Avere vent’anni: TODAY IS THE DAY – In the Eyes of God

In the Eyes of God esce a fine luglio 1999, il periodo meno adatto per vendere un prodotto che non sia gelati o biglietti aerei o stanze in albergo o posti per piazzare una tenda da qualche parte lontano da casa. Viceversa, il momento migliore per scremare, per selezione naturale, a chi serva un disco del genere, arrivare dritto a chi deve e nessun altro: che sia estate o inverno cambia zero quando nel cervello hai mostri che ti stanno divorando vivo, pochi o zero strumenti per farli scomparire, conviverci una guerra da combattere non giorno per giorno, minuto per minuto. Fino ad allora e per poco ancora, chi era arrivato ai Today Is The Day aveva seguito un tracciato invisibile, spontaneamente, grazie al passaparola dei più adulti e già danneggiati, intercettando i segnali nelle rare recensioni, negli angoli più remoti di negozi di dischi che erano cattedrali nel deserto, nel catalogo della distro di qualche scoppiato, per caso o accidente o destino; quasi sempre ci era arrivato da solo, strisciando, già messo in ginocchio dagli eventi, segnato per la vita da qualcuno o qualcosa. Ovunque fosse avvenuto il contatto, da quel momento ogni disco dei Today Is The Day era terapia: un irraccontabile crocevia tra noise rock, industrial metal, dark, gothic, grindcore, southern, sludge, country, hardcore in tutte le sue forme, il tutto punteggiato da sample di varia estrazione e natura, alla base una lucidità spietata nel rendere esattamente i vari stadi di deragliamento nella testa/momento/esistenza di chiunque stia per perdere definitivamente la brocca. Qualcosa da ascoltare per necessità molto più e molto prima del piacere personale, invece di drogarsi (tramite prescrizione medica o meno), sbronzarsi, ingozzarsi, automutilarsi, finire in analisi quando va bene, in clinica quando va male, provare a farla finita, riuscire a farla finita. Il più potente psicofarmaco musicale per pochi, frastuono senza senso e costrutto per tutti gli altri.

Nati nel 1992, passati attraverso più cambi di formazione che i Death, come i Death fino ad allora pubblicato soltanto dischi come minimo imprescindibili, motivati e governati da un uomo solo al comando: in questo caso, il cantante/chitarrista e compositore unico Steve Austin (nessuna parentela con l’energumeno ex pagliaccio wrestling, poi pagliaccio nei film brutti, che peraltro nemmeno si chiama veramente così). Nei credits si firmava “reverendo”: naturalmente non era affiliato ad alcuna chiesa, setta o culto e nelle interviste motivava tale qualifica in maniera sempre diversa; ma per una manica di reietti negli anni via via sempre più numerosa “reverendo” lo era per davvero, e In the Eyes of God, per quel che mi riguarda, il suo sermone migliore. Ne ha detti altri altrettanto potenti (il botto a livello di consensi è arrivato con il precedente Temple of the Morning Star), ma questo è speciale: qui la misura è veramente colma, il tempo e la pazienza esauriti, la già inesistente tolleranza per le stronzate qui di molto sotto lo zero. L’equivalente in italiano si chiama Misantropo a Senso Unico e deve ancora uscire: è l’unico paragone possibile per tentare di raccontare In the Eyes of God a chi ancora non abbia avuto occasione, voglia o necessità (ma suonato meglio – la sezione ritmica qui andrà poi a formare i Mastodon). Nelle intenzioni un qualche tipo di concept sulla religione, in pratica la lettera del suicida che nessuno leggerà mai perché fatta sparire da qualcuno al ritrovamento del corpo: la somma di invettive, considerazioni, sentenze e conclusioni messa in fila semplicemente troppo spietata, abnorme, incontestabile da processare, con la solita serie di lisergici atroci deliri psicosessuali ancora più allucinata del solito a raccordo tra un passaggio e l’altro, e un minuto e quarantacinque secondi che sono l’apice assoluto del gruppo – The Cold Harshness of Being Wrong Throughout Your Entire Life, la Yesterday degli afflitti, dei deboli e degli umiliati.

Questo arriva immediatamente, a livello epidermico, senza mediazioni, a chiunque stia male. Dall’universale al particolare e ritorno: da un punto di vista esterno alla questione, da entomologo, In the Eyes of God è l’ultimo disco americano. Non ne sono usciti altri dopo della stessa portata e intensità, altrettanto profondamente, inestricabilmente connessi alla storia di un Paese che si basa sulla sistematica distruzione della storia a colpi di sopraffazione, diritto del più forte e fiera quanto bieca ignoranza che tutto investe e tutto divora, in una corsa verso l’annullamento che oggi sta finalmente iniziando a produrre parte dei risultati auspicati in altre ere in cui il concetto di global warming era roba da romanzi di fantascienza particolarmente amari. Può nascere e crescere soltanto lì In the Eyes of God, una melma psichica che è la sintesi di tutte le droghe più economiche quanto distruttive smerciate, i metri cubi di gas di scarico e aria gelida prodotta da inquinantissimi condizionatori accesi a palla 24/7, ogni centimetro colonizzato da trattori John Deere, fumetti di Capitan America, Coca Cola e Big Mac a colazione, videocassette da Blockbuster, caffè da Starbucks, la spesa da Walmart, i viaggi in pullman convinti che si possa arrivare in Europa senza scendere da un Greyhound, feste del Ringraziamento a onorare i milioni di nativi massacrati, casalinghe obese che si menano da Jerry Springer alla TV, conoscenti con un arsenale in garage che una mattina si alzano, si armano fino ai denti, vanno a scuola e aprono il fuoco. In the Eyes of God è la suprema sublimazione di tutto questo; un corso accelerato di cosa realmente voglia dire essere americano per chi negli Stati Uniti è nato e vive tanto quanto per chi negli Stati Uniti non ha mai messo piede; in entrambi i casi, impossibile uscire indenni dai 50 e rotti minuti di un disco per cui, come pochissimi altri prima e nessuno poi, concetti quali “esperienza”, “iniziazione” o “rito di passaggio” hanno un senso che travalica di diverse lunghezze il semplice ascolto. Tutto quel che verrà dopo sposta zero, ma vederli dal vivo ha sempre un senso. (Matteo Cortesi)

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