Avere vent’anni: SYSTEM OF A DOWN – Steal this Album!

Dopo Toxicity i System of a Down li conoscevano anche i sassi. Posizioni alte in classifica, video a rotazione su MTV, file sharing aggiornatissimi su pezzi inediti, video dal vivo, file mp3 liberamente scaricabili sui siti del web 1.0 quando ancora internet era un territorio quasi franco, prima del controllo capillare e del monopolio dei social network. Grazie a quel disco si erano ritrovati con un seguito enorme; anche a ragione, visto che in fondo ne conserviamo un buon ricordo.

Tutto bello tutto figo, e a distanza di solo un anno se ne uscirono con un disco che raccoglieva, a detta delle malelingue, una raccolta di b-side e scarti delle produzioni passate. A detta loro, però, questi sedici pezzi non erano scarti ma brani che non avevano trovato posto nei dischi precedenti perché di stile troppo diverso. Una supercazzola abbastanza evidente, visto che l’eterogeneità per loro non era mai stata un problema. Se la giocarono con la storia del filesharing e con il fatto che certi pezzi avessero iniziato a girare sulle reti peer-to-peer ancora in versione incompiuta, ed è così che quest’album uscì a distanza di solo un anno dal fortunato predecessore. Anche la grafica del libretto era inesistente, scritta a mano con il pennarellone, così come la copertina richiamava chiaramente il disco masterizzato, mentre il titolo era pensato come uno scherzo, come dire tanto lo sappiamo che lo scaricate sulle reti peer-to-peer. Io infatti lo masterizzai da mio cugino. Certo, poi arrivarono le versioni con i disegni personalizzati della band, il doppio LP con i quattro disegni sopra e varianti varie, perché il capitale va combattuto ma la promozione è pur sempre la promozione.

soad

Ricordo che il primo approccio con Steal this album! fu un grosso meh perché ai primi ascolti mi sembrava mancasse qualcosa. Mancava la compattezza, cosa abbastanza pericolosa perché, quando spuntano tre pezzi formalmente del cazzo giocati sull”attitudine dadaista quali Chick ‘n’ Stu, I-E-A-I-A-I-O (mortale la citazione di Supercar) e Fuck the system!, così de botto uno potrebbe anche pensare alla presa per il culo. Mancavano la furia e i testi caustici del primo disco, sostituiti da un approccio più educato con cui i SOAD si sputtanavano mettendo nell’obiettivo una platea da manifestazione studentesca e attivisti della domenica (con tanto di video con le immagini delle manifestazioni della pace che andavano di moda in quegli anni). Mancavano le influenze mediorientali, abusate nel precedente Toxicity e ora solo accennate sullo sfondo. Aumenta di contro la componente radiofonica, pop e romantica, sublimata in un pezzo come Roulette, ballatona acustica stracciamutande che tutte le volte mi rimanda a Road Trippin’  dei Red Hot Chili Peppers.

È una vita che non lo ascoltavo e oggi come allora lo trovo esattamente uguale: un grossissimo meh all’inizio e una rivalutazione negli ascolti successivi perché, per quanto ruffiano e paraculo, alla fine Steal this album! è ben prodotto e ben interpretato. Inoltre Serj Tankian ha quel timbro caratterizzante ed estremamente versatile da sostenere qualunque cambio di registro, dal più lirico a quello più schizoide, bububu compresi. Il disco si conferma dunque come una raccolta di demo e b-sides e va preso per quello che è: ci si ritrovano suggestioni di entrambi i lavori precedenti, buone idee e bei giri sparsi qui e lì  su canzoni che difficilmente superano i tre minuti. Giusto Mr. Jack è un pochino più costruita e raggiunge i quattro minuti, avvicinandosi alla Spiders del debutto (comunque irraggiungibile). Certamente non è il loro apice ma resta comunque un piacevole ascolto, specie se lo avevate già apprezzato all’epoca. (Maurizio Diaz)

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