Il grande ritorno dei GREEN CARNATION: Leaves of Yesteryear

Avevo perso le speranze di ascoltare un nuovo album dei Green Carnation, band che ha sempre raccolto meno di quanto avrebbe meritato, soprattutto in considerazione del fatto che il gruppo era entrato in una “pausa dalla durata indeterminata” da oltre 14 anni (a causa di problemi di natura finanziaria dovuti ad una fallimentare organizzazione del loro tour americano).

Poi, all’improvviso, un paio di anni fa la band ha ricominciato a suonare dal vivo con una formazione leggermente modificata e, l’estate scorsa, ha annunciato di avere iniziato a lavorare su un nuovo album.

Messo da parte, per il momento, il secondo capitolo della cd. “doom trilogy” cominciata con il capolavoro Light of Day, Day of Darkness ed annunciato trionfalmente nelle linear notes di Acoustic Verses, ero molto curioso di scoprire quale sarebbe stato il sound della band di Tchort dopo tanti anni di inattività.

In realtà bastano pochi secondi per capire che, nonostante il lunghissimo iato, i Green Carnation sono rimasti quelli degli ultimi lavori: un gruppo fondamentalmente progressive (diciamolo, sono sempre stati inseriti in modo oltremodo forzato nel carrozzone dell’avantgarde norvegese) che spazia in territori più propriamente metal (anche se del doom dell’esordio è rimasto davvero poco).

Leaves of Yesteryear, in effetti, potrebbe ben fungere da summa di quella che è stata l’evoluzione del gruppo nel corso degli anni e persino la componente prettamente acustica è ben rappresentata dalla riuscitissima e conclusiva cover di Solitude dei Black Sabbath (uno dei brani più coverizzati della storia).

Se l’effetto sorpresa è praticamente assente, la qualità dei nuovi brani non lascia indifferenti, perché, pur muovendosi “in acque sicure”, i Green Carnation (anche se sarebbe meglio dire Stein Roger Sordal, il quale firma tutti i brani) pubblicano alcune delle loro migliori canzoni in assoluto. Basta ascoltare l’iniziale titletrack, brano più smaccatamente progressive del lotto, per capirlo: una canzone stratificata, scandita da un tappeto di tastiere davvero efficace che sfocia in un ritornello da applausi a scena aperta. Altrettanto notevole è la successiva Sentinels, dall’incipit molto oscuro che poi sfocia in una cavalcata davvero entusiasmante e che esplode in un ritornello, ancora una volta, semplicemente perfetto.

Come in una sorta di greatest hits, con il brano successivo si torna al passato e alle atmosfere dei primi dischi. Letteralmente. Perché c’è spazio anche per una nuova versione di My Dark Reflections of Life and Death, tratta dall’esordio del gruppo.

Una versione a tutti gli effetti “migliorata” del miglior episodio di Journey to the End of the Night: molto fedele all’originale, ma sapientemente rivisitata a livello di suoni, il brano funge da spartiacque con la parte finale dell’album in cui, oltre alla summenzionata cover, troviamo il suo episodio più cupo (anche a livello di testi), Hounds, ulteriore centro di Tchort e soci.

In conclusione, Leaves of Yesteryear costituisce a tutti gli effetti la prosecuzione del percorso intrapreso dai Green Carnation da A Blessing in Disguise e, pur non riservando particolari sorprese, ci restituisce una band capace di dimostrare ancora una volta il proprio, elevatissimo, valore. (L’Azzeccagarbugli)

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