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AMORPHIS: la storia (parte 2°: 1998-2010)

19 agosto 2011

 Avevo chiuso la prima parte di questo speciale elogiando quello che si può definire, esagerando un po’ come al mio solito, lo “spirito” del gruppo cioè l’insieme di quegli elementi distintivi che fusi insieme, in quel particolare periodo trattato che va dal ’91 al ’97, hanno dato origine ad un sound inconfondibile e, a mio parere, unico. Ho tergiversato un po’ per buttare giù questa seconda parte, non per dare ancora più enfasi a quanto sostenuto precedentemente, ma semplicemente perché lo stimolo è sicuramente diverso e meno coinvolgente. Mi spiace per coloro hanno conosciuto e amato gli Amorphis solo nella loro fase declinante (perché solo così ad onor del vero può essere considerata quella che qui verrà descritta). Se si volesse fare la media del pollo si coglierebbe un dato interessante ovvero che gli Amorphis non hanno mai vissuto dei momenti di pausa o di reale stanca compositiva, a parte il periodo di lieve smarrimento a cavallo degli anni 2002-05. Infatti con progressione, pur nelle mille variazioni di line-up, ogni circa 2/3 anni, se non meno, hanno prodotto un nuovo lavoro. Laddove l’intermezzo si allungava troppo ci piazzavano un bell’EP o un mini che, come s’è visto, spesso aveva il peso di un concept album. E così che dopo il vero picco compositivo di Elegy/My Kantele, senza concedersi pause di riflessione alcuna (in effetti sembrava non esservene ragione seppure col senno di poi sarei portato a sostenere decisamente il contrario), tirano fuori quell’album coraggioso di Tuonela. All’epoca l’espressione facciale da post ascolto fu un mix di stupore e soddisfazione: speravo in un ulteriore cambio di stile ma non pensavo sarebbe stato così netto. Tuonela era pur sempre l’album di una ex death metal band finlandese non il parto della psichedelia britannica. Dunque, in primis: growls ridotti a due o tre. Secondo: ciò che resta delle clean vocals appare una artificiale campionatura e Pasi l’imitazione di se stesso (ci sono in giro video di performance pietose on stage). Terzo: la sezione ritmica è fiacca e non è mai stata messa così in secondo piano. Quarto: digerire la nuova deriva decadente degli Amorphis mi risultava affare ostico. 

Eppure nonostante tutto ciò Tuonela è uno dei miei preferiti: è un mix di prog inglese, psichedelia e space rock, con ammalianti inserti di pianoforte, flauto e sassofono che rendono la botta più soft. Ben inteso, l’operazione psicologica che feci all’epoca fu più o meno la seguente: gli Amorphis che conoscevo erano morti. Nei testi il riferimento alle leggende è costante ma quel gelo delle ambientazioni fantastiche viene qui reso tangibile da un sound freddo, glaciale, distaccato, drammatico, decadente, algido, contraddittorio. Non tutto però era ancora perduto: Greed e Divinity urlavano a gran voce: <<Hey! Siamo sempre noi, non ci sono cadute le palle dall’albero di Natale!>>. Questi due sono infatti gli unici brani che hanno ancora una qualche attinenza col genere metal. Kim Rantala se n’è andato con le sue tastiere dorate e d’ora in poi sarà sostituito da Senteri Kallio, uno bravo per carità ma Kim era di un altro spessore. Withered ahimè ci ricatapulta nella brutale realtà, quella di Am Universum.

Gli Amorphis musicalmente parlando non hanno mai veramente capitolato, cioè per intenderci non hanno mai fatto proprio schifo. Con Am Universum ci si avvicina un po’ alla debacle. Si aggiunga pure che Olli-Pekka Laine, storico membro (oggi nei Barren Earth), viene sostituito. Va detto però che la registrazione è una spanna superiore al precedente lavoro, nel senso che il suono è più pulito ed ogni singolo strumento facilmente riconoscibile. La scelta stilistica, del resto, avvantaggia questo miglioramento. È un album concettualmente semplice ma non povero. Fortemente atmosferico (Drifting Memories/Veil of Sin) ma sempre più decadente (Forever More) il che risulta a tratti difettoso del giusto coivolgimento (Too Much to See). È più facile per me essere oggettivo ora ma resta il fatto che anche Am Universum l’ho ascoltato alla nausea nonostante tutto, forse proprio per quel suo essere melodico, psichedelico, ben equilibrato e pinkfloydiano.

Nel 2002 è stato chiesto agli Amorphis di cantare una versione di Kuusamo, una canzone nota ai finnici, come colonna sonora di Menolippu Mombasaan, un roadmovie tragicomico di cui un Enrico Ghezzi potrebbe parlarvi per ore senza farvi capire assolutamente nulla della trama. Il brano merita un ascolto non per un suo particolare valore artistico ma perché è l’unico brano mai cantato in lingua madre dagli Amorphis (e sempre che ovviamente siate sufficientemente feticisti).

La vena creativa degli Amorphis sembra inevitabilmente esauritasi nelle ultime due produzioni e la tendenza ad un appiattimento generale appare sempre più evidente. Le potenzialità espresse dalla band agli albori e nei primi anni appaiono ora fortemente ridimensionate e la band, pur avendo tra i fan uno zoccolo duro fatto di granito, fuoriesce una volta per tutte dalla hall of fame ipotetica che determina quali sono i gruppi veramente imprescindibili. Di questi Amorphis si può fare tranquillamente a meno. Il ciclo si è compiuto e ciò che avevano da dare è stato dato. Far From the Sun risulta essere quindi la classica operazione stategico commerciale che si pone l’obiettivo di riavvicinarsi alle origini per recuperare fette di pubblico inevitabilmente andate a farsi fottere. Il risultato, a mio modesto parere, è deludente. L’album, manco fosse passato tra le mani del Ministro della Semplificazione finlandese, è un estratto di tutto ciò che era stato fino ad Elegy, eliminando ogni svarione progressive e influenza che potesse divertire ed appagare l’ascoltatore (a parte Killing Goodness, brano convincente). Non si tratta di uno scivolone vero e proprio ma solo di un noioso album di transizione, confezionato a dovere. Dal punto di vista nozionistico va segnalato il ritorno di Jan Rechberger, il batterista originario, e l’ultima prestazione lavorativa di Pasi Koskinen, il quale aveva raggiunto livelli di vera e propria inascotabilità.

Come ci insegna il resposabile Finanza della Iron Maiden S.p.A., quando l’ispirazione affievolisce è tempo di una bella compilation per rimpinguare le casse in previsione di tempi bui (o in alternativa l’ennesimo live). Infatti nel lasso di tempo di pochi anni puntualmente si da alle stampe un altro best of: Chapters. Siamo in piena fase di riflessione. Risalire la china è cosa ardua e prevede, sopra ogni cosa, un ennesimo cambio di line-up. Nello specifico occorre assolutamente rinforzare il comparto vocale. Lo si fa accogliendo tra le fila la voce dei Nevergreen (poi Sinisthra), pipparolgothic band, dai lunghissimi dreads: Tomi Joutsen. Per fortuna quelli delle Risorse Umane non si limitarono a selezionare il nuovo cantante solo tra i vincitori di prestigiosi concorsi di bellezza, quali Mister Sauna o Mister Bellicapelli, bensì ritennero di valutare anche la capacità vocale. Tutto ciò per dire che Tomi è sicuramente la voce più potente e convincente che gli Amorphis abbiano mai avuto. Anche dal vivo, confermo. Il primo risultato tangibile ascrivibile a quest’ultima innovazione è il ritorno ai growls e al vero metallo. Eclipse si lascia ascoltare piacevolmente ed ogni tanto dovrebbe passare negli stereo di tutti voi non tanto per una indimenticabile qualità intrinseca ma piuttosto per ciò che rappresenta: lo sforzo di risalire una china lunga e scivolosa. Il songwriting è tutto, o quasi, nella mani di Joutsen il quale, pur non cambiando una virgola dalle linee guida prestabilite (Kalevala), apporta nuova linfa, come si suol dire. Non basterà Eclipse, purtroppo, per tornare al top della forma – anche se con Perkele (The God of Fire) e The Smoke c’erano quasi.

Questi ultimi Amorphis diventeranno ben presto una macchina da guerra bel oliata. Potrebbero anche apparire più freddi, meno fantasiosi, meno onirici, più classici nel genere ma funzionano da paura. Sono precississimi e grazie a Joutsen tutti riescono ad esprimere il meglio di sé. Le chitarre di Silent Waters, ad un orecchio incompetente come quello del sottoscritto, sembrano più complesse. La ritmica ha un senso non solo accompagnatorio ed il pianoforte è giustapposto nei brani e nei fraseggi melodici, appositamente distaccato dal contesto. Alla fine credo che la bellezza di questo album risieda nella ritrovata abilità di alternare growls e voci pulite in modo incrociato rispetto ai riffs e alle parti melodiche di tastiera. Questa è sempre stata la caratteristica prima degli Amorphis che rende il loro un death melodico. L’aggiunta dei cori femminili conferisce ulteriore valore. Bellissima l’acustica Enigma che riporta alla mente la versione unplugged di My Kantele. La band sembra ritrovare quello “spirito” di cui si diceva all’inizio sebbene, forse colpa della vasta produzione, si è un pò uniformato all’evoluzione del death melodico esploso negli anni seguenti Elegy che ammicca a quel gotico di individualistico diletto.

Pronto a divenire uno dei nuovi classici del genere Skyforger rappresenta l’apice, non più eguagliato, degli Amorphis del nuovo millennio. Un album assolutamente perfetto e convincente in tutte le sue parti. Lirico e onirico, melodico e scorrevole, roccioso e progressivo. Rappresenta il vero ritorno alla fase Elegy – From The Heaven of My Heart puzza di nineties lontano un miglio. Non c’è molto altro da dire. Penso che valga la pena averlo nella vostra discoteca insieme al succitato e a Thousand Lakes. Quello che è venuto in seguito e a cui stiamo assistendo è cronaca e non sta piacendo a molti. Ne ho parlato qui dove mi sono sforzato di mantenermi lucido ma più ascolto The Beginning of Times (definitivamente pessima la scelta di utilizzare You I Need per il nuovo singolo) più mi rendo conto che il declino è forse inevitabile. (Charles)

4 commenti leave one →
  1. Lifelover permalink
    19 agosto 2011 22:19

    The beginning of time contiene troppe parti in growl e ritornelli troppo forzati, segno che le idee stanno veramente finendo. Forse sarebbe stato megli se avessero seguito un percorso simile agli Anathema, lasciandosi definitivamente alle spalle le radici metal e puntando tutto sulla voce passionale di Tomi e le parti folk/acustiche.

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  2. dave permalink
    24 Mag 2012 22:55

    io invece adoro anche The beginning… sul serio da quando è entrato tomi alla voce sono diventati qualcosa di assurdo… io non so come sarebbe ormai la mia vita senza questi ultimi quattro dischi.. non sto scherzando…

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