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DECEASED – Ghostly White

15 marzo 2019

Perché i Deceased siano un culto sotterraneo relegato a quattro sfigati come loro e non un nome che svetta puntualmente in cima alle bill dei festival metal più affollati del globo è per me un insondabile mistero, nonché un’ingiustizia che grida vendetta al cielo. Forse troppo inclassificabile è il loro personalissimo e mai replicato suono – che miscela con una naturalezza che lascia tramortiti death, thrash, heavy metal classico e power di scuola americana – perché siano ritenuti dei capofila ma questo vale per tante altre band che, pur subendo ripetute ingiurie da parte del destino cinico e baro, hanno finito per raccogliere quello che avevano seminato, seppure in maniera tardiva (pensate, che so, ai Voivod). Ma King Fowley e compagni sembrano ormai essersi abituati. Da oltre trent’anni fanno la loro cosa nell’indifferenza pressoché generale, senza aspettarsi altro che l’affetto e la riconoscenza di quello zoccolo duro di fan devoti ai quali il sottoscritto non merita di appartenere giacché sto recuperando solo ora il loro ultimo album, che avrebbe probabilmente meritato, per motivi sia artistici che morali, il vertice della mia ultima classifica di fine anno.

Sette anni erano passati dal precedente, splendido Surreal Overdose. Nel frattempo era arrivato, finalmente, un contratto con un’etichetta decente (la Hells Headbangers, una delle migliori indie estreme statunitensi), una soddisfazione subito ricacciata in gola da un lutto, la morte improvvisa del batterista Dave Castillo (già presente su As The Weird Travel On del 2005), ennesima beffa di una sorte avversa, che ha mandato a puttane tour già pianificati. Ci resta l’ennesimo, eccellente, disco dei Deceased, che riesce nella difficile impresa di superare il predecessore in termini di qualità e ispirazione.

Ghostly White prosegue il discorso inaugurato oltre vent’anni fa con Fearless Undead Machines, ovvero l’apertura a sonorità sempre più melodiche e tradizionali, gettando un ponte tra i classici degli anni ’80 e la scuola estrema degli anni ’90 con una sensibilità e una filosofia diversissime da quella che può essere, in Europa, la scuola di Goteborg.

Sentitevi Germ of distorted lore. Supera i 13 minuti ma viene comunque voglia di riascoltarla dieci volte di seguito: contiene più idee di quelle che tante altre band riversano in un disco, se non in una discografia. A fare da contraltare ai suoi ricami di chitarre gemelle, bordate old school come To serve the insane, memori dei primi, più intransigenti capitoli della storia della band americana. Sullo sfondo, il solito approccio da nerd invecchiati felicemente, che, superati i cinquant’anni, mantengono lo stesso amore che avevano da ragazzini per i vecchi film horror di serie B e i fumetti di Zio Tibia, un aspetto che mi suscita accostamenti, spero non inopportuni, con il compianto Mark Shelton. Se non avete mai ascoltato i Deceased, è il momento di rimediare e riscoprire una grande, grandissima band, condannata a muoversi nel sottobosco di una scena della quale dovrebbe essere leader. (Ciccio Russo)

2 commenti leave one →
  1. Mirko permalink
    15 marzo 2019 20:49

    Gli dei del metallo faranno giustizia un giorno…

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  2. Fanta permalink
    16 marzo 2019 20:40

    Bravo Ciccio. Concordo su tutta la linea. P. S. Recensitemi il nuovo Mystifier che è bello assai.

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