Progressivamente parlando: intervista ai KARNYA

keep-calm-and-listen-to-progressive-metalSi può affermare che durante gli anni ’90 a Roma si stesse sviluppando una vera e propria ‘scena’ progressive metal? DGM, Abstracta e Zen da soli forse erano un po’ pochi per poter sostenere tale teoria, però pure nel resto d’Italia non è che si cazzeggiasse: Evil Wings, Garden Wall, Last Warning, Time Machine e (certo di averne dimenticati parecchi altri) quelli che a parer mio furono e tutt’ora sono i più grandi, gli Eldritch. L’ordigno era innescato ma purtroppo non esplose mai. Come in poche altre cose, l’Italia del prog rock è sempre stata all’avanguardia (qui provai a dare struttura a una materia vastissima, ma l’obiettivo resta più grande di me), anzi ritengo che il rock italico dei primi ’70, progressivamente parlando, sia stato nettamente superiore a quello inglese. Sono ben consapevole che in questa parte della Galassia rock stia a Inghilterra come idrogeno sta a Sole ma resto convinto del fatto mio. Tornando al metal, mentre in Europa ci si bruciava i pochi neuroni a disposizione per cercare di interiorizzare l’astrusissima filosofia degli Ayreon (faro di speranza su questa sponda dell’Oceano Atlantico) e, una volta compresa l’impossibilità di riuscire nell’impresa, ci si distraeva con Elegy (Lost: uno dei più grandi dischi di tutti i tempi da quando l’uomo inventò le tastiere), Vanden Plas e Pain of Salvation (e coi poveri Tad Morose che andavano tanto di moda ma, chissà perché, tutti ne parlavano malissimo, e di sfuggita pure i Royal Hunt, va’), dal Nuovo Mondo arrivavano i veri profeti che dal Sinai calarono, impietosi, i dieci comandamenti: Dream Theater sul pulpito con Psychotic Waltz, Symphony X, Fates Warning (dall’uscita di John Arch fino a un certo punto della loro esistenza) e Shadow Gallery (così tanto memori della lezione italica che la prima volta li scambiai per connazionali) inginocchiati alle prime panche (onore pure ai Galactic Cowboys mentre i solisti mi hanno sempre fatto due palle così). La fine di quel lungo periodo di passione per il sacro Prog, che con risultati molto pregevoli si ramificava in nature parecchio distanti da esso innestando intelligenza lì dove prima c’erano solo thrash e barbarie, per me finì bruscamente coi Liquid Tension Experiment, colonnina votiva che pose il sigillo di cera lacca e il punto senza l’accapo a tutto il decennio successivo, durante il quale  non accadde nulla di sostanzialmente nuovo. Alcuni tennero botta, altri fecero pippa. Attualmente tendo a rifuggire il genere un po’ perché la mia stauroteca è piena di tutte le reliquie di cui ho bisogno e un po’ perché reputo che la tendenza all’emulazione tout court sia fastidiosamente troppo diffusa. Ogni tanto, scavando bene, trovo però delle eccezioni che mi portano ad edulcorare questo giudizio così pessimista; e qui finisce ‘sto giro del mondo in 80 dischi che avevo in canna da un pezzo.

427909_10151154111639221_2103715837_nTorniamo a Roma e arriviamo ai Karnya. Da poco hanno firmato per Bakerteam e a breve daranno alle stampe il debut album, Coverin’ Thoughts, che Metal Skunk ha già ascoltato per voi. La dannazione, ma anche la beatitudine, del prog metal è che prevede che chi lo pratica sia dotato di un’imprescindibile grande manico. Nel senso che se non sei come minimo un virtuoso, oggi come ieri e considerate le premesse, a questo genere non ti ci devi manco avvicinare. Pena: figure di merda clamorose. I Karnya sono dei virtuosi. Ma questo non basta ovviamente, sennò si rischia solo di tendere alle disumane freddezze del Liquid Tension et similia. Bisogna aggiungere quel (Li)quid in più, che si potrà chiamare passione, intuizione, cazzimma o come vi pare ma che consenta all’ascoltatore comune di ripigiare play col ditino e farsi un altro giro sulla giostrina. Finalmente, dunque, un disco onesto, suonato da professionisti ma non dedicato agli addetti ai lavori, che rifugge dallo sterile manierismo e da certa teatralità pseudo-intellettuale di chi pensa di avercelo più lungo. Coverin’ Thoughts ha una struttura solo apparentemente semplice – e per questo molto efficace – ma che comunque farebbe dire al sovrano idiota dell’Amadeus di Forman che “ci sono un po’ troppe note”. Imprescindibili sono pure le suite e gli esercizi di stile, certo, ma qui non predominano anzi sono il giusto corollario ad altri brani più brevi, tosti e tirati. Come al solito ho parlato pure troppo, quindi mi azzittisco e lascio la parola al bassista dei Karnya, Enrico Sandri.

Ho apprezzato molto il fatto che, pur rientrando nei canoni del genere, vi sforzate di non essere emuli di qualcuno in particolare. Pensi che l’innovazione nel prog sia ancora possibile?

Essere innovativi è complicatissimo sia nel prog sia in qualsiasi altro genere musicale. Non ci siamo mai posti il problema di essere necessariamente innovativi quanto quello di essere riconoscibili e avere un sound personale e compatto. Ascoltando il disco si possono ritrovare mille riferimenti a un gruppo piuttosto che a un altro. È inevitabile, ci nutriamo di musica e per forza di cose quando componiamo emergono i nostri ascolti. L’importante è che il tutto venga percepito come una rielaborazione personale, funzionale alla resa del brano, e non un banale copia/incolla. D’altronde, se non fossero esistiti Rush, Metallica, Yes, Marillion e un disco come Images and Words (tanto per citarne uno a caso), non ci sarebbe nulla.

Coverin’ Thoughts suona molto settantiano ma è anche parecchio roccioso. Qual è la caratteristica principale del disco secondo te?

Probabilmente direi la compattezza del sound. Ci abbiamo lavorato molto, soprattutto in fase di mixaggio e mastering, supportati dal grande Giuseppe Orlando (Novembre, ndr), in quanto temevamo che i pezzi suonassero troppo diversi tra loro, perché composti e registrati in periodi diversi, e dessero l’idea più di una compilation che di un vero e proprio album. Invece mi sento di dire che il prodotto finale è estremamente compatto, pur mantenendo un’elevata eterogeneità nella proposta musicale, e alterna pezzi rock-metal brevi e d’impatto a pezzi strettamente prog e maggiormente sinfonici. Devo dire che abbiamo investito parecchio tempo ed energie sia in fase compositiva che nell’arrangiamento di ogni singolo brano, dilatando notevolmente i tempi di realizzazione dell’album ma credo ne sia valsa la pena.

20_imgVeniamo a voi. Chi siete, da dove venite, cosa suonate? Un fiorino!

I Karnya sono composti da me (Enrico Sandri) al basso e vengo da Roma, da Dario Di Pasquale alle tastiere, che viene da Aprilia, da Riccardo Nardocci alla voce e alla chitarra, che viene da Cori e (ultimo arrivato) Luca Ciccotti alla batteria, che viene da Frosinone. Come vedi ci mancano le province di Rieti e Viterbo e copriamo quasi tutto il Lazio.

Tu hai suonato negli Zen prima e negli Utopia poi. Che ne è degli uni e degli altri oggi?

Gli Zen è il gruppo dalle cui ceneri sono nati i Karnya. Entrai negli Zen subito dopo l’uscita del disco Gaze Into The Light e lì conobbi Dario Di Pasquale e Luca Urbinati (il batterista che ha registrato quasi tutti i pezzi di Coverin’ Thoughts ). Poi, dopo varie vicissitudini e cambi di line-up (tra cui l’incontro con Riccardo Nardocci) che hanno portato alla attuale compagine dei Karnya, finalmente una formazione stabile con un nuovo batterista. Gli Utopia invece sono vivi e vegeti. Abbiamo avuto un anno di stop anche lì per mancanza di un uomo dietro le pelli (dannati batteristi, eheh) ma attualmente abbiamo completato la squadra e ripreso sia l’attività live che quella compositiva per il secondo disco (il primo fu l’ottimo Ice and Knives, ndr) e devo dire che le cose procedono a gonfie vele.

Dì la verità, come tutti i ‘progster’ che si rispettino anche i membri dei Karnya si dedicano a mille e uno progetti paralleli?

Sì, non posso darti torto! Per quanto mi riguarda, oltre a Karnya e Utopia, attualmente suono anche in una gothic metal band dal nome Setanera (nella quale recentemente ho portato Dario in qualità di batterista), in cui suona anche il tastierista degli Astarte Syriaca per rimanere in ambito prog, e ho partecipato al primo disco dei Beyond Abstract, progetto strumentale che vede la partecipazione di Lorenzo Venza (Utopia), Leonardo Porcheddu (V. Kuprij), Lorenzo Antonelli (Pavic – Utopia), John Macaluso (Y. Malmsteen – J. Labrie – Ark), Pierpaolo Ranieri (Virtual Dream – Greg Howe) e Davide Costantini. Dario attualmente milita in Karnya e Setanera mentre Riccardo è focalizzato solo sui Karnya tralasciando un po’ i suoi progetti solisti (ha avuto una bimba da poco e le sue energie fisiche e mentali sono messe a dura prova, eheh). Infine Luca, ex batterista degli Infinita Symphonia, ha alcune collaborazioni con altri musicisti (ad es. il bassista dei DGM) per un progetto solista e un tributo “virtuale” ai Dream Theater (realizzazione di cover in modalità split screen con diversi musicisti del web) chiamato Marked For Life.

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È stato facile trovare una label in quest’ultimo annus horribilis per il mercato discografico (anche culturalmente parlando se si considera che un terzo del venduto proviene dal comparto digitale)?

Tutt’altro che facile! Abbiamo finito mixaggio e mastering a febbraio dell’anno scorso e il 26 febbraio di quest’anno uscirà il disco dopo più di un anno di ricerche. Al momento è difficile incontrare chi sia disposto a investire su un prodotto come i Karnya alla prima uscita e inevitabilmente ti viene richiesto di partecipare all’investimento iniziale. Di conseguenza bisogna anche fare attenzione a quelle etichette che ti contattano solo per fare cassa facendoti sborsare un sacco di soldi per poi ottenere nulla in cambio. Oggi come oggi, i gruppi devono partecipare attivamente nella realizzazione dei propri dischi quindi le etichette le possiamo considerare quasi come dei fornitori (limitando parecchio il rischio d’impresa) e i gruppi come dei clienti che usufruiscono dei loro servizi! Se faccio il cliente pretendo e rompo le palle. Siamo stati contattati anche da label importanti che hanno avanzato proposte veramente campate in aria. Ci siamo informati sulle singole etichette anche chiedendo dei feedback alle band presenti nei rispettivi roster ricevendo spesso pessimi giudizi. Insomma, alla fine con la Bakerteam Records (etichetta partner della Scarlet) crediamo di aver fatto un’ottima scelta. Non nego che abbiamo anche pensato di far uscire il disco solamente in formato digitale.

Perdona se faccio il purista del suono e divago troppo, ma sarebbe interessante avere il parere di un musicista: vale la pena di spendere migliaia di euro in iperproduzioni se poi la gente -che a stento si compra i cd- si ascolta i dischi in pessime cuffiette?

E aggiungo: vale la pena di spendere migliaia di euro in strumentazione, tra bassi, effetti, testate e casse se poi vai a suonare in un locale con un impianto non adeguato o -ancora peggio- il cui fonico non è in grado di farlo suonare come si deve? Per quanto mi riguarda ne vale la pena (se si ha la disponibilità), per due motivi: innanzitutto perché chi, come me, non è un musicista di professione ma solo per passione ha lo stesso approccio del collezionista di francobolli e si farebbe togliere un braccio pur di avere quel particolare francobollo rarissimo; secondariamente perché ancora esistono persone che a casa ascoltano musica come si deve. Ecco, per quei pochi ne è valsa la pena.

Chiudi come preferisci.

Della serie fatti una domanda, datti una risposta e fuori dalle palle? (sveglio il ragazzo, ndr) Sfrutto questo momento per ricordare ai vostri lettori che Coverin’ Thoughts uscirà il 26 febbraio 2013 e se avete voglia di partecipare al Release Party sappiate che si terrà il 2 marzo a Ciampino (Roma) all’Orion dove, oltre ai Karnya, presenteranno il nuovo disco gli amici The Prowlers e i Kaledon. Ciao e grazie.

10 commenti

  • sei una brava persona, per cui ti perdonerò per aver bestemmiato assieme bibbia corano e torah dicendo che il prog italiano sia stato nettamente superiore a quello inglese. pienamente d’accordo sugli Eldritch invece, e sulla difficile ascoltabilità del progressive metal “moderno”. il tizio mi pare simpatico, per cui I’ll check this out!

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    • Grazie della immeritata fiducia sulla mia persona ma confermo il mio pensiero. Certo, in Italia non abbiamo mai avuto qualcosa al livello di In the Court of the Crimson King ma nel complesso, qualitativamente parlando e forse anche quantitativamente, loro non avranno mai quanto segue (e andiamo con ordine): Adriano Monteduro, Aktuala, Albero Motore, Alphataurus, Antonius Rex, Apoteosi, Area, Arti & Mestieri, Atlantide… E basta che me so’ rotto ma spero che il concetto sia chiaro sennò riparto con le altre lettere dell’alfabeto (e tu sai che ho altre 150 bombe da sparare).

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      • beh, di musica ne sai e hai a mio parere degli ottimi gusti. su questo però resto della mia opinione. anche le verdi coste della Britannia pullulavano di gruppi validissimi. certo, gli Aktuala e gli Area li avevamo solo noi…

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  • Domanda: non ritenete anche voi che il problema del prog metal sia sempre stato “il metal”? Tanti gruppi molto validi come Pain of Salvation, Fates Warning, Dream Theater, secondo me hanno scontato troppo il fatto di essere vicini al mondo del metal, finendo con il limitarsi da un lato e con il creare aspettative sbagliate dall’altro. Non pensate che sia possibile parlare di prog e basta, e che i Dream Theater (ad es.) sono molto più interessanti se affiancati ai Genesis che non ai Metallica (che quando provano a scimmiottare sono ridicoli)?

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    • non so… a me il prog metal piace da morire, così come mi piace da morire il prog anni ’70, per cui non parlerei di “problema”. ci sono alcune caratteristiche dei generi che, se estremizzate, sono nefaste, almeno a mio parere. negli anni ’70 erano la mancanza di sintesi, l’eccessiva magniloquenza negli arrangiamenti, una tendenza all’astrazione lirica e compositiva portata all’estremo. nel prog metal sono l’ipertecnicismo, l’incapacità di uscire da alcuni schemi lirico/compositivi (leggi: copiare ad libitum i Dream Theater) e le influenze djent. ovviamente sono considerazioni personali, come è dettata dal gusto personale la mia idea che The Perfect Element sia il disco più bello uscito nello scorso decennio

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      • Alla domanda, per quanto mi riguarda, rispondo ‘ni’. Le due cose andrebbero separate ma è ovvio che la seconda senza la prima non esisterebbe. Il prog metal si può estinguere (spero di no), il prog rock probabilmente non morirà mai. Prendi l’ultimo album della stramadonna di Steven Wilson che un disco prog rock assolutamente contemporaneo e scevro da tutte quelle caratteristiche penalizzanti, quando estremizzate, di cui giustamente parlava MorphineChild. Se ‘sto disco avesse avuto qualche minima influenza metal avrebbe perso il 50% della sua bellezza. Però fare prog metal oggi ha ancora moltissimo senso, scimmiottare i Dream non ne ha mai avuto alcuno. Poi a parlare, me compreso, siamo tutti bravi ma quello dei DT resta un pianeta fondamentalmente inesplorato e difficilmente raggiungibile (non gli attuali DT è ovvio) figurati superarlo… Il new prog non esiste ancora e non ho la più pallida idea di come dovrebbe essere quindi ci dobbiamo tenere quel poco di credibile che rimane oggi.

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      • Capisco. La mia riflessione forse era più semplice, e legata a una certa necessità mediatica di compiacere certi fan e certe nicchie. Ad es. i DT spesso sono stati criticati perché freddi o non abbastanza metal (Falling to infinity?) ma io ritengo che questo sia un problema dei fan più che della band – un problema però che porta a una crisi di identità della band stessa. Discorsi analoghi secondo me si possono fare appunto per i Pain of Salvation, o quei pazzi degli A.C.T., le cui influenze metal erano viste solo da certa stampa o certi cataloghi.

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      • il disco di SW è un disco della madonna! ti consiglio l’omonimo degli Echolyn

        pepato, non riesco a capire cosa intendi con “non abbastanza metal” riferito ai DT. stessi parlando dei Pain Of Salvation da Be in poi, o dei Fates Warning di A Pleasant Shade Of Gray / Disconnected, capirei. e non mi pare che i DT vengano criticati, nonostante da Awake non facciano più capolavori e da Scenes From A Memory nemmeno bei dischi =P

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  • E’ un discorso un po’ lungo da fare qui, ma essenzialmente mi riferivo a Falling into infinity, che è stato criticato molto, essenzialmente per le influenze più eclettiche; dopo Scenes from a memory hanno pestato sulla distorsione con 6 degrees, andando a dire “avete visto? non è vero che non suoniamo più metal” – insomma dimostrando un problema di identità imho. Grazie per i consigli btw!

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  • andrò di sicuro controcorrente, ma i Royal Hunt – che effettivamente sono sempre stati cagati “di sfuggita” – hanno dato la paga a buona parte dei gruppi prog metal (tralasciando i comportamenti da primadonna di D.C. Cooper) americani e non.
    Grandi manici, ma con appunto quel quid, quel gusto per la melodia, diciamo anche quella vena un pò commerciale, che ti faceva (o perlomeno mi faceva) rischiacciare play più e più volte).

    E l’ultimo album, quello della reunion con D.C: Cooper, è davvero tanta roba a mio parere.

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