PALE MIST – Through the Labyrinth and into Connectivity

Tempo anche per i Pale Mist di mettere il marchio su un 2021 che, per quanto riguarda il black metal e i suoi derivati, annovera una serie di gioielli in una quantità che non si vedeva da tempo. Saranno i tempi bui di plague & pestilence (ma ci saranno poi sul serio?) oppure una nuova ventata di nuove leve che stanno portando nuova linfa all’albero madre (buon caro vecchio Yggdrasil), fatto sta che di musica con i coglioni fumanti ne è uscita a vagonate, sapendo scovare le chicche e scremare le immonde vaccate che, ahimè, continuano ad infestare la scena. Dei Pale Mist non si può certo parlare come di nuovi arrivati, perché sono attivi dal 2008 e prima di arrivare al debutto Where the Darkness is Praised ci hanno messo quattro anni, tre demo e un promo. Tutti fottutamente limitatissimi, e penso che questo sia il solo ed unico motivo per il quale Glomor e (occasionali) compagni d’avventura non se li calcoli praticamente nessuno. Se non circolano copie del disco come pretendi che qualcuno venga a conoscerti? Mica sono tutti malati come il sottoscritto, e pure io per mettere le mani sopra le demo ci ho messo del bello e del buono. Adesso almeno i dischi escono anche in CD, e meno male.

I Pale Mist sono inglesi, nella maggior parte dei casi dici Inghilterra & suonano black metal e la gente pensa ad un clone dei Cradle of Filth. Niente di tutto questo. Prima di tutto perché a produrre i dischi è da sempre una collaborazione tra la microscopica Sinister Stench productions, loro etichetta conterranea e credo oramai defunta (indie votata all’estremo più fosco), e la Werewolf productions, che è la label del tipo dei Satanic Warmaster, il quale mi fa sospettare fortemente che vorrebbe avere a che fare con i Cradle solo per collaudare il suo nuovo lanciafiamme. Secondariamente, il loro stile di black metal è sempre stato molto evocativo e fortissimamente influenzato dal true grim frostwinterstormbitten norvegese con due nomi su tutti: Gorgoroth e Dodheimsgard, spruzzate dei primi due dei Satyricon, qualche blastbeat di scuola Immortal periodo Pure Holocaust/Battles in the North e un personale talento per scrivere riff freddi come l’inverno della Siberia più infame. In nessuno dei suoi dischi troverete tracce significative di tastiere: solo chitarra, basso, batteria minimali quanto basta, sebbene Glomor (che penso abbiate capito è il cervello principale, per non dire unico, di tutto il progetto) faccia intuire una capacità tecnica superiore di quanto non dia effettivamente a vedere.

Through the Labyrinth and into Connectivity è il suo terzo album ufficiale, uscito a distanza di cinque anni dal precedente Spreading my Wings into the Abyss that calls, ma sarebbe il quarto se consideriamo anche Thresholds to Awakening, la raccolta coi pezzi delle tre demo mai inclusi altrove con poco meno di due ore di musica. Il suo stile negli anni è rimasto immutato, gli è sempre piaciuto scrivere pezzi lunghi oltre la media che sembrino viaggi estremi in lande desolate con le racchette da neve o scalate di una vetta alpina in invernale a 30 gradi sottozero. Così, a parte il primo breve brano The Crackling Path che non riesco a definire intro (trattasi di due semplici riff arpeggiati suonati con la chitarra non distorta e con molto delay del tutto simile a quella di Midnattskogen sorte Kjerne dei Dodheimsgard, voce non in screaming e ritmo assai moderato), gli altri quattro pezzi sono vicini ai dieci minuti oppure si spingono ben oltre, con il più lungo Life in the Dead Tree che si attesta intorno ai quattordici minuti e mezzo. Dicevo che non riesco a definire intro il primo brano perché richiama per struttura ed arrangiamento la title track, che non ha una sola nota distorta al suo interno per tutti i suoi quasi dodici minuti di durata, ed è lenta, sofferente, quasi psichedelica. Detta così sembrerebbe quasi che con il resto del disco c’entri poco, essendo gli altri tre pezzi classiche sfuriate black metal influenzate dai grandi nomi di cui sopra; in realtà il brano è stupendamente integrato nel contesto e a mio parere suona tremendamente più black metal di quanto non riescano a farlo nuove canzoni uscite a nome di gente blasonata, affermatissima e famosissima.

I Pale Mist sono un’altra di quelle realtà ultra-underground che non hanno mai sbagliato un solo pezzo in tutta la loro carriera. Non rivoluzionano la storia del black perché non ce n’è alcun bisogno: nei loro dischi trovate concatenazioni di riff una più emozionante dell’altra e questo riesce loro meglio di quanto gli stessi maestri ispiratori abbiano saputo effettivamente fare nel corso delle loro carriere, pensandoci bene. Molti di loro hanno retto cinque, sei anni a livelli stratosferici per poi incamminarsi su sentieri in discesa verso la mediocrità. Non è il caso dei Pale Mist, che incredibilmente in pochi conoscono, che scrivono della gran musica da tredici anni a questa parte e che spero dopo queste righe sarete in molti ad andare ad ascoltare, visto che la loro musica è sublime da sempre senza aver mai perso un colpo.

Compilare la playlist di quest’anno sarà dura… (Griffar)

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