BON SCOTT, la mia vita col cantante degli AC/DC (Tsunami edizioni)

Have a Drink on Me (questo il titolo originale), uscito in Italia a quarant’anni dalla morte di Bon Scott, offre una prospettiva molto particolare sulla sua vita. Non è di sicuro definibile come semplice biografia: tecnicamente sarebbe anzi un resoconto del rapporto tra Bonnie e Irene Thornton, dapprima fidanzata, poi moglie e successivamente amica di Bonnie.

L’introduzione è molto breve: l’infanzia e l’adolescenza di Irene vengono liquidate in una manciata di pagine, e il racconto inizia a farsi denso a partire dall’incontro con Bonnie, che all’epoca cantava in un gruppo hippie piuttosto velleitario chiamato Fraternity. Dopodiché il matrimonio nel 1972, il divorzio nel 1977 e infine, pietosamente accennata, la morte nel 1980.

Quella di Irene è una testimonianza preziosa perché presenta la figura di Bon Scott in maniera molto diversa dai biografi o dai semplici raccoglitori di aneddoti che hanno scritto su di lui negli ultimi quarant’anni. Se infatti gli anni dietro al microfono degli Ac/Dc vengono narrati in modo più distante ed “esterno”, c’è un Bon raccontato “dall’interno” proprio per quanto riguarda la parte più nascosta della sua vita: quella in cui cercava disperatamente di raggiungere la fama, sbattendo la faccia contro innumerevoli porte; i rapporti con la famiglia e gli amici del paese; le interazioni, le risse, le giornate passate tra sbronze e bighellonamenti in attesa di un successo che sembrava volersi fare beffe di lui.

Tra le righe si intuisce che Irene, all’interno del loro giro, era considerata una noiosa rompicoglioni che cercava di tarpare le ali a Bonnie e che non riusciva a capire che la vita da rockstar esige un tributo ben preciso. Di contro, la figura di Irene per lui rappresentava qualcosa di molto puro, un’ancora di salvezza che fungeva da ponte tra la sua folle vita rock’n’roll e le sue origini crepuscolari, a cui Bon rimase sempre estremamente legato. Non smise mai di volerle bene, anche dopo il divorzio, che avvenne senza alcun motivo scatenante, quando ormai i due vivevano in due continenti diversi e si sentivano non più come marito e moglie ma come vecchi amici.

Questo rapporto speciale con Irene mostra Bon Scott sotto una luce molto diversa rispetto al personaggio della rockstar folle e trasgressiva che lui amava portare in giro, e sul quale ovviamente si incentra praticamente la totalità delle altre biografie e dell’aneddotica. Folle e trasgressivo in realtà lui lo era sempre, anche in situazioni familiari: Irene ad esempio non smette mai di dire che avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di far ridere gli altri, anche spogliarsi completamente mettendosi a fare le capriole. La peculiarità del punto di vista di Irene è che, con lei, Bonnie mantenne sempre un rapporto intimamente sincero e sentimentalmente elementare, come di solito si fa con gli amici d’infanzia o con chi era presente nelle primissime fasi della propria vita, prima che uno o più avvenimenti la cambiassero irrimediabilmente.

Il libro è una miniera di aneddoti e storie poco note, e ne consiglio la lettura a qualsiasi fan degli Ac/Dc (che è un appellativo un po’ del cazzo, perché immagino o quantomeno spero che chiunque legga Metal Skunk sia un fan degli Ac/Dc). Tiro giù quelle che mi hanno colpito di più o che mi vengono in mente adesso: il fatto che la madre di Irene stravedesse per lui nonostante fosse un personaggio molto particolare, al punto da insistere con la figlia perché lo sposasse, dato che le sembrava una così brava persona; la descrizione raccapricciante di Bon sul letto d’ospedale dopo l’incidente in moto, che lo aveva ridotto ad una gelatina irriconoscibile; il concetto di poesie da cesso, composizioni oscene in rima che Bonnie scriveva seduto sul gabinetto per far ridere Irene e gli amici e che poi riutilizzerà per i testi degli Ac/Dc (non avrebbe potuto farlo per i Fraternity perché, come detto, erano hippie che si prendevano troppo sul serio); la scazzottata tra Malcolm e Geezer Butler nel backstage di un concerto in Svizzera perché quest’ultimo faceva lo splendido con un coltello a serramanico, eccetera.

Non saprei sinceramente quantificare quanto la figura di Bon Scott conservi il suo fascino oggi, nel 2020, a quarant’anni dalla morte e dopo quarant’anni che dietro il microfono degli Ac/Dc c’è qualcun altro. Mi accorgo di averne parlato come se un libro con una prospettiva inedita su di lui fosse qualcosa che tutti stavano aspettando, ma ho paura che il passare del tempo e delle mode abbia fatto posare troppa polvere. Se non altro, spero di averne tolta via un po’, e incuriosito qualcuno di potenzialmente poco interessato. (barg)

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