Once upon a time in Norway #4 – Raseri

Qualche settimana fa è successo un casino allo Spellemannprisen o Grammy Award norvegese che dir si voglia. I vincitori, tali Plumbo, l’hanno combinata grossa, vedere per credere:

Spiegato alle masse, ciò che accade è che il cantante fa un gioco di parole tra il titolo della canzone vincente, Møkkamann (traducibile liberamente con “omm’e’mmerd”) e l’epiteto Mokkamann (letteralmente “uomo color caffè”) rivolto ai due presentatori, i rapper afro-osloesi dei Madcon. Il tizio non è proprio Petrolini, insomma, ma come vedete dal video, gli altri due ci hanno riso sopra e morta lì. Peccato però che poi il pubblico abbia cominciato a rumoreggiare e la cosa sia finita maluccio – cfr. la reazione del chitarrista di un gruppaccio se ce n’è mai stato uno:

La verità è che in Norvegia è sempre più difficile aprire bocca. Soprattutto da quando è successo quel che è successo quest’estate, ogni parola che puzzi anche lontanamente di politicamente scorretto viene additata e messa a tacere. Il che è comprensibile, e – non fraintendetemi – non voglio mica farmi alfiere di alcun razzismo. Però tutti sono buoni e tolleranti a parole e si incazzano se dici uomo color caffè, poi guardi la classe dirigente è ti accorgi che è al 99.9% bianca, che le scuole hanno una politica di integrazione pessima, e che i ragazzi immigrati di seconda generazione (norvegesi per ius solis ovviamente, mica come da noi) non trovano lavoro e campano con i sussidi di disoccupazione. La cosa si commenta da sola. Speriamo non finisca come in Francia.

Di queste cose ha provato a parlare Cornelius Jakhelln dei Solefald, autore di un coraggioso editoriale sul Morgenbladet a ridosso del 22 luglio. Nell’editoriale diceva di prendere sul serio le motivazioni di Breivik, perché lui stesso era stato in passato “vittima del virus razzista”. Jakhelln si spiega meglio in un libro pubblicato alla fine del 2011, Raseri (“Furia”, lettura consigliata dopo i 40 euro all’ora), un “tentativo di autobiosofia”, come lo chiama lui stesso, ovvero un collage di testi più o meno autobiografici risalenti agli ultimi dieci anni.

Tra le mille altre cose che ci sono nel libro, Jakhelln parla di un “processo di radicalizzazione” avvenuto durante il suo soggiorno di studi a Parigi di 7-8 anni fa, quando, dopo alcuni mesi di convivenza difficile con la comunità islamica di un sobborgo, si era sentito disprezzato e minacciato per la sua “nordicità”, e ha iniziato a covare sentimenti anti-islamici. Da questo periodo, come pars construens, scaturisce anche una presa di coscienza delle proprie radici, leggi il processo che ha portato a Red for Fire & Black for Death.

Il processo autobiografico è un tentativo appunto di scrollarsi di dosso il “virus del razzismo”. In realtà ciò va di pari passo col processo musicale. Durante gli anni Jakhelln si è reso conto di sapere troppo poco della cultura ebraica, forse anche in virtù di questo processo di radicalizzazione. Da qui l’autoimposizione di un viaggio a Gerusalemme per la composizione e registrazione di Zion, prossimo album del suo progetto parallelo Sturmgeist. I risultati li vedremo a breve.

Ora, Cornelius è un amico, e agli amici si concedono e perdonano tante cose. Però c’è una cosa che io non ho mai capito di questa storia, e cioè: se vai in giro per una periferia di Parigi vestito come tuo solito (con ottimo gusto, c’è da dire, tweed  e talvolta bastone da passeggio), non è che ti viene in mente che i gangstà (con l’accento, sono francesi) potrebbero guardarti male? Insomma, in chiesa non si va vestiti da Borat. C’è un po’ il rischio di tirarsele dietro.

E Cornelius ama tirarsele dietro, a dire il vero. Come forse pochi di voi sanno, ora è attivo nella Art Militia, un collettivo artistico organizzato su base militare, di cui ha fondato il terzo reggimento a casa sua a Berlino. I primi risultati musicali sono questo video del suo ennesimo gruppo, Himeriksskvadronen, dove riconoscerete anche sua la voce:

Ho sentito di meglio (a parte la splendida poesia di Olav Aukrust) ma lasciamogli il tempo di far ingranare il cingolato. A dire la verità – e con questo concludo – credo sia l’estetica paramilitare che non funziona. Io quando sento berciare colonnelli di questo o quest’altro mi viene in mente solo l’immortale Ugo Tognazzi, e mi chiedo perché tutti ‘sti blacksters guerrafondai non si arruolino volontari in Afghanistan, ché lì sì che puoi mettere in pratica tutto l’NSBM che vuoi.

Il problema è che o sei nazi sul serio o ti tocca fare mille distinguo, ed è proprio ciò che accade nel libro di Jakhelln. Ma forse è solo il destino dell’intellettuale scomodo che dice cose scomode, gli va dato il coraggio di dirle e di rompersi le palle a rispondere punto per punto ogni volta che esce fuori qualcosa di fraintendibile (o di troppo facilmente intendibile). Lode a lui – io non ne troverei la voglia. (Giuliano D’Amico)

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