Avere vent’anni: KHANATE – st

Esce in sordina Khanate, l’attenzione del mondo deviata da ben altre questioni riguardanti aerei e torri. È il disco doom per il terzo millennio, dove negli anni 90 per il doom come condizione mentale più che come genere musicale esistevano soltanto gli Esoteric, ma rispetto agli Esoteric meno respingente e perfino più sofferto. Più di ogni altro genere il doom ha saputo incarnare uno stato della mente ben preciso – costantemente alterato, distorto, emotivamente/sensorialmente in seria difficoltà – grazie a pochi gruppi negletti anche dai rispettivi famigliari, non certo ai milioni di cloni dei Black Sabbath periodo Ozzy (quindi dei Black Sabbath), ha saputo essere terapia, seduta psichiatrica, psicofarmaco senza effetti collaterali.

Khanate è un supergruppo composto da chi sta per diventare famoso e da chi non è mai stato famoso, in entrambi i casi persone che per pochissime altre persone significano o hanno significato molto: Alan Dubin e James Plotkin degli OLD, rispettivamente la voce più scorticata e dolorante di sempre e il chitarrista/programmatore del gruppo più criminalmente sottovalutato di sempre (qui al basso); Stephen O’Malley che stava per decollare come plagiaro nei Sunn ma prima aveva fondato pilastri death-doom quali Thorr’s Hammer e soprattutto Burning Witch (il mai più senza definitivo per i derelitti di fine secolo scorso); Tim Wyskida alla batteria che contemporaneamente era entrato anche nei Blind Idiot God, il gruppo strumentale in assoluto più impenetrabile e ignorato (tra Lovecraft e i Soft Machine e il math-rock che doveva ancora nascere).

Per quel che mi riguarda, dopo gli Esoteric (che restano irraggiungibili) non esistono paritetici a questo disco, e soprattutto al successivo Things Viral dove la faccenda diventa ancora più insostenibile fino alla dissoluzione totale; qui qualche traccia di impulso vitale, di istinto di conservazione, tuttavia rimane. Impossibile comunque immaginare da cosa nasca una canzone dei Khanate, quale possa essere l’idea di partenza, quali sinapsi si siano attivate per concepirne la struttura. Non esiste abuso alcolico/chimico, deprivazione o evento traumatico che renda plausibili bordate di dolore come i cinque pezzi qui presenti, la cui durata varia da tre a diciotto minuti, dove ogni spettro della sofferenza umana viene sviscerato e rinfacciato con violenza incalcolabile, la stasi fa ancora più male dei momenti di aggressione spesso vicini al rumore bianco, i testi quattro/cinque frasi che lentamente si trasformano in lamenti e urla sconnesse. Julian Cope lo ha definito Una devitalizzazione orchestrata, e ancora Questa musica è Loki che brucia il buco del culo di Odino senza nemmeno preoccuparsi di scappare, per concludere con le migliori istruzioni per l’ascolto immaginabili:

Come usare questa musica è di fondamentale importanza. Prendete le cuffie e il discman e sdraiatevi al suolo in un sacco a pelo. Questa non è musica da godere, ma non siamo cristiani e nemmeno vogliamo martirizzarci. Usate questa musica come una medicina e lasciatela agire. E ricordate: questa non è musica per liberare lo spirito. Questa è musica per il lungimirante figlio di puttana che ha fatto proprie le parole di George Clinton: “Freedom is Free of the Need to be Free “. Come dissero i Normanni ai Sassoni appena sconfitti: “Non siete nostri schiavi. Siete solo Non-Liberi”. Lo stesso con il periodo della dinastia dell’Orda d’Oro che ha ispirato questo gruppo a chiamarsi Khanate. In effetti, la t-shirt Khanate dovrebbe probabilmente prendere il logo della Coca-Cola e sostituire semplicemente quella singola parola “Enjoy” (“goditela”) con “Endure!” (“sopporta”)

Non un’esperienza raccomandabile e assolutamente non per tutti, ma per chiunque viva con il coltello tra i denti per un periodo di tempo che può variare da qualche settimana a una vita intera Khanate può fare meglio di una sigaretta e di tutti i Vangeli messi insieme. (Matteo Cortesi)

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