Splendidi quarantenni: BRUCE SPRINGSTEEN – Nebraska

“This is a story about disconnection and isolation. I’ve always been fighting between feeling really isolated and looking to make some connection or find some community to belong to. I guess that’s why I picked up the guitar initially. I spend enormous periods of time feeling very isolated. I guess this is a song about what happens when that side of you gets really set loose. And you don’t feel the connections, and you don’t feel what sense laws make or morality makes. And you’re gone”[1]

C’è un filo conduttore che lega la prima parte della carriera di Bruce Springsteen a Nebraska. Un collegamento che non è costituito solo dalle ovvie influenze da sempre presenti nell’universo springsteeniano, o dalle radici sulle quali è nato il rock americano, ma è un legame più concettuale ed intimo. Perché il ragazzo che nel ’73 non vedeva l’ora di lasciarsi alle spalle questa città di perdenti ha iniziato a incupirsi sin da subito, già dal successivo Darkness on the Edge of Town, pieno di rabbia, rimpianti e frustrazione. È proprio in quel capolavoro che viene solcato il sentiero che porta a Nebraska, in alcuni chiari segnali di sofferenza interiore che si fanno sempre più presenti in brani come The Promised Land (Sometimes I feel so weak I just want to explode / Explode and tear this whole town apart / Take a knife and cut this pain from my heart) e nella titletrack (I’ll be on that hill with everything I got / With our lives on the line where dreams are found and lost / I’ll be there on time and I’ll pay the cost) e che faranno capolino anche nel successivo e monumentale The River, soprattutto nella terza e quarta facciata dell’album. E la disperazione di The River (il brano) e di alcuni delle composizioni più intime di quell’album (penso ad una Stolen Car o ad una Wreck on the Highway) costituisce il perfetto viatico per Nebraska.

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Dopo il successo planetario, i milioni di copie vendute, un lunghissimo tour che lo porta in tutto il mondo, Springsteen compra un registratore Tascam 144 a quattro tracce e si chiude in casa per registrare i demo del nuovo album con la E-Street Band; quei pezzi, invece, diventeranno il suo primo disco solista. In questo isolamento il Boss legge Flannery ‘O Connor, noleggia Badlands (La Rabbia Giovane) di Terrence Malick -che aveva dato il titolo ad uno dei suoi brani più celebri – e resta affascinato da queste storie dall’esito già scritto di criminali che vanno incontro al proprio destino e di persone comuni che finiscono per esplodere.

La fragilità emotiva, l’approfondimento di certe tematiche e il successo, che va a cozzare su un equilibrio interiore da sempre molto precario, gettano Springsteen in uno stato di forte depressione. Si ritrova così a dover affrontare i propri demoni, in piena solitudine, lontano dalle salvifiche luci del palcoscenico.

Nebraska non sarebbe stato lo stesso album se non fosse stato registrato in questo contesto. Lo si intuisce sin dal brano che dà il titolo all’album e che racconta la spirale di morte e violenza generata da Charles Starkweather narrata attraverso un dialogo immaginario con il giudice prima che venga emessa l’ovvia sentenza. Non si cerca né comprensione né catarsi, ma si attende solo la fine, senza offrire alcuna motivazione valida per le proprie azioni (They wanted to know why I did what I did / Well, sir, I guess there’s just a meanness in this world).

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Un incipit così totalizzante solitamente non riesce ad essere replicato nello stesso contesto, ma in questo caso troviamo Atlantic City, uno dei brani giustamente più amati e celebrati del Boss, una livida fotografia di Atlantic City che parte dall’omicidio di Phil Testa, noto gangster di Philadelphia (il Chicken Man della prima strofa del pezzo).

Il sangue, in un certo senso, è ciò che lega tutti i brani del disco, da quello versato dalle vittime di Starkweather a quello dei lavoratori della lower class che non riescono a sbarcare il lunario, fino a quello che lega i membri di una famiglia e di una comunità. È nel sangue che si concludono le vicende di Johnny ’99, che perde il lavoro, si aliena dalla propria comunità, contrae debiti che “nessun uomo onesto potrebbe pagare” e  finisce per uccidere un cassiere e beccarsi 99 anni di galera; una condanna che lo porta a chiedere al giudice di giustiziarlo piuttosto che lasciarlo marcire in prigione (let ‘em shave off my hair and put me on that execution line). Una storia figlia di un malessere palpabile e che anima anche la tesissima State Trooper, in cui Springsteen riprende esplicitamente le sonorità dei Suicide in una deumanizzante storia con conclusione inevitabile (It’s just talk, talk, talk, talk till you lose your patience).

Reazioni di persone fragili a situazioni insostenibili, perché, come sottolineato da Alessandro Portelli, ex professore di letteratura anglosassone de La Sapienza di Roma e storiografo, “Nebraska parla di cosa succede alle persone quando sono alienate dagli amici e dalla comunità, dal Governo e dal lavoro”[2].

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Sensazioni che si respirano anche nei brani caratterizzati da tematiche più intimiste che concorrono ad accrescere la grandezza di Nebraska: da Mansion on The Hill, con il lancinante ricordo dei giri in macchina del padre, osservando da lontano uno status sociale irraggiungibile ben identificato dalla magione sulla collina, alla spettrale My Father’s House, il brano definitivo sul rapporto con le “figure paterne” che tanto spesso hanno trovato spazio nel canzoniere springsteeniano, e in particolare con suo padre, col quale ha sempre avuto problemi comunicativi derivanti da differenze caratteriali e di concezione del mondo, ma anche dalla depressione di cui soffriva il veterano Douglas Frederik Springsteen. Molti anni dopo, durante il suo recital Springsteen on Broadway, introducendo questo brano, il cantautore del New Jersey ha confessato di essersi reso conto, ex post, che quando agli inizi della propria carriera cercava la sua voce ha trovato quella del padre, ed è finito per indossare gli abiti da lavoro di una figura che era, al tempo stesso, il suo eroe e il suo nemico.

E poi c’è Highway Patrolman – rifatta anni dopo, insieme a Johnny ’99, da Johnny Cash – in cui la tematica familiare e quella criminale si incontrano in un racconto tra Woody Guthrie e Bob Dylan, contraddistinto da tinte tanto cinematografiche da essere stato, successivamente, trasposto sul grande schermo nel buon The Indian Runner (in Italia, Lupo Solitario), esordio alla regia di Sean Penn.

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Questa spirale di morte e disperazione si conclude con un momento di speranza, anche se inserito in un contesto estremamente grottesco e sardonico: la finale Reason to Believe, infatti, è sia il brano più ritmato dell’album sia quello in cui, alla fine di una dura giornata, la gente trova una ragione per credere nel futuro, anche a dispetto di ciò viene offerto dalla vita e al di là del comune buon senso. Un futuro che, anche inconsapevolmente, è già presente in Nebraska, o meglio, in un pugno di brani scartati perché si prestavano più ad essere registrati con la band e, in particolare, in una canzone che è stata registrata in versione demo.

Una canzone che affrontava temi troppo distanti da quelli trattati nel suo disco solista, ma che non era di certo da buttare, anche in questa sua versione così essenziale.

Una canzone che si chiama Born in The U.S.A. (L’Azzeccagarbugli)

[1] Introduzione di Nebraska in occasione del concerto di Los Angeles del 17.11.1990.

[2] A. Portelli, Badlands: Springsteen e l’America: il lavoro e i sogni, Donzelli Editore, Roma, 2015)

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