Avere vent’anni: KHALED – Kenza

Tranquilli, non si tratta di DJ Khaled. Sta a voi però decidere se sia peggio o meglio. Può darsi infatti che abbiate sentito parlare di Khaled grazie a qualche singolo che ogni tanto è riuscito a far entrare nei circuiti musicali mainstream. I più vecchietti si ricorderanno forse Aïcha, estratto con discreto successo dall’album Sahra nel 1996. I più acerbi potrebbe invece avere in mente C’est la vie, oscenità tratta dall’omonimo ultimo album del 2012, il quale vedeva addirittura un featuring con l’onnipresente Pitbull.

Capolavoro senza tempo dell’uomo più affascinante di sempre.

Per quanto riguarda il genere invece, senza considerare i raid pop sempre più frequenti col passare degli anni, quello suonato da Khaled è raï, genere di musica popolare algerino. Anche se col tempo ha raggiunto una diffusione quantomeno nazionale (ed è giunto persino in Marocco e in misura minore in Tunisia), in realtà non lo si può considerare a tutti gli effetti di tutta l’Algeria. La sua origine è ancora più locale e può essere confinata all’importante porto di Orano e alla sua regione sulla costa Ovest, al confine col Marocco. Infatti durante i miei mesi di soggiorno in Algeria, proprio in quella regione, arrivai ad una conclusione che forse chiarirà l’idea di che cosa è il raï e cosa significa per gli algerini più di qualsiasi lungo discorso che potrei fare: il raï sta a Orano come il neomelodico sta a Napoli

Una delle primissime canzoni di Khaled, quando ancora era uno cheb.

Come ogni proporzione che si rispetti potrete poi invertire sia i suoi medi che gli estremi e potrete giocarci a vostro piacimento, tanto funzionerà sempre. Entrando un po’ più nello specifico, nato nella prima metà degli anni Novanta, il raï si è presto diffuso come musica di protesta tra gli strati più poveri della popolazione oppressa dal colonialismo francese. I cantanti raï della prima generazione si facevano chiamare cheikh o cheikha (al femminile), titolo di rispetto utilizzato con persone anziane. La generazione post-indipendenza assunse invece i titoli di cheb o cheba (al femminile), letteralmente “giovane”, usato in contrapposizione e in polemica proprio con la generazione precedente. Purtroppo, finito il colonialismo, il raï non faticò a trovare altre cause a cui dare voce e visse spesso un rapporto ambivalente col regime algerino, ma anche col popolo stesso, poiché i testi spesso parlavano di cose estremamente scabrose quali amore, sesso e alcool. Molti artisti raï per questo motivo furono addirittura costretti a scappare durante gli anni Novanta, quando in Algeria si consumò un’atroce guerra civile tra i soldati al potere e gruppi di estremisti musulmani. 

Struggente canto d’amore di Cheb Hasni, assassinato a Orano dagli estremisti musulmani.

Dopo la morte di Cheb Hasni, probabilmente il più amato e importante cantante raï di tutti i tempi, Khaled, che nel frattempo peccando di hybris aveva abbandonato il titolo giovanile di cheb, è assurto a ruolo di re del raï, posizione che ora gli viene riconosciuta quasi unanimemente. Anche se col tempo anche altri suoi colleghi sono riusciti a raggiungere un pubblico occidentale (per esempio Cheb Mami con la sua collaborazione con Zucchero), Khaled è sicuramente diventato il cantante algerino più famoso di sempre grazie ai generi che nella sua carriera ha mischiato al raï. Stiamo parlando soprattutto di funk, jazz, musica andalusa e pop, che l’hanno allontanato dalla formula tradizionale, fin troppo ostica per un orecchio occidentale.

Funk e raï in una delle più belle canzoni di Khaled.

Kenza è un perfetto esempio di questa miscela. Canzoni come Trigue lycée e Ya aachkou sono tra le più belle e rappresentative di tutta la carriera di Khaled, dove il nostro canta di amori impossibili e osteggiati. Le più tradizionali Aalach tloumouni, Melha e Mele h’bibti reggono benissimo il confronto e non sfigurano. Allo stesso tempo non è neanche il più riuscito. La sua ora e diciotto di durata lo rende un’esperienza hardcore & radikvlt, soprattutto se si considera che è costellato di episodi quantomeno dubbi, come C’est la nuit, singolo in francese col quale tentò probabilmente di bissare il successo di Aïcha senza riuscirci, e Imagine – sì, è proprio la cover della canzone di John Lennon cantanta in arabo, ebraico ed inglese insieme a Noa, cantante israeliana. Anche El harba wine non mi è mai piaciuta tantissimo, nonostante sia una delle sue canzoni più famose e parli dell’emigrazione dei giovani algerini, costretti ad andarsene dal loro Paese per poter vivere dignitosamente. 

Uscito tre anni prima, Sahra era stato un album molto più equilibrato e migliore, dove Khaled aveva trovato un ottimo connubio tra la tradizione e la sua fame di successo. Non si può dire proprio lo stesso di Kenza, che tuttavia rimane uno dei suoi dischi più riusciti, contenente alcune delle migliori canzoni che la sua mente abbia mai partorito. (Edoardo Giardina)

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