Avere vent’anni: TEETH OF LIONS RULE THE DIVINE – Rampton

Rampton è il primo e unico album dei Teeth of Lions Rule the Divine, supergruppo formato da Stephen O’Malley e Greg Anderson dei Sunn O))), Justin Graves degli Iron Monkey alla batteria e alla voce Lee Dorrian – ovviamente – dei Cathedral ed ex Napalm Death.

Rampton è anche la migliore cosa mai incisa da O’Malley e soci e la più sottovalutata. Un’opinione sicuramente impopolare, soprattutto considerando che il sottoscritto adora tutte le uscite dei Sunn O))) ma, come diceva anni fa il nostro Matteo Cortesi, non ricordo più dove, “il miglior disco dei Sunn O))) non è a nome Sunn O)))”.

Rampton nasce per caso da due jam session in cui i nostri suonano per 48 ore di fila senza quasi mai fermarsi e sotto l’effetto di chissà quali sostanze. Il risultato è difficile da descrivere: c’è il doom, il drone, lo sludge, si sentono echi dei Khanate, dei Burning Witch e persino dei primissimi Cathedral (quelli di Mourning of a New Day), ma è tutto portato su livelli più eccessivi.

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Il disco dei Teeth of Lions Rule The Divine (nome che omaggia la seconda traccia del capolavoro Earth 2: Special Low Frequency Version) è, infatti, una delle esperienze più estreme, marce, sporche e sudicie che siano mai state incise su disco. Una di quelle più insostenibili, ma al tempo stesso da cui è impossibile uscire: delle sabbie mobili putride e tossiche capaci di inghiottirti, sedarti e lasciarti in uno stato di dolce oblio.

Basta ascoltare il primo dei tre pezzi che compongono Rampton (per un totale di 55 minuti) per comprendere quello di cui sto parlando. Un brano talmente perfetto nei suoi 29 minuti durata che finisce quasi per cannibalizzare il resto dell’album. Un’apertura di 9 minuti di distorsioni e rullate tanto meccaniche quanto ovattate che vengono spezzate dall’intervento di un Lee Dorrian irriconoscibile. Immaginatelo nei primi Cathedral, completamente fatto di eroina – e fin qui non un grande sforzo – mentre viene sepolto vivo e che dopo ore di crisi di astinenza viene registrato mentre delira rantolando. Questo potrebbe darvi un’idea della voce che scandisce in modo inesorabile il testo di He who Accepts All that is Offered (Feel Bad Hit of the Winter).

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Un testo di cui a stento si riesce a comprendere qualche parola vomitata da Dorrian e che era illeggibile anche dal libretto per i caratteri gotici utilizzati, ma che grazie a internet oggi si rivela in tutta la sua magnifica dissolutezza:

Within her hands are gifts for the damned
You take them all
Consume the pills, the acid, the booze
Weakness can’t refuse
White speed, brown smack, bone pipe filled with crack
There’s no turning back
Mushrooms and cocaine fight wars in your brain
You can’t stop the pain

Le altre due composizioni sono più o meno sulle stesse coordinate: New Pants and Shirt è un minimo più “canonica”, più doom e dalla durata più contenuta, mentre The Smiler è un’altra agonizzante sinfonia di disagio e orrore di diciassette minuti (Harvester of death behind a marble altar / Sucking your last breath – smiling / A gibbering wreck, rope of love around your neck / Life a crucifixion – keep smiling).

Non c’è molto altro da dire: non è un album che si può ascoltare spesso, ma ogni volta è significativa, ha il suo peso. Non è per tutti, non è un disco facile ed è stato frettolosamente dimenticato, ma resta ancora oggi una delle più alte e definitive rappresentazioni di questo tipo di sonorità. (L’Azzeccagarbugli)

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