DIMWIND – Slow Wave Violence

Lo so, vi sembrerà strano che io recensisca un disco come Slow Wave Violence degli svedesi Dimwind, esordienti assoluti nel giro della scena di Goteborg, città nella quale penso suonino uno strumento e scrivano musica anche le siepi dei parchi. Di solito mi occupo di ben altro, questo però non significa che io ascolti solo ed unicamente black metal estremo: spazio su molto altro e, se un disco tocca le corde della mia immaginazione, per me può anche essere folk medioevale o elettronica EBM (purché suonata) che lo apprezzerò comunque.Così i Dimwind suonano post rock. Forse in certi frangenti un po’ più aggressivi si addentrano in situazioni post metal; non ce ne sono moltissimi ma per esempio la batteria che rullando sdoppia i terzinati, come nella parte violenta di One dei Metallica, con la quale arrangiano la sezione centrale della fragorosa 4AM, nel metal ci rientra senza troppi problemi. L’album è praticamente tutto strumentale, le uniche voci che possiamo udire sono rari campionamenti di una voce femminile che parla dei suoi tentativi di suicidio tagliandosi le vene dei polsi e di quanto sia stanca della vita. Il basso è molto pieno, in evidenza, distorto e riempitivo; la ritmica di chitarra assai cupa e potente come nella quasi-title track Slow Wave Deceit, che dura otto minuti ed è un caleidoscopio di situazioni sonore variegate – dallo pseudo thrash alla alternative psichedelica – che si intersecano l’una sull’altra creando un contesto musicale assai complesso, difficile da assorbire al primo ascolto e bisognoso di essere approfondito a lungo. Del post rock riprendono molto i crescendo improvvisi di basso e chitarra che nascono dopo tratti di musica in sordina; il batterista è l’unico che mantiene perennemente l’approccio metal spesso usando schemi complessi simil-tribali, e capita pure che si accanisca sul kit quasi come un batterista thrash (Pelagic Vim) mentre il resto della musica va altrove, in mondi diversi. Ci sono poche tastiere nelle ritmiche, quelle che appaiono sono spesso brevi riff su note molto alte di pianoforte elettrico che con poche malinconiche note accrescono il senso d’angoscia e di sofferenza interiore.

Non è certo un disco allegro. Non è nemmeno trascinante, non lo metti ad un party a meno che tu non voglia terminare la festa e mandare tutti fuori dalle palle perché hai un gran mal di testa e te ne vuoi andare a dormire. Non è né troppo lento né troppo veloce, spesso usa ritmiche spezzate contorte e macchinose: essenzialmente è un disco che si fonda su melodie ben distinguibili e contemporaneamente ben distanti dall’essere leggere o memorizzabili. A me piace molto il suono squillante simile lontanamente ad una tromba da orchestra che usano per le sovraincisioni di chitarra, ma mi piace anche quando ci mettono sopra meno effetti e svisano in riff lunghi, malinconici e dissonanti (False Awakening, penetrante con le sue note altissime). Forse non sarebbe sbagliato coniare per loro l’etichetta depressive post metal-rock perché a ben vedere è di una cosa di questo tipo che si sta parlando: gli scandinavi non sono degli allegroni quando si mettono a scrivere musica cupa, assillante e travagliata: è una delle cose che gli viene meglio anche in generi che solo in parte possono essere avvicinati all’universo metal.

Tuttavia penso che per i Dimwind non tutto sia definitivamente perduto e andato in vacca: ditemi se il riff finale della lunga conclusiva Broken Silver Cord non ricorda il sole che sorge sul mare dopo che la più nera delle notti è passata (con tanto di effetti di risacca). Una notte nerissima nella quale può succedere ogni cosa, tradotta e creativamente interpretata in quaranta minuti di musica che rende perfettamente l’idea di cosa il gruppo vuole esprimere. Poi tanto domani è un altro giorno, e il prossimo disco (se mai ci sarà) seguirà percorsi meno pessimisti, chi può dirlo? Esiste in digitale, in CD (50 copie) e in cassetta (solo 20 pezzi) tutti autoprodotti. (Griffar)

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