Thorsten il grassone, una saga viking metal – quarta (ed ultima) parte

CONTINUA DALLA TERZA PARTE

Thorsten non sapeva che fare: la sirena, sghignazzante, si faceva avanti, mentre lui indietreggiava verso l’uscio della dispensa; ma ad attenderlo subito fuori, in acqua, c’erano almeno altre sei sirene, venute a dare man forte.

Si sentiva come una salsiccia ben stretta tra due fette di pane, e il cuore gli batteva come un tamburo.

Improvvisamente, la sirena davanti a lui allungò la mano, afferrandolo per la barba. Il suo sguardo non prometteva nulla di buono.

Fu allora che Throsten, scansò di botto la paura, e parlò, ad alta voce, con una lucidità mai avuta prima:

Ehm, scusate, belle signore, io capisco che voi non vogliate che riveli al mondo il vostro disgustos… ehm… strambo segreto. Ma, se è un segreto, perché la vostra dispensa della merda è così facile da raggiungere e l’insegna è così grande e ben visibile? Dovreste spostare la dispensa in un luogo più appartato, o quantomeno levare la scritta, non trovate?”

Thorsten non si riconosceva più, quell’acuta osservazione non era da lui.

Che fine aveva fatto il mangione, cacone, scorreggione col cervello di un bambino di quattro anni di sempre?

Era sorpreso, e anche le sirene attorno a lui lo erano. Specie la sirena che lo aveva afferrato per la barba, che lasciò la presa e si avvicinò alle sue amiche. Con aria interrogativa, si misero in circolo, e presero a dire:

Accidenti, il ciccione cacone ha ragione. Perché non nascondiamo la dispensa, invece di tenerla qui dove possono vederla tutti? E perché l’insegna con la scritta grande, per giunta? Leviamo anche quella, no? Tanto lo sappiamo che è la dispensa, no? A che serve la scritta, se lo sappiamo tutte? Come abbiamo fatto a non pensarci prima?  È veramente da sciocche sconsiderate una cosa del genere, è imperdonabile…Che dite, la spostiamo o ne costruiamo direttamente un’altra da un’altra parte?”

Mentre parlottavano tra loro, Thorsten, miracolato, ebbe tutto il tempo di riprendersi dallo spavento, sgattaiolare via dalla dispensa, superare il blocco di sirene e, molto silenziosamente, allontanarsi, saltando di laghetto in laghetto, fino a lasciarsi la valle delle sirene alle spalle.

Dopo la valle, c’era il mare: un immenso blu dolcemente illuminato dalla luna.

In altre circostanze, Thorsten avrebbe aspettato a mollo l’arrivo di una barca amica; ma la paura, più che fondata, che le sirene potessero essersi messe sulle sue tracce, lo spinse ad affrontare il grande blu con la sola forza delle sue tozze braccia.

Nuotò, tutta la notte, senza sosta.

All’alba approdò sulla costa di una terra sconosciuta e disabitata. Si sdraio sulla sabbia e lì vi rimase a riposare… per tre giorni.

Quando si svegliò dal lungo sonno, cercò subito del cibo, ma pesci nel mare non ce n’erano, e sulla spiaggia al massimo passava solo qualche minuscolo granchietto.

Si diresse verso l’entroterra. Attraversò boschi, prati, colline, ma niente, non c’era traccia né di cibo né di persone che potessero offrirglielo, e per una settimana dovette nutrirsi solo di radici e bacche.

Arrivò nei pressi di un piccolo ruscello, dove si chinò a bere. Lì Thorsten vide, dopo tanto tempo, la sua immagine riflessa, e rimase di stucco: le recenti nuotate e diete a base di bacche e radici lo avevano trasformato in un uomo bellissimo, dal fisico asciutto e prestante.

Thorsten all’inizio era spaesato: si guardava continuamente indietro, pensando che quello specchio d’acqua stesse riflettendo l’immagine di un altro. Ma non era così, doveva arrendersi all’evidenza: era veramente diventato un figo da paura, e, col passare dei minuti, la cosa cominciava anche a piacergli.

Stette a guardarsi per ore ed ore, gonfiando i bicipiti e massaggiandosi gli addominali, con un sorrisetto vanitoso sulle labbra. Poi, un fruscio alle sue spalle: da dietro un cespuglio, incredibile ma vero, dopo una settimana di nulla più totale, sbucò un grasso cinghiale.  Guardò Thorsten con diffidenza, grugnì e si allontanò, lungo un sentiero.

Thorsten ebbe il naturale impulso di corrergli appresso, ma la sua immagine riflessa nello specchio d’acqua lo trattenne. Sembrava dirgli: “Thorsten, ma allora non hai imparato proprio niente!”.

Il nostro eroe stette diverso tempo a riflettere, sul limitare di quel ruscello. Ripensò ai fatti recenti, a quelli passati, a quelli remoti, a quelli trapassati, a quelli trapassati prossimi e poi, infine… a quelli futuri, semplici e anteriori.

Puntò gli occhi sul sentiero dove il cinghialotto era fuggito, si specchiò un’ ultima volta nell’acqua, e commentò così: “Mah, in fondo, una volta a settimana, che male fa?”

Un attimo dopo era all’inseguimento di quel cinghiale, come sempre aveva fatto nella sua vita, ma con una nuova consapevolezza dentro al suo cuore.

E qui termina la saga di Thorsten, che da grassone diventò figaccione. Se vi è piaciuta mettete un “mi piacione”, se non vi è piaciuta pijatevela ‘nderculone. (Gabriele Traversa)

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