Power metal contro i ciclopi: BLACK FATE – Ithaca

Forse ricorderete che tempo fa scrissi una breve recensione sul disco di un gruppo greco, tali Sunburst, che mi piacque particolarmente e che fu una delle belle scoperte del 2017 (anche se effettivamente era uscito l’anno prima: per la serie stare sempre sul pezzo. D’altronde di Belardi ce n’è uno, tutti gli altri son nessuno). In realtà all’epoca ignoravo che sia il cantante che il chitarrista dei Sunburst militano in un altro gruppo (che poi sarebbe il gruppo principale, visto che tra vari cambi di formazione risulta in attività da più di vent’anni) chiamato Black Fate, e che lo scorso ottobre i Black Fate hanno pubblicato ‘sto simpatico dischetto a titolo Ithaca, immagino un concept album che si ispira alla tradizione del mondo ellenico classico. È interessante notare come la scena metal greca sia piuttosto attiva, almeno quella legata all’heavy metal più classico, power metal o prog metal (a parte Rotting Christ e compagnia, quindi), e come la qualità si attesti sempre su livelli buoni o più che buoni (vedi pure il debutto dei Diviner dello scorso anno, per dire) com’è anche il caso di questo Ithaca, rivelatosi un gradevolissimo disco di power metal vaghissimamente prog e con qualche innesto sinfonico.

Naturalmente il pezzo forte dei Black Fate è il cantante, Vasilis Georgiou, una sorta di clone di Roy Khan che però non è un clone di Roy Khan, il che vuol dire che pur ispirandocisi pesantemente non scade nell’emulazione totale e mantiene comunque una certa personalità (al contrario dell’attuale cantante dei Kamelot, Tommy Karevik, un clone di Khan senza un briciolo o quasi di carattere); anche il lavoro di chitarra di Gus Drax (ma come cazzo si fa. Capisco che il nome in greco magari è impronunciabile, ma cazzo Gus Drax? Come fai a dire ad uno piacere, mi chiamo GUS DRAX?. Un altro po’ è meglio Olaf Thorsen. O magari no) è molto molto buono, strutturato e in generale di buon gusto, anche se sporadicamente un po’ troppo frullino dove forse non servirebbe. Diciamo che la tara principale di Ithaca si trova nei ritornelli, che seppur gradevoli rimangono poco in testa, a parte qualche eccezione (tipo Reach For The Stars, Maze o la stessa Ithaca). Il difetto è particolarmente importante visto il genere, però le canzoni scorrono via lo stesso e soprattutto alcune lasciano bene il segno, tipo Fortress of Solitude, Circle of Despair o One Last Breath. Insomma, pur continuando a ritenere i Sunburst una spanna sopra, questo Ithaca mi è piaciuto e ve lo consiglio, magari mentre mangiate una pita e leggete Platone o chessò. (Cesare Carrozzi)

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