gruppo di Leicester. In un certo senso, quindi, i Black Widow mi presero per sfinimento e per quel dovere scolastico secondo il quale devi conoscere le radici per poter apprezzare ed esprimerti sulla musica e sul mondo di oggi. Al contrario di molti altri esempi, però, il dovere fu ripagato da un piacere immediato e da un rapporto di affetto con questo disco che dura ancora oggi.

A dirla tutta, i Black Widow non erano stati i primi: i Coven di Witchcraft Destroys Minds & Reaps Souls arrivarono a risultati simili l’anno precedente. Ma Sacrifice aveva e ha tuttora un tatto e un understatement britannico che nulla aveva a che fare con il teatro laveyano a stelle e strisce di Jinx Dawson e compagni. Le ispirazioni erano soprattutto vicine al wicca di Alex Sanders e a un certo paganesimo campestre che tre anni dopo sbocciò in The Wicker Man, ma il tocco di genio fu l’unione tra un prog rock delicato e sognante con le tematiche occulte che i Black Widow mostravano, almeno in apparenza, di affrontare con serietà.

In Ancient Days o Conjuration, infatti, sono pezzi tanto fini quanto allucinanti ad ascoltarne i testi, e l’attrazione verso l’ignoto si tingeva di tratti erotici e romantici (addirittura!) in pezzi come Seduction. Un discorso estremamente fertile quello dei Black Widow, che ebbe anche un minimo impatto visivo grazie a un live per la televisione e la partecipazione a qualche festival, dall’isola di Wight a una tournée che toccò anche Milano. Erano proprio i contrasti sonori e tematici a fare di Sacrifice un capolavoro, un’opera unica che non a caso la band non riuscì a replicare, una volta perso l’interesse per l’occulto. Nessuno degli album successivi, per quanto dignitosi, riuscì a raggiungere gli stessi risultati, e i tentativi altrui di rivitalizzarne il sound tramite le molte cover di Come to the Sabbath (a mio modesto avviso, il brano meno significativo del disco) hanno lasciato il tempo che hanno trovato, al netto della meritevole divulgazione del brano originale tra le nuove generazioni. Della reunion del 2011, poi, meglio non parlare neanche.

Un’operazione irripetibile ed irripetuta, quindi, che parla con la stessa freschezza di cinquant’anni fa. Sacrifice è davvero uno dei pochissimi esempi nella storia del metal in cui la scimmia spiega l’uomo e non viceversa: per fare un altro esempio vicino a questo sound, i Pentagram avranno anche imparato tutto dai Blue Cheer, ma andare a riscoprire questi ultimi non ha smosso di un millimetro la comprensione o la mia opinione sui primi. Sacrifice, invece, ha cambiato totalmente il mio modo di vedere la musica e chissà, forse mi ha pure cambiato la vita. Io ogni volta che ascolto l’assolo di hammond del pezzo qui sotto, ho i brividi. Spero li abbiate anche voi. (Giuliano D’Amico)

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