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Una storia di Mike Patton. Terza parte – 2001-2002

30 ottobre 2010

Mike in versione The Hitcher

L’esordio della nuova creatura di Patton esce meno di quattro mesi dopo The Director’s Cut: loro sono i Tomahawk, band nata “per corrispondenza” dallo scambio di nastri con l’ex chitarrista dei Jesus Lizard Duane Denison, la line-up completata da Kevin Rutmanis (ex-Cows, allora bassista dei Melvins) e un John Stanier pre-Battles che dopo la dissoluzione degli Helmet tirava a campare come turnista nu metal (session man nei live dei Pitchshifter e in studio con i fiacchissimi Primer 55 – questi ultimi una robaccia veramente sconfortante). Visti i nomi coinvolti – praticamente due eminenze grigie del noise rock più radicale ed efferato e il più grande batterista ad oggi vivente – le aspettative erano poco meno che stellari, ma purtroppo alla prova dei fatti l’album omonimo si rivela il classico caso di montagna che partorisce un topolino; sovraccarico di pretese smisurate (ogni canzone racconta in ordine cronologico i diversi aspetti della vita – anche interiore – di un serial killer, emozioni, metodologia del delitto e fuga dalla Legge con tanto di inseguimento finale – Laredo – arresto ed esecuzione – la conclusiva, strumentale Narcosis) e appesantito da riferimenti troppo impegnativi (l’artwork, racchiuso in un digipack in finto legno, è ricavato da una serie di tavole di Lynd Ward), Tomahawk è soltanto un disco di noise rock sbiadito e spento che negli anni d’oro del genere sarebbe passato completamente inosservato anche se a pubblicarlo fosse stata la Amphetamine Reptile in mezzo tra un Killdozer e l’ultimo Janitor Joe. A salvarsi dal piattume generale soltanto la perturbante scansione metronomica di 101 North (con Stanier in grande spolvero che ribadisce le ragioni della sua supremazia totale) e davvero pochissimo altro; momenti isolati, imprevedibili guizzi istantanei, mai una canzone intera. Va detto che in tutto questo Patton ha ben poca colpa: il materiale porta le sole firme di Denison e – in misura minore – Rutmanis, Mike si limita a mettere al servizio delle musiche la sua ormai consolidata maestria interpretativa, e alla fine come serial killer risulta anche piuttosto credibile.
L’ultima uscita che vede coinvolto Patton nel 2001 è Music to Make Love to Your Old Lady By, primo (e a quanto mi risulta anche ultimo) album dei Lovage, progetto lounge tra il cinefilo e il situazionista dell’ubiquo Dan The Automator (un altro che quanto a collaborazioni sfornate a getto continuo non ha assolutamente nulla da imparare); il disco – che è anche l’unico del lotto a non uscire su Ipecac – è una delle ultime emissioni della 75 Ark, fagocitata dallo ‘scandalo involontario’ della copertina di Party Music del duo funk The Coup (il cui scatto raffigurava i due MC intenti a far esplodere, tramite un telecomando a distanza, una delle Torri Gemelle; l’album era uscito pochi giorni prima dell’11 settembre…). Si tratta fondamentalmente di un tappeto di beats tagliati dallo stesso Dan The Automator, occasionalmente conditi dagli scratches del turntablist provetto Kid Koala (lo ritroveremo anni dopo nei Peeping Tom), sopra cui Patton in jam confidenziale srotola una serie di croonerismi da pianobar oltre a sinuosi duetti con una felina Jennifer Charles (vocalist degli splendidi Elysian Fields – nulla a che vedere con il gruppo black metal greco) che gioca a fare la fatalona bisogna dire con gran gusto; un curioso e assai piacevole esperimento finito fuori stampa immediatamente in seguito al tracollo di 75 Ark, oggi praticamente introvabile.
La prima metà del 2002 scorre in modo tutto sommato tranquillo: quattro le uscite Ipecac (una sola che veda Patton coinvolto), ognuna delle quali in un certo senso ‘minore’ per motivi diversi. Millennium Monsterwork documenta un live “incrociato”, Melvins e Fantomas sullo stesso palco la notte di capodanno 2000, e non sarebbe neppure un brutto disco se soltanto la registrazione modello walkman guasto direttamente dalla terza fila di fianco alle casse non rendesse la maggior parte dei brani un indistinguibile susseguirsi di schitarrate impastatissime e UOEOOOO-OOOOO di vocals saturate peggio che nel più tristo dei bootleg. Abbiamo poi Hostile Ambient Takeover, ritorno all’ordine per i Melvins dopo l’ambizioso Colossus of Destiny, che da ora in poi torneranno a fare quel che sanno, ovvero grandi (spesso GRANDISSIMI) album di soffocante e malmostoso sludge doom rock pachidermico, respingente, malsano e implacabile come la morte; peccato che in pochi – a parte il solito nugolo di irriducibili – se ne accorgano. Infine Ectopia, cinematografico exploit di Steroid Maximus (progetto strumentale di Foetus, che con questo moniker rilasciò nei primi anni novanta due album di lounge jazzata piuttosto sconvolgenti), nella pratica una (scadente) colonna sonora per “film immaginari”, e Obtainium, mediocre ritorno degli Skeleton Key dopo cinque anni di silenzio totale e a band già praticamente sciolta ancora prima di cominciare (della vecchia formazione rimaneva il solo Erik Sanko, in compenso il nuovo batterista faceva Bossi di cognome). È la quiete prima della tempesta.

Mike e i suoi amici cowboy dalla torre di controllo ti invitano ad andare affanculo

Innanzitutto viene rinsaldata la partnership con Zorn: tanto per iniziare, un featuring generico nell’alchemico e crowleyiano IAO (di nuovo assieme a Jennifer Charles), Bill Laswell al basso e gran tripudio di simboli esoterici e anatemi vari sparpagliati a cazzo un po’ ovunque nel cabalistico booklet. IAO esce a maggio e apre la strada al doppio Hemophiliac, pubblicato nell’estate 2002 a nome Mike Patton/Ikue Mori/John Zorn, la tiratura assurdamente limitata a soli 2500 esemplari numerati a mano e autografati; decisamente insolite anche le modalità di vendita, dal momento che l’album veniva smerciato esclusivamente ai concerti del trio, che si tenevano… a New York! Detto che sono casi come questo a incentivare l’istigazione alla pirateria digitale, Hemophiliac è senza alcun dubbio il disco più radicale e teorico di Patton dopo Pranzo Oltranzista, oltre due ore di brutale improvvisazione massimalista per voce sax e drum machines, il tutto filtrato e rielaborato dagli infernali laptop della Mori e di Patton stesso. Se siete tra i pochi fortunati che lo posseggono sappiate di tenere in casa un’autentica reliquia. (Il trio si riunirà soltanto nel settembre 2003 in occasione del cinquantesimo compleanno di John Zorn; la performance live eseguita per l’occasione verrà registrata integralmente e pubblicata l’anno successivo come sesto tassello delle “Birthday Series” su Tzadik).
Poi, sempre nell’estate 2002, (ironicamente, quasi in contemporanea con Hemophiliac) esce anche quello che probabilmente ancora oggi rappresenta il punto di non ritorno dell’intera parabola artistica di Patton: contattato dai Dillinger Escape Plan (che peraltro avevano già trovato il rimpiazzo definitivo per il dimissionario Dimitri Minakakis nella figura dello scimmiesco Greg Puciato, sottospecie di personal trainer schizzato dai troppi steroidi che sopperiva a una cronica assenza di carisma a livello vocale con una presenza scenica da animale vero) registra con loro i quattro pezzi che andranno a formare l’EP Irony Is A Dead Scene, licenziato a nome Dillinger Escape Plan with Mike Patton. I primi sospetti circa la buona fede alla base dell’operazione sorgono non appena le agenzie informano che in scaletta è prevista una cover di Come to Daddy di Aphex Twin, ovvero il pezzo più tristemente banale e normativo di uno che la fama di mattacchione se l’era conquistata sul campo (inanellando un capolavoro impenetrabile dietro l’altro e condendo il tutto con una condotta di vita ai limiti dell’autismo); quando poi si viene a sapere che il disco uscirà una tantum su Epitaph – la band conserva il contratto con Relapse – allora il sentore di bieco teatrino per gonzi (imbastito oltretutto con cinismo e calcolo degni del più paludato dei politicanti), di karaoke a bella posta per metallari pentiti, hardcorers col pallino dell’artista tutto “genio e sregolatezza” e turisti dell’umano in genere diventa certezza. Il disco è molto buono, sia dal punto di vista musicale che sotto il profilo vocale, sicuramente resta il migliore dei Dillinger Escape Plan dopo gli irripetibili esordi; Patton pure è in forma strepitosa, e la loro Come to Daddy non è peggiore dell’originale. Il problema è che Irony Is A Dead Scene si limita a dare al pubblico esattamente quel che il pubblico vuole, è questa l’unica ragione alla base della sua esistenza: fornire alle categorie di ascoltatori di cui sopra una prova incontrovertibile di quanto i loro gusti musicali siano ricercati et elitari. Il che comprende: pezzi con tanti tanti stacchi e cambi di registro, confezione “ostile” e “respingente” a base di drumming furibondo pieno di tempi dispari che manco i Weather Report, chitarre ipercompresse ma anche liquide e jazzate quando occorre, un basso fusion, e naturalmente un cantante dotatissimo ma schizzato che sopra questo tappeto di pazzia e genialità srotoli l’intero suo catalogo di tic e birignao altrettanto pazzi e geniali. È l’apice caricaturale e autoparodistico di Patton, dopo il quale nulla potrà più tornare ad essere come un tempo.
(Matteo Cortesi)

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