A lezione di storia coi 1914 – Where Fear and Weapons Meet

I 1914 li seguo praticamente dall’esordio, ma casualmente, grazie ad un suggerimento automatico di YouTube. Diciamo che poi mi ci sono affezionato, al di là della qualità della musica. Eschatology of War era marcio e grezzo per davvero, ma in testa restava un pezzo o due. The Blind Leading the Blind alzava il tiro, in termini di malignità e atmosfera. Ma ancora una volta non era forse la musica il principale motivo di interesse. Perché in realtà i 1914, sin dal nome, sono innanzitutto una band didattica, divulgatrice, con lo scopo di eviscerare la storia del primo conflitto mondiale e di illustrare tutti i vari dettagli più disparati e sconcertanti delle operazioni militari sui vari fronti. Gli Alessandro Barbero del death metal, insomma. Fico l’immaginario, che peraltro per un gruppo di metal estremo ha l’indubitabile vantaggio di non rischiare di farsi bandire da festival e contesti sociali o professionali per apologia del Kaiser Guglielmo II. Poi i 1914 pare abbiano esplicitato la loro netta distanza dall’ideologia nera che ha scatenato l’altro conflitto, il che me li rende pure personalmente simpatici ed affini. Ma questo in fondo c’entra poco, o nulla, con la musica dei 1914. Che in soldoni non è altro che un blackened death senza troppi sussulti e, come vedremo, sempre più sulla scia degli ultimi Behemoth (che poi sono gli unici Behemoth che mi piacciono e ascolto, ma questo è solo il mio punto di vista).

Ah, dimenticavo, i 1914 sono ucraini, ma lo saprete già. Ma forse ha un senso ricordarlo perché poche cose rendono così bene la sensazione di calarsi nelle atmosfere dei vecchi territori contesi tra gli imperi centrali e quello zarista come il blackened death e la visibile diffusione per strada del merchandise di Nergal e compagni, anche quando di cattivo gusto, tipo le imperdibili camicie estive (chiedete al nostro inviato in Polonia per delucidazioni). Anche sul cattivo gusto ci torniamo, magari. Dicevo, le radici nelle terre oltrecortina hanno un senso se si pensa anche al motivo della discreta popolarità che stanno raggiungendo i nostri amici nostalgici di Cecco Beppe: con un sottobosco così sterminato di band estreme tra Polonia, Ucraina e paesi limitrofi, il momento di capitalizzare qualcosina è proprio ora, con la popolarità inaspettata di Mgła e delle N gemmazioni dei Batushka (che continuo a ritenere un’allucinazione collettiva e una delle cose più noiose che abbia sentito su disco e dal vivo, ma, di nuovo, questo è solo il mio punto di vista). Quindi ora magari potrebbe essere il turno dei 1914. O magari no.

Nuovo contratto con Napalm Records, produzione “fatta bene” (oddio) e comparsata di Nick Holmes che passava di lì. Insomma, Where Fear and Weapons Meet dovrebbe essere l’album del salto nel circuito che conta. E invece forse no, perché è una palla e non ha niente da dire. Ecco, mi dispiace perché, ripeto, mi stanno simpatici e anche io girerei con un elmetto prussiano, se ne avessi uno. Ma le cose purtroppo stanno così. Ovviamente non ci si dimentica di rimestare nella storia del conflitto, si fa tappa sul fronte balcanico dove tutto è iniziato, si segue la spedizione britannica in terra di Francia, si solidarizza con le truppe che hanno subito sofferenze immani su tutti i fronti. Ok, ma la musica è piatta e coinvolgente come le lezioni di storia del mio professore del liceo, mica come quelle di Barbero. Solita minestra, ma prodotta senza sporcizia (e nelle trincee di fango ce ne sara stato). E quando non sei un secchione in scrittura, tanto vale buttarla in caciara, no? Ecco perché i primi due almeno funzionavano.

E poi gli ottoni. Deve essere sembrata un’idea brillante per contestualizzare, le fanfare di ottoni dal tono lugubre. Sulla carta sì, ma non aspettatevi Innocence and Wrath e nemmeno Blow Your Trumpet, Gabriel (già sarebbe un’ottima cosa). FN .380 ACP#19074 e Pillars of Fire (the Battle of Messines) usano gli ottoni come cipria, o meglio cerone, tanto sotto non ci sono mica riff memorabili. E nemmeno le melodie di ottoni e archi lo sono. Anzi. Immagino poi l’effetto dal vivo: quando tanta parte del suono proviene da una base registrata ho sempre l’impressione di una pagliacciata (e i Behemoth sono pagliacci bravissimi). Così come con quei teloni con loghi e grafiche con cui si coprono gli amplificatori spesso e che pure sono una pagliacciata. Io voglio vedere Marshall e Ampeg e sentire una band che suona, non che accompagna una base registrata. Ma in realtà non ho ancora visto i 1914 portare su palco questo disco, per cui magari mi sbaglio. Di nuovo, è solo il mio punto di vista.

Vabbuò, non è che sia un disco brutto. È un disco qualunque, che magari a volte è peggio. La mia preferita è Coward, l’interludio folk in cui non suonano nemmeno i 1914, ma tale Sasha Boole, sempre ucraino, ma che col banjo (o quello che è) sembra venire dal Tennessee o da qualche provincia inglese, che ne so io. Il resto è un’ora di lezione di quelle pesanti che non passano più. Poi magari il gioco funziona, le messinscene trovano spesso il loro pubblico, e ce li troveremo circa a metà nei tabelloni dei festival. Oppure no, che si sa che di solito i ragazzi non aspettano altro che la campanella. E preferiscono l’ora di educazione fisica a quella di storia. Io di solito no, ma questo è solo il mio punto di vista. (Lorenzo Centini)

3 commenti

  • Quando ho letto “gli Alessandro Barbero del death metal” ho sputato il caffè. Comunque sono d’accordo con la recensione.

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  • Carissimo Lorenzo, mi permetto di dissentire.
    Ma, come dici giustamente tu, che ne so io, ma a me pare un gran disco.
    Coinvolgente, ben suonato, emozionale, che ben rende l’idea della malvagità della guerra (che è cosa ben diversa da quella filo satanista alla Behemoth e blasfemie varie), anche colorato al punto giusto e con quel tocco che li fa uscire fuori dal coro.
    Forse sono io che non sopporto le cose eccessivamente grezze e marce.

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  • Non ascolto questo genere, quindi sono neutro. Su altri lidi leggo una marea di gente che lo trova disco dell’anno. Il mondo è bello perché è vario.

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