Elettrina e altri racconti (raccolta di fiabe technical death metal)

ELETTRINA

C’era una volta una bimba, studiosa, coscienziosa ma purtroppo orfana, chiamata Elettrina. I genitori erano stati entrambi elettricisti, ed erano entrambi morti per una scossa elettrica da 20.000 volt. La piccola Elettrina, forse per spirito di emulazione verso mamma e papà, aveva deciso di vivere dentro una centrale elettrica abbandonata, in completa solitudine, mangiando cavi fulminati e vecchie scarpe anti-infortunistiche. Un giorno Elettrina, in una breve pausa tra un compito e l’altro, andò a farsi una passeggiatina per la centrale. Ad un certo punto scorse, dietro un trasformatore di corrente, il leggendario uccello TRAKATRANTRAN; un maestoso volatile con 30 becchi appuntiti sparsi su tutto il corpo, che si diceva potesse esaudire due desideri. Elettrina, al settimo cielo, chiese a TRAKATRANTRAN, come primo desiderio, di rivedere per l’ultima volta i suoi genitori. TRAKATRANTRAN, senza batter becco, la fece salire sul suo dorso e insieme partirono per il Paradiso. Ma a metà strada, mentre sorvolavano una discarica a cielo aperto, Elettrina gridò: “No, accidenti TRAKATRANTRAN, torniamo indietro, mi sono scordata di finire le disequazioni esponenziali per domani, poi la maestra si arrabbia!”. “Disequazioni esponenziali?! Ma c’hai 5 anni!” – rispose perplesso TRAKATRANTRAN – “comunque se vuoi ti riporto subito alla centrale, ma ti varrà come secondo desiderio, non transigo. Quindi: sei proprio sicura?”. Elettrina chinò il capo in segno di assenso, e i due fecero dietrofront. Elettrina finì le disequazioni esponenziali, mise astuccio e quaderno in cartella, prese con una pinza un cavo d’alta tensione e con esso fulminò il povero TRAKATRANTRAN per essere stato così fiscale.

MARIETTO IL BUONTEMPONE

Marietto, figlio di due imbecilli, era un mattacchione di primo ordine. Sempre pronto allo scherzo e alla presa in giro, importunava costantemente l’insegnante di economia domestica, una donnona dal sedere importante chiamata Mariangela Carcasso. Mariangela Carcasso, al posto del culo tiene un masso! – strillava Marietto ogni volta che la vedeva arrivare, e aveva anche preso a metterle delle miccette sulla sedia quando si sedeva in cattedra. La Carcasso era di indole buona e remissiva, e lo lasciava fare. Un giorno Marietto, stanco delle solite miccette da quattro soldi, decise di alzare il tiro, e mise un fuoco d’artificio vietato ai minori di 25 anni sotto al sedere della povera Carcasso. Il sedere della Carcasso esplose; ma destino volle che il grasso misto a sangue delle chiappe dell’insegnante finisse, con un doppio carpiato, contro la parete dell’aula, che a sua volta lo fece rimbalzare sul soffitto e poi dritto nell’esofago di Marietto il buontempone, il quale, tanto per cambiare, stava strillando, contento per la riuscita della sua bravata. Marietto morì soffocato. Nel suo corpo, durante l’autopsia (di cui non fregò un cazzo a nessuno), vennero ritrovati il grasso del culo della signora Carcasso, del vomito, un sacco di merendine e delle corde di un basso a sei corde. Gli piacevano tanto, non si sa perché.

JENNY

Jenny, scendi, è pronta la cena!” – strillava la mammina dal piano di sotto. Ma Jenny non scendeva. Passarono i secondi, i minuti, le ore, ma niente, non scendeva. La madre, preoccupata, salì nella mansarda dove dormiva sua figlia, spalancò la porta e quale orrore nel vedere la sua Jenny, in una pozza di sangue, che infieriva sul suo ginocchio con un paio di forbici arrugginite. “Non potrò mai dire di conoscermi a fondo se non AFFONDO!” – sussurrava Jenny, in un perverso dialogo con la sua mente. Alla madre venne un infarto, e morì di lì a poco. Jenny, dopo essersi scorticata da cima a fondo, morì anch’ ella, dissanguata, con mille domande nella testa.

PINETA E PINETINA

Pineta e Pinetina erano due bellissime ninfe, una più alta, l’altra più bassina, e abitavano tutte e due… in una pineta? No, cor cazzo, in un faggeto. Un giorno Pinetina doveva fare una frittata, ma aveva finito le uova; allora decise di andare da Pineta a chiedergliene due in prestito. Ma Pineta, inspiegabilmente, le diede due teschi di due neonati. Pineta era un po’ cecata, e non se n’era accorta, ma anche Pinetina non è che ci vedesse benissimo (le ninfe in generale non ci vedono benissimo, sennò non si innamorerebbero così facilmente di tutti gli uomini, anche bruttarelli, che incontrano nei miti e nelle leggende), e le prese comunque, pensando anche lei che fossero delle uova. Pinetina si mangiò una gustosa frittata di crani di neonati morti, ma nessuno sapeva che erano scaduti (figurarsi se Pineta controllava le scadenze) e allora, in preda ad una drammatica intossicazione, cominciò a contorcersi su sé stessa, a fare le piroette, le capriole, finché, accidentalmente, non ruzzolò giù per un pendio a 180 KM/H e finì con lo schiantarsi contro il tronco di un faggio, rimanendoci secca. Pineta, ancora convinta di averle dato delle uova, in preda al furore e alla disperazione per la morte dell’amica, uccise tutte le galline (ma in realtà erano maialini più magri della media) nel raggio di 200 miglia. E pianse esattamente 3500 lacrime. Si vocifera che le lacrime caddero in tempi dispari.

ETILOCROS

Dottore, dottore, ho l’Etilocros!” – esclamò il vecchio ciambellano, entrando trafelato nello studio del medico di corte. Il medico di corte balzò sui tacchi dei suoi stivali “Che? L’etilometro? Ma che razza di malattia è?! Non l’ho mai sentita!”. Il ciambellano stava per dirglielo, ma nel frattempo era morto. I servitori, piangendo, stavano per tirare su il corpo, ma il medico di corte li bloccò: “No, no, fermi, non ho mai sentito nominare la malattia che ha appena ucciso il ciambellano, non toccatelo per favore, per quanto ne so potrebbe anche essere contagiosa e trasmettersi per contatto!”. I servitori, spaventati, si ritirarono nei loro alloggi di servizio, lasciando il medico di corte solo, con mille interrogativi, e un cadavere steso sotto i suoi occhi.  Il nome di quella malattia gli era del tutto nuovo. Si chiese per tre giorni e tre notti che roba fosse; consultò centinaia di manuali, gli antichi libri dei mastri cerusici, le stelle, ma niente. Poi, all’alba del quarto giorno, provò a scrivere quel bizzarro nome su un foglio di carta e, di colpo, sgranò gli occhi. Improvvisamente era tutto chiaro. Il ciambellano era un noto amante degli enigmi e delle belle femmine. ETILOCROS, letto al contrario, altro non è che la SORCOLITE; la malattia dei vecchi segaioli.  Il dottore sollevò il cadavere e gli abbassò i pantaloni; il pene, pieno di escoriazioni, pendeva da una parte. Il vecchio ciambellano si era masturbato ininterrottamente per non si sa quanto tempo. (Gabriele Traversa)

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