In Polinesia, ma non per ferie: TE RUKI – Marako Te Ruki

Questa è una recensione ma anche un recupero, perché i Te Ruki esistono già dal 2017 e hanno pubblicato il loro primo EP nel 2020, E tika mateu, che si era già fatto notare. Con l’album appena uscito, Marako te ruki, pubblicato in aprile 2022, si consolidano come uno dei gruppi più interessanti nel panorama metal estremo degli ultimi anni.

marako

Il dettaglio che distingue maggiormente i Te Ruki è la loro origine: sono polinesiani, per la precisione delle isole Tuamotu, che fanno parte della Polinesia Francese, e cantano in lingua tuamotu, che è una delle varie lingue parlate nell’arcipelago ed è anche a rischio di estinzione, dal momento che viene parlata oggi da sole 4.000 persone. Per questo motivo il disco è stato finanziato in parte anche dal governo polinesiano, in quanto particolare tentativo di salvaguardia della cultura locale. D’altra parte il metal, di qualunque stile, già da molto tempo non è più solo una musica per ribelli, disadattati e gioventù bruciata in generale, ma rimane comunque una musica per chi ha qualcosa da dire e si trovano spesso artisti che usano il metal per trasmettere qualcosa di identitario, a volte persino un’intera cultura.

trfiaccolata

Quello che può succedere quando si fa una grigliata in spiaggia ascoltando i Rotting Christ fino a tardi

Veniamo alla musica. Fin dall’inizio della loro carriera hanno proposto un metal abbastanza sui generis, che parte dal black e dal death, ne usa alcuni stilemi caratteristici, come il blast beat e il tremolo picking, ma anche certe ritmiche più sincopate più tipiche del thrash; c’è anche una tastiera semplice ed efficace, suonata da una giovane ragazza indicata come Marania, che ne accentua l’aspetto melodico. Loro, comunque, si considerano black.

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Una delle rare immagini di Marania

Fra le loro influenze musicali citano i Rotting Christ, che in effetti si sentono e, francamente, questa cosa non ci dispiace affatto. Infine si aggiungono elementi realmente tribali, come le loro percussioni e qualche strumento a fiato, per esempio un flauto da naso tahitiano, suonato da un artista locale. La cosa che rende i Te Ruki veramente interessanti è che questi elementi sfacciatamente esotici sono usati con vera parsimonia, oltre che con intelligenza, e sono sempre funzionali alla composizione dei brani. Quello che personalmente trovo più efficace è che l’aspetto tribale dei Te Ruki siano i materiali sonori nel loro complesso ovvero le melodie, i ritmi e le cadenze, che sono ben amalgamati nella struttura musicale a formare uno stile unico,  solido e coerente. Quel che voglio dire è che non troviamo semplicemente dei brani metal con l’aggiunta di tamburi, flauti e astucci penici, ma sentiamo un metal suonato con uno stile personale, che si può individuare talvolta nell’uso della batteria, talvolta nella metrica della voce e in altri dettagli, fra cui l’uso di qualche strumento polinesiano che compare solo se e quando necessario. L’aspetto tribale ed etnico coesiste perfettamente con il metal e il risultato è di alta qualità. Anche il cantato, che potrebbe sembrare poco ortodosso in un contesto rigorosamente metal (per esempio poco scream per chi lo vorrebbe black, poco growl per chi lo vorrebbe death), in realtà ricorda il timbro potente e roco del cantato tribale, a volte con l’aggiunta di qualche effetto e qualche coro per render(ce)lo più metal. Ma anche in questo caso la fusione fra l’aspetto tribale e quello metal è perfetta, univoca e coerente.

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Strumenti tradizionali e Misfits per la parte melodica

Nel complesso il loro stile è energico, melodico, piuttosto vario, anche se ben calato nel genere black. Mostrano inoltre un certo gusto per la narrazione musicale, che deriva senza dubbio anche dai temi che usano nei loro testi, che riguardano quasi esclusivamente la mitologia polinesiana.

Dei componenti che formano il gruppo poco sappiamo, anche se pare che siano tutti musicisti ben navigati e con esperienze precedenti, e che solo con il progetto Te Ruki hanno deciso di uscire dall’underground. Il batterista e percussionista Tamatoa è il più conosciuto, ha suonato in altri gruppi noti e ha anche un proprio canale YouTube.

Tamatoa: batteria, percussioni e portatore di saggezza.

L’angolo del linguista: come anticipato sopra, in lingua Tuamotu Te Ruki significa “la notte” e il titolo del disco Marako te ruki significa “La luce della notte”. La copertina del disco, dipinto da un artista locale, rappresenta Mahuike, un semidio che nell’epica polinesiana scoprì il fuoco ed è una figura che esprime forza e coraggio, ricordato nella canzone Marako te ruki:

Māhuike ua kite hia koe i te ahi, Māhuike e ua fakamarako koe i te ruki

(Māhuike, tu hai visto il fuoco e il fuoco ti ha trovato, Māhuike, luce della notte)

Passiamo ora in rassegna qualche altro breve passo, per verificare quanto siano metal i testi dei Te Ruki. In Te Aka Tamaki (“La radice della guerra”) troviamo un trittico che sarà anche tuamotuano, ma suona così:

Tupakipaki e hamara e

E rima a te kaito

Te aka o te tamaki e

Battendo il martello

Il braccio del coraggioso guerriero

La radice della guerra

Si noti come la parola hamara significhi “martello”, come nelle lingue germaniche (hammer, hamar, etc.). Un evidente prestito linguistico, di chissà quando, quindi possiamo già tracciare arbitrariamente un legame ancestrale fra i barbari del freddo Nord Europa e gli indomiti guerrieri polinesiani, mediato dalle lingue e, soprattutto, dal Metal. Scienza gratis: anche questo è Metal Skunk, signori. 

Poi troviamo Tokerau Rua, canzone dedicata al vento del Nord, in particolare uno dei quattro venti di Kiho, il dio supremo delle isole Tuamotu:

Na te hohonu a te ruki

E poi mai te marako

Te marako a te kavake

No te arata’ihaga e

Na te matagi tokerau

E fakakī tāku ie

Te ie a te haveke

E poi i aku i vaho

Quelle notti nerissime

Portano a noi la luce

La luce della luna

Per guidarci

Quel vento da Nord e Nordest

Riempie le mie vele

Le vele di quella barca

Mi portano fuori, lontano

Se non vi ho convinto così, sinceramente non so cos’altro fare.

Mi auguro che i Te Ruki siano all’inizio di un percorso artistico crescente, durante il quale riescano a perfezionare ancor di più questa abilità di coniugare la musica e la cultura polinesiane con il metal, per raggiungere vette artistiche ancora più alte. (Stefano Mazza)

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