Avere vent’anni: MISTELTEIN – Divine. Desecrate. Complete

I Misteltein sono uno di quegli strani fenomeni che ogni tanto si sono verificati nell’heavy metal: gruppi che hanno tutto per sfondare – dalla tecnica strumentale alla perizia compositiva all’abilità nel costruire e arrangiare signore canzoni – ma vengono sottovalutati, ignorati dai più, talvolta pure sbeffeggiati, fino all’epilogo finale dello scioglimento. Divine. Desecrate. Complete è il secondo e ultimo disco di questi svedesi che avrebbero sicuramente meritato migliori fortune.

Erano nati nel ’96 come quartetto, anche se fin da subito ebbero grossi casini a livello di formazione, con batteristi che andavano e venivano. Visto che l’intento era suonare swedish black metal tecnico e aggressivo non era semplice trovare qualcuno che non fosse un carneade. Per far uscire una demo ci vollero due anni buoni, per il debutto Rape in Rapture (un autentico gioiello che vi consiglio caldamente di recuperare) altri due. A pubblicarlo è la No Fashion, all’epoca garanzia di black metal tecnico e melodico di cristallina fattura svedese, in questo caso impreziosito da grandi melodie e da tastiere perfettamente integrate, non troppo invadenti, atte ad accentuare gli arrangiamenti sinfonici dell’album facendolo suonare più atmosferico e coinvolgente ancora.

Tuttavia i casini di line-up non finiscono, e quando nell’ottobre 2001 esce Divine. Desecrate. Complete almeno un altro paio di elementi erano stati persi per strada, rimpiazzati da vari session. I tre pezzi iniziali Bloodline Desires, Thy Kingdom Cum e Where Angels no More Roam… ricalcano in tutto e per tutto i brani del predecessore. Grandi melodie, pezzi tirati e molto nervosi suonati con squisita perizia, riff di notevole gusto complicati quanto basta, vocalizzi black metal eseguiti alla perfezione da Seron (poi sparito senza lasciar tracce), un cantante dallo screaming particolare, alto ma non eccessivamente estremo e molto ben scandito, a tratti integrato dal growl del chitarrista Mishrack, aka Sven Karlsson, assai più noto per essere il tastierista dei Soilwork.

misteltein

Dopo questo trittico, il tenore delle composizioni cambia quasi di colpo e diventa molto più incentrato sul death metal, in una specie di ibrido tra quello scandinavo, nello stile dei Sacramentum di fine carriera, e quello americano di stampo Angel Corpse, con riff dai forti connotati thrash metal velocizzati all’estremo senza sconfinare quasi mai nel blast beat. I quattro brani centrali dell’album suonano quindi poderosi, un po’ meno melodici, con le tastiere decisamente in secondo piano, molto pesanti e in un certo qual modo spiazzanti. I due pezzi conclusivi, Entwined e Ascending Through Descending, ritornano invece su canoni swedish black/death, con melodie di ampio respiro e growl pressoché assenti, quasi a significare che una certa voglia di sperimentare soluzioni alternative c’era ma il primo intento restava suonare metallo nero. Si fa un po’ di fatica a capire perché i Misteltein abbiano dedicato una buona metà del disco a musica che prima non sembrava essere particolarmente nelle loro corde. Mi viene da pensare che in eventuali lavori successivi avrebbero puntato più sul death che sul black melodico d’atmosfera, ma questo non lo sapremo mai.

Il disco consentì alla band di andare in tour con i God Dethroned ma durò poche date, se ben ricordo, e fu interrotto per non so quali casini. La data in programma a Milano (alla quale io sarei stato presente, chiaro) saltò. Mishrack si dedicò del tutto ai Soilwork, altra gente se ne andò e i Misteltein si trovarono con una formazione disgregata a cercare di tirare avanti la baracca con l’aiuto di musicisti session. Naturalmente una cosa del genere non può funzionare, specialmente se suoni un genere di notevole impatto con partiture impegnative che necessitano di tecnica di alto livell. Il gruppo si sciolse definitivamente nel 2004 senza aver più pubblicato nuovi brani, l’ennesimo esempio di come senza una line-up stabile più prima che poi si finisca per perdersi per strada, anche se le potenzialità per avere una carriera sfolgorante c’erano tutte. (Griffar)

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