Avere vent’anni: GOATSNAKE – Flower of Disease

Devo ammettere che questo è uno dei pochissimi ricordi che scrivo per questa rubrica che non è dettato dalla nostalgia e dal “cosa facevi quando uscì il disco x?

I Goatsnake li scoprii molto ma molto più tardi dell’uscita di Flower of Disease, che è un disco cupo, pesto, lento ed esasperato. Un vero disco doom ma con qualcosa di veramente atipico, che mi catturò immediatamente al primo ascolto: un’anima southern della quale i californiani fanno la loro arma vincente, una commistione e un modo di intendere la lezione dei Black Sabbath davvero particolare. Se si prendono in analisi i singoli riff sfornati da Greg Anderson si può vedere come l’influenza iommiana sia più rigorosa che in tanti altri gruppi dello stesso genere, però quelle spruzzate di blues, il gospel, e l’anima dell’America più profonda ne fanno veramente un gruppo unico. Questa anima southern riuscirono a sfogarla appieno nel successivo Black Age Blues, uscito ben quindici anni dopo il disco di cui si parla qua, e che, caso più unico che raro visto il lasso temporale intercorso, riuscì ad essere superiore al predecessore, con un’identità ancora più marcata ed assolutamente indimenticabile (uno dei dieci dischi migliori del decennio che sta per finire?).

Flower of Disease cattura un gruppo ormai maturo e con le idee chiare, e gli episodi si susseguono solidissimi e mai esenti da scapocciamenti. Non ne sono sicuro, ma quando uscì questo disco mi pare che il genere non fosse ancora conosciuto con il nome di stoner, etichetta che arrivò dopo, se ben ricordo. Poco male, perché al netto della struttura tipica di quel genere (quel continuo ta-da-ta-daa-ta-da-ta-daaa, per intenderci) che è evidente in pezzi come Live to Die, uno dei meno convincenti, ci sono delle perle assolute di lentezza e pesantezza come il pezzo eponimo o The Dealer, veri schiacciasassi da ascoltare a tutto volume per sentire le vibrazioni attraverso il pavimento. È là che i nostri danno il meglio. Grande prova, naturalmente, di Pete Stahl, sanguigno come non mai. La sua prova vocale, come l’armonica a bocca che ogni tanto fa capolino, contrasta con le accordature abissali e quelle note pesantissime e intrise di effetti in una maniera che davvero salta all’orecchio, rendendo il suono dei Goatsnake riconoscibile tra mille altri gruppi.

In buona sostanza un gran bel disco che consiglio ai più giovani e attenti seguaci dei milioni di gruppi che escono oggi con mignotte e teschi in copertina di procurarsi immediatamente. (Piero Tola)

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