Avere vent’anni: BRODEQUIN – Instruments of Torture

Luca Bonetta: Fermi tutti: prima di cominciare questa breve disamina vi invito a recuperare il report del Netherlands Deathfest 2017 al quale presenziammo io e il buon Ciccio e nel quale erano presenti, per l’appunto, i Brodequin, autori di una delle migliori performance di quella tre giorni infernale (in tutti i sensi).

Detto questo, passiamo a quella che voglio far diventare a tutti gli effetti un’apologia di una delle band più sottovalutate del panorama death metal. Parlare dei Brodequin, e specificamente del loro debutto, significa parlare di un modo di intendere il death metal che, salvo rari casi, non esiste più. Una forma mentis che fa dell’attitudine il proprio fulcro e che da quella tira fuori il meglio da un genere che, per sua natura, è quanto di più vicino ci possa essere al concetto di puro istinto (almeno per quanto mi riguarda, e salvo alcune doverose eccezioni). Instruments of Torture è un concentrato di tutto quello che non solo mi manca da morire quando ascolto buona parte delle uscite death metal odierne, ma che forse – mea culpa – manca anche in me. Quello spirito quasi “fanciullesco” che mi portava a passare ore ed ore chiuso in camera ad ascoltare qualunque cosa avesse le parole death metal stampate sopra, meglio se corredate da un logo quasi indecifrabile. Purtroppo la vita è una merda, e gli inevitabili impegni che incorrono con l’avanzare dell’età mi hanno un po’ allontanato da quella mentalità, rendendomi da un lato più scaltro nell’individuare ciò che mi può piacere ma dall’altro togliendo in parte quella curiosità che mi accompagnava sempre nell’ascolto di un nuovo disco dell’ennesima band brutal death peruviana. Tutte queste sensazioni le posso però ritrovare ogni volta che mi riascolto Instruments of Torture, ed è una boccata d’aria fresca di cui tutti abbiamo bisogno.

Piero Tola: Mi trovo qua a parlare di un disco che quando uscì non conoscevo affatto. Per me gran parte del death metal uscito dopo gli anni d’oro non ha molto senso, quindi questo me lo ero colpevolmente perso per mio disinteresse generale. L’ho scoperto qualche anno fa, quindi questa recensione non sarà dettata dai ricordi e dalla malinconia del tempo che fu. 

Nel mentre è bello constatare che c’è stato qualche movimento interessante nell’underground negli ultimi anni, e i riff cavernicoli (cit. il capoccia della Maggot Stomp Rec) sono tornati in gran voga. Ma nei 2000 era il deserto assoluto. Tutti si cimentavano con suoni nuovi in stile Nuclear Merda oppure iniziavano a mettere scale barocche qua e là. Tutti tranne i Brodequin (e pochi altri, magari). Nel periodo più funesto per la musica estrema, loro ti spappolavano il cervello con il loro rullante di cartone, perennemente blastante, missato a volumi assurdi e sempre in primo piano, riff della madonna e voce da lavandino intasato. Una goduria incredibile. Una roba che doveva essere come acqua nel deserto ai tempi. Un suono cupo, claustrofobico, con testi che parlano di torture medievali. Per curiosità mi sono andato a vedere cosa era un brodequin  e ho scoperto che era uno di quei metodi di tortura di cui non avevo ancora sentito parlare. Carino.

Il disco è una carneficina, come fu anche il successivo Festival of Death, seppure non al livello del primo. La magia si interrompe bruscamente al terzo lavoro, l’insipido Method of Execution, in cui la formula diventa un po’ stantia ed i suoni si imborghesiscono. Peccato. Eppure questo Instruments of Torture rimane un gioiellino su cui ogni amante del death metal non può fare a meno di tornare di tanto in tanto per masturbarcisi sopra, da vero maniaco.

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