Avere vent’anni: STORMWITCH – Dance with the Witches

Gli Stormwitch sono un ottimo gruppo che non ha mai goduto della fama che la loro arte gli avrebbe potuto permettere. Chi li ha conosciuti sa che hanno regalato molto: il loro stile è classico ed è heavy metal; è lì che sono nati e lì sono sempre rimasti, con stile, competenza e tecnica. Il motivo della loro alterna fortuna non è chiaro; sarà perché il loro primo disco arrivò nel 1984, proprio in quell’era di mezzo in cui la NWOBHM stava terminando e stavano contemporaneamente nascendo le frange più estreme (speed, thrash, black, death, etc.), o sarà per altri motivi, comunque è uno di quei gruppi che suonano benissimo, fanno canzoni molto ispirate e ben composte eppure restano relegati agli ascolti degli appassionati, degli esperti o di chi volete, ma è difficile sentirne parlare molto dal grande pubblico metal. Io, per esempio, li preferisco di gran lunga ai loro conterranei Helloween, ma è anche vero che io ho dei grossi problemi con i ritornelli in maggiore e con altri stilemi tipici del power più generalista.

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Dance with the Witches, di cui oggi festeggiamo il ventennale, rappresentò il ritorno in studio degli Stormwitch dopo lo scioglimento a seguito del peculiare, ma sempre interessante, Shogun (1994) e dopo una raccolta uscita pochi anni prima, Priest of Evil (1998), con cui molti giovani si accorsero della loro esistenza alla fine degli anni Novanta, magari aiutati anche dalla cover di Ravenlord degli Hammerfall, che la riproposero nel 1997.

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A proseguire la tradizione Stormwitch fu il solo cantante AndreasAndy Aldrian” Mück, accompagnato da una band di elementi nuovi, tutti professionisti che riuscirono a interpretare correttamente le sonorità e le atmosfere del gruppo storico. Quello che crearono fu un disco tipicamente Stormwitch: energico, melodico, suonato bene con belle composizioni, bei ritornelli e begli assoli. Essendo un prodotto del 2002 alcune cose vennero aggiornate, soprattutto la produzione, che decise di rendere i suoni ben definiti e introdusse molti supporti di tastiera e qualche effetto sonoro. Per questo a volte assume un carattere sinfonico, che si sente soprattutto in un brano come Jeanne d’Arc, ma anche in Dance with the Witches o The Altar of Love.

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Peculiare, poi, la decisione di iniziare l’album con una cover: Man of Miracles degli Styx, che, pur essendo distante dallo stile delle canzoni successive, ha una sua coerenza artistica. Si tratta sicuramente di una scelta coraggiosa e di una presa di posizione particolare, che fa riflettere. La parte migliore dell’album è proprio la prima, dove le canzoni sono più articolate, meglio composte e anche più stormwitch. Nella seconda parte prevalgono invece strutture-canzoni semplici e dirette. Alcune sono comunque gradevoli, mentre altre sono più ripetitive (The House of Usher, My World), qualcuna anche fuori registro, come i lentoni Nothing more e Together. Visto che parliamo di difetti, in qualche caso sentiamo Andy che stona leggermente, specialmente nel registro acuto e nei succitati lentoni. La voce è registrata molto alta e quindi i dettagli si sentono tutti, stecche comprese.

Dance with the Witches è un bel disco che si ascolta ancora bene anche oggi: ha il pregio di proseguire e rafforzare la tradizione degli Stormwitch interrotta otto anni prima, senza essere nemmeno troppo prudente come può capitare in una reunion. È un album che riprende il discorso che si era interrotto, per varie ragioni, con lo scopo di riportare in attività gli Stormwitch: propone molte idee, difatti è ben variegato nello stile e nelle composizioni, tanto da suonare come una vera e propria ripartenza. Chi fa questa scelta per forza di cose corre anche qualche rischio, ma a distanza di vent’anni possiamo dire che il lavoro suona ancora solido e piacevole all’ascolto. (Stefano Mazza)

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