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italianoChitarra [Tonio Bragaglia]

7 aprile 2012

(italianoChitarra raccoglie i piùdi5menodi10 dischi italiani a cui ognuno di noi è più legato affettivamente)

Io non so se ho dei veri dischi generazionali italiani. Atomo per atomo, sentimento per sentimento, mi vien più facile pensare a canzoni generazionali. O a film generazionali. Quindi l’ideale al massimo sarebbe una bella colonna sonora generazionale. Ecco, di quelle ce ne ho più d’una ma non le nominerò sennò mi venite a linciare. Vi dico solo che, troppo giovane per godermi Trainspotting appena uscito nelle sale, ripiegai qualche anno dopo su un Trainspotting di provincia. Stop.
Sui dischi uno sforzo lo faccio volentieri anche se so che dovrò ridurre a paramnesie quelle che forse non sono mai state vere passioni adolescenziali o simili.

BANCO DEL MUTUO SOCCORSO – st (1972)
Ecco, io ho divorato letteralmente un bel disco come questo (e anche il successivo Darwin). Ero piccolo, inconsapevolmente attratto dalle sonorità pesanti ma ancora non mi riconoscevo nel metal che di lì a poco mi avrebbe travolto. C’erano queste cassettine, c’erano questi barbuti freakettoni amatriciani. Non c’erano poi così tanti scatoloni ‘in cantina’ pieni delle vecchie memorie dei miei genitori, no. C’era solo grande musica ad un passo dallo stereo, tutta a portata di mano e non sapevo neanche come ci fosse capitata. Quindi un giorno infilo questa raccolta in cassetta e in poco tempo recupero e scopro i primi tre grandi dischi del Banco. Questo fantastico esordio e anche il successivo concept sulle varie tappe onto- e filogenetiche dell’uomo trasfigurate nella teoria evoluzionistica di Darwin. Una fanfaronata in puro stile prog, a ben vedere, ma che voce, fratelli. E che atmosfere. E che tappeti tastieristici. Ok, gli Area erano ben altro ma per me all’epoca c’era solo la bella gola di Di Giacomo, mica gli istrionismi di Stratos. Solo a pensarci mi vengono i brividi.
A sedici anni ascoltavo anche Mental Funeral dieci volte al giorno, ma questo solo per ricordarvi che il romanticismo è fatto di estremi pericolosi, ecco. Me lo ricordo come fosse ieri. Gita col resto della classe di liceo. Tappa obbligatoria al negozio di dischi. Becco Mental Funeral con lo sticker intimidatorio di Kerrang! che dice qualcosa come “Il disco death metal più bello da quando ci siamo dimenticati di quell’altro sticker su chissà quale disco…”. Lo faccio mio, penso. In bus sulla strada del ritorno ero già in pieno rapimento. Ecco, per un fatto di completezza amarcord vorrei citare anche un bel raccoltone sempre su cassetta del mitico Gaber. Questo lo macinavo in cuffia addirittura sin dalle elementari, sempre in gita. Ma andiamo troppo indietro nel tempo.

INDIGESTI – Osservati dall’Inganno (1985 – ristampa 2010)
Questo sì che è un disco veramente generazionale. Certo non ha segnato la mia generazione, non quella di gente come me che prima della recentissima ristampa se l’è dovuto sorbire in mp3 (non si era già più adolescenti) ma fa niente. Il Group Sex all’italiana, va’. Volendo, pure con qualche aggiunta di Husker Du e qualche puntata dei primi 7 Seconds, per completezza. Un capolavoro. Io che salto non appena il feedback di chitarra lascia spazio a quell’intro aggressiva di Silenzio Statico. Un trip lungo tutto il disco fatto di spasmi del mio corpo nel denso vuoto della stanza. Altissimi salti verticali e rallentati come se fossi su un tappeto elastico. Un tuffo tra la folla. Fischi e microfoni schiantati al suolo. Mi riprendo ed è sempre la solita vita.
Per rimanere in tema cito pure lo split con i Wretched. Un disco di neanche dieci minuti, ma forse neanche sette, cinque. A memoria. All’epoca avevo sicuro meno di vent’anni. Non troppo tempo fa, insomma, ma di ordinaria umana sofferenza e vita ne era passata tanta nel mezzo. Non vi tedio con gli avvenimenti post-adolescenziali più o meno tesi del periodo e neanche punto tanto sul fattore quasi terapeutico che può aver giocato il caos comunardo dei Wretched, sarebbe troppo. Ma alternare quello split agli Smiths in quel preciso periodo della mia vita non creava mica disturbi, sapete? Due balsami, ma che funzionavano in coppia.

KINA – Se ho vinto se ho perso (1989)
Sulla scia dei ricordi ci infilo pure un gran disco (minore?) dell’hardcore italiano. Voi ridete pure ad ascoltarlo (‘Ma che razza di accento hanno? Ma come cantano?’) ma poi ditemi quanti altri Kina ci sono stati in Italia, chi altro abbia mai tentano sonorità meno convenzionali del solito tupa-tupa. Altro disco mandato a memoria. Talmente bello che a volte me lo sparavo pure in palestra (anche se è dura sostenere il confronto con Ciccio che in palestra ascolta i Nabat), quando in palestra ancora ci andavo, alternandolo a Rotten Sound e a Live The Storm dei Disfear. Se fate due conti siamo a  circa cinque anni fa. Poi, siccome in piscina le cuffie ti fulminano il timpano (avevo nel frattempo abbandonato l’ambiente alla Taxi driver delle palestre), mi sono dovuto sorbire i quattro quarti della dance più tamarra in diffusione.

TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI – Piccolo Intervento a Vivo (1997)
Rintracciare tutti i dischi dei primo vagito pop-punk (o indie rock?) dei Tre allegri è un po’ difficile se non sei di Pordenone, non hai più di 30 anni e non hai vissuto lo sgretolamento dell’underground italiano di fine anni novanta. Ecco, sia geograficamente che anagraficamente nel ’97 ero piuttosto estraneo a quella scena. Giusto per dire. Quindi sarebbe più corretto riferirmi ad un disco come il successivo Mostri e Normali (capolavoro) o La Testa Indipendente, ma il culto più sincero si consolida proprio con il disco d’esordio dal vivo, autentico set da festa che in me richiama sempre i più profondi e sereni ricordi del primo anno di superiori. Ecco, vi parlo di quando ero ragazzino che in momenti del genere non può fare che del gran bene, va’. Amici e amiche che vedi solo l’estate, gente che rivedi solo per 5 giorni a luglio, accenti strani e oscure mode linguistiche, prime birrette e dischi cassette poster magliette mai ascoltati o visti prima. Un attico bellissimo, candele a terra, tavoli pieni di cibo spazzatura per adolescenti pieni di spumeggiante testosterone. Parte Quindiciannigià, segue Fortunello, prosegue Batteri. Ed è tutto un saltellare in giro, urlare ai tamarroni che passeggiano per il corso, lanciare acqua e bibite contro tende e tendoni. Fidanzatini che limonano tarantolati, altri che scolano birre in un sorso, lanci di cipolle, gente che ha esagerato. Girano le prime sigarette (giuro, solo sigarette), squillano campanelli, esplodono lampadine. Piangono ragazzi e ragazze in preda a ridarelle isteriche. Ad oggi non esiste un solo momento che abbia eguagliato quello straordinario ed emozionante baccanale. Ed è stato così per tanti lunghissimi giorni estivi, nel corso degli anni cruciali giusti, con la gente giustissima, altro che i party di Janis Joplin.
Siamo tutti allegri ragazzi morti. Adolescenti per sempre. Tutti sempre meno ragazzi, questo è certo. Quelli come me, diciamo, ‘morti’ al momento giusto.

FINE BEFORE YOU CAME – Sfortuna (2009)
L’ultimo disco lo descrivo veramente in due righe perché qui rischio di parlarne senza troppa cognizione. Molti di voi non sapranno manco di che genere parlo. Bhe, solo poche parole: post-hardcore rallentato e polveroso, emocore più prosaicamente quotidiano che banalmente intimista (ma quanti hanno abusato di questa cosa?), cori a voce piena e polmoni colmi di fumo, sudore e abbracci. Qui non servono davvero parole.

12 commenti leave one →
  1. 7 aprile 2012 10:29

    la capa gira?

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  2. funambolo permalink
    7 aprile 2012 11:16

    bell’articolo, ma seriamente i 3 allegri ragtazzi morti mi hanno fatto sempre 2 palle come un melone

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  3. MorphineChild permalink
    7 aprile 2012 13:15

    non ho ancora letto l’articolo, ma vedere l’omonimo del Banco nella tua lista vale la mia incondizionata approvazione. io lo considero tra i capolavori del progressive a livello mondiale

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  4. 7 aprile 2012 14:54

    Madonna i tre allegri ragazzi morti quanto li ho adorati, specialmente i primi due dischi.

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  5. Nervi permalink
    7 aprile 2012 21:16

    Concordo pienamente sul fatto che il decennio 2000-2010 ha fatto schifo al cazzo. E aggiungo anche che alcuni di quei gruppi che negli anni novanta hanno pubblicato capolavori se ne sono poi usciti con album deludenti.

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    • Nervi permalink
      7 aprile 2012 21:32

      Lo stesso vale per il cinema italiano. Dieci anni di vita bruciati tra storie su preti e vomiti d’amore del cavolo.

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      • funambolo permalink
        8 aprile 2012 14:20

        beh i film di Sorrentino non sono malaccio secondo me

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